Borse messe alla prova dall'inflazione

Quella del 10 giugno è stata una seduta molto importante per le borse, che attendevano da giorni la riunione di politica monetaria della Bce e il dato sull'inflazione Usa per decidere se mantenere una intonazione positiva o meno. In realtà sarebbe possibile dire che la montagna ha partorito un topolino, dopo tanta attesa non ci sono state novità particolarmente rilevanti, tanto che anche gli indici azionari non hanno mutato in modo evidente il loro corso. 

Il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha comunicato che nel mese di maggio l'indice grezzo dei prezzi al consumo è cresciuto dello 0,6% rispetto ad aprile risultando superiore alle attese (+0,4%) ma inferiore alla rilevazione precedente (+0,8%). Su base annuale l'indice si è attestato al +5%, superiore alla lettura di aprile (+4,2%) e al consensus (+4,7%). L'indice Core (esclusi energetici ed alimentari) è cresciuto dello 0,7% rispetto al mese precedente (consensus +0,4%). Su base annuale l'indice e' salito del 3,8% risultando superiore alla rilevazione precedente e alle attese fissate su un indice del 3,4% e del 3%. Numeri come questi non si vedevano dall'agosto del 2008 ma i mercati evidentemente non sono stati presi di sorpresa: nella seduta di giovedì lo S&P500 ha aggiornato il suo massimo storico. 

Che l'economia Usa si stia rimettendo in moto non lo dice solo l'inflazione: le richieste dei sussidi settimanali di disoccupazione rese note il 10 giugno sono state 376.000 unità e relative alla  settimana precedente, in ritirata dalle 385.000 della settimana precedente. Quello di giovedì è il dato miglior dall'inizio della pandemia (dal 14 marzo del 2020), poco al di sopra delle attese di 370.000 unità. Sono ormai sei settimane consecutive che si registrano cali costanti, anche se per adesso le richieste di sussidio restano superiori ai livelli pre-pandemici, quando la media era di poco superiore alle 200.000 unità a settimana. Da questi dati si ricava comunque che il mercato del lavoro sta ripartendo, pure se con una velocità forse inferiore a quella ipotizzata qualche mese fa. 

La Bce da parte sua ha infatti confermato i tassi, il rifinanziamento principale resta a zero, il deposito overnight al -0,5%, i prestiti marginali al +0,25%. Per quello che riguarda l'aspetto più seguito dai mercati, quello degli acquisti di asset, nel prossimo trimestre la banca centrale proseguirà con il programma Pepp ad un ritmo "significativamente più rapido" rispetto a quello visto nei primi mesi dell'anno,  continuando a garantire un'ampia liquidità con operazioni di rifinanziamento. Il tetto massimo degli acquisti del programma Pepp resta fissato a 1.850 miliardi. 

La Bce ha inoltre specificato che, se non fosse necessario, potrebbe anche non utilizzare a pieno la dotazione del piano PEPP, che potrà anche essere ricalibrata per preservare sì le condizioni di finanziamento favorevoli, ma anche per contrastare lo shock negativo della pandemia sul profilo dell’inflazione. Continuerà comunque il piano di acquisto di asset (il vecchio quantitative easing APP) a un ritmo di 20 miliardi al mese.

Le borse hanno potuto valutare positivamente anche la notizia del rialzo delle stime di crescita da parte della Bce: il Pil della zona euro dovrebbe aumentare del 4,6% nel 2021 e del 4,7% nel 2022.

A sostenere il sentiment dei mercati, e non solo di quelli obbligazionari, ha contribuito il successo dell'asta da 38 miliardi di dollari di titoli di Stato Usa con scadenza a dieci anni, il cui rendimento si è avvicinato all'1,5, portata a termine con un bid to cover ratio di 2,58 volte, più alto della media degli ultimi 6 mesi ferma a 2,39, e con un aumento della partecipazione degli investitori esteri, salita al 65% a fronte di una media a 6 mesi del 60,8%. A fare tirare un sospiro di sollievo ai mercati è stato anche il calo delle aspettative di inflazione a pareggio a 10 anni (al 2,354%, ancora in prossimità dei minimi da aprile) successivo al rallentamento della crescita delle quotazioni dei metalli industriali. 

In sintesi gli ultimi dati e l'atteggiamento della banche centrali fanno capire che la crescita è bene avviata ma che l'inflazione potrebbe non rappresentare un problema grave. Questo forse anche perchè un terzo circa dell'aumento del Cpi Usa è legato all'aumento dei prezzi di auto e camion usati, in aumento del 7,3% dal mese precedente e del 29,7% dallo stesso mese del 2020, una variazione che non sposta l'atteggiamento della Fed secondo la quale questi aumenti sono provvisori. 

Per quello che riguarda la crescita anche la Banca Mondiale nel suo rapporto semestrale Global Economic Prospects ha rivisto al rialzo le stime per il Pil globale del 2021. 

Le attese sono che l'economia mondiale cresca del 5,6% nel 2021 con il maggiore rimbalzo dopo una recessione da 80 anni. La stima precedente della Banca Mondiale era ferma al 4,1%. L'aumento del Pil previsto a livello globale per il 2021 è il più rapido dal 6,6% del 1973.

A sostenere la ripresa saranno gli Stati Uniti e la Cina, il cui Pil è atteso in espansione rispettivamente del 6,8%, grazie ai sostegni fiscali garantiti dall'amministrazione Biden ed all'allentamento delle chiusure, e dell'8,5%, grazie all'impennata della domanda interna. Nel 2022 la crescita Usa dovrebbe essere del 4,2%, quella della Cina del 5,4%. 

La zona euro crescerà solo del 4,2% (una revisione al rialzo dell0 0,6% dalla stima precedente) nel 2021, poi del 4,4% nel 2022 (dal 4% precedente) e del 2,4% nel 2023. 

Per quello che riguarda l'inflazione la Banca Mondiale prevede che quella globale "aumenterà di circa un punto percentuale nel 2021. Questo potrebbe non legittimare una risposta politica. Le previsioni sul lungo periodo indicano che l'inflazione resterà bassa e stabile".

Guardando l'andamento degli indici Usa non è ancora chiaro quale sia la volontà del mercato: se da un lato lo S&P500 riesce a migliorare, anche se solo marginalmente, i sui record, il Nasdaq 100 (tecnologia) e il Russell 2000 (piccole e medie aziende) restano al di sotto dei record rispettivamente di aprile e di marzo. In particolare il Russell, il cui andamento è significativo per capire il giudizio che i mercati danno alle prospettive per l'economia interna, è su una resistenza chiave. Il rialzo dai minimi del 24 settembre 2020 al massimo del 16 marzo 2021 è infatti esteso esattamente 1,618 volte (Fibonacci) quello visto dal minimo del 18 marzo 2020 al massimo dell'8 giugno 2020. Quando ci si trova davanti a movimenti legati da questa proporzionalità è lecito temere che una fase del trend sia terminata e che possa iniziare una correzione. Fino a che il massimo di marzo a 2360 non sarà alle spalle sarà elevato il rischio di un ripiegamento che potrebbe interessare non solo i minimi di marzo a 2085 punti ma anche spingersi al di sotto di quel supporto. Una stabilizzazione al di sopra di area 2360 permetterebbe invece di guardare con maggiore tranquillità al futuro, con obiettivi nel medio lungo termine fino in area 2900 e una prima resistenza intermedia a 2630 punti circa.