La Fed si adopera per rassicurare i mercati, gli investitori le credono?

La Fed si adopera per rassicurare i mercati, gli investitori le credono?

A spaventare gli investitori nelle ultime sedute sono state le dichiarazioni di James Bullard, president della Fed di St. Louis, secondo cui un aumento dei tassi d'interesse Usa potrebbe arrivare già nel 2022. In un'intervista alla Cnbc infatti James Bullard  parlando della tempistica del rialzo del costo del denaro si è così espresso "abbiamo messo sul tavolo l'ipotesi di iniziare a partire dalla fine del 2022".

 

Dalla Fed arrivano tuttavia anche voci rassicuranti. Neel Kashkari, president della Federal Reserve (Fed) di Minneapolis, si è detto contrario al rialzo dei tassi Usa, ritenendo che l'inflazione sia sostenuta dalla riapertura dell'economia dopo la crisi del Covid-19 e che i prezzi si normalizzeranno una volta che saranno assorbiti i problemi di supply chain. "La stragrande maggioranza degli americani vuole lavorare e io non sono pronto ad abbandonarli, voglio dare loro la possibilità di lavorare", ha dichiarato Kashkari a Reuters. "Finché le aspettative d'inflazione rimarranno ancorate dobbiamo avere pazienza di raggiungere davvero la massima occupazione", ha aggiunto. Kashkari ha sottolineato di volere lasciate il costo del denaro vicino allo zero almeno fino alla fine del 2023.

 

A restituire fiducia agli investitori è ha contribuito anche Jerome Powell: il chairman della Federal Reserve (Fed) parlando al Congresso Usa ha ribadito che l'istituto centrale di Washington non modificherà le sue politiche solo su timori di un'inflazione più elevata. "I dati in arrivo sono molto coerenti con l'opinione che questi fattori rallenteranno nel tempo", ha sottolineato Powell, attribuendo per l'ennesima volta una caratteristica di temporaneità all'inflazione. 

 

Anche secondo John Williams, president della Federal Reserve (Fed) di New York, è ancora presto per un cambio nelle politiche del Federal Open Market Committee (Fomc). "È chiaro che l'economia sta migliorando a un ritmo rapido e le prospettive a medio termine sono molto buone ma i dati e le condizioni non sono progrediti abbastanza da consentire al Fomc di modificare la sua posizione di politica monetaria di forte sostegno alla ripresa economica", ha dichiarato Williams durante un evento organizzato dalla Midsize Bank Coalition of America.

La comunicazione tuttavia non è a senso unico: secondo Mary Daly, numero uno della Federal Reserve Bank (Fed) di San Francisco, l'istituto centrale di Washington potrebbe essere in grado di iniziare a ridurre il suo sostegno straordinario all'economia Usa entro la fine del 2021 o all'inizio del 2022. "Non ci siamo ancora arrivati ma è opportuno iniziare a prepararsi per il momento in cui raggiungeremo tale soglia", ha dichiarato Daly, nel corso di un evento sul clima organizzato dal Peterson Institute. Daly ha confermato gli ulteriori progressi sostanziali verso piena occupazione e target d'inflazione al 2% che sono la soglia fissata dalla Fed per avviare la riduzione del programma di acquisto di 120 miliardi di dollari di asset al mese. "Penso che sia possibile persino arrivarci più avanti quest'anno o all'inizio del prossimo", ha aggiunto. 

Anche per Michelle Bowman, membro del Board of Governors della Federal Reserve (Fed), l'impennata dell'inflazione guidata dalla rapida riapertura dell'economia Usa potrebbe richiedere "un po' di tempo" per allentarsi. Nel corso di una conferenza organizzata dalla Cleveland Federal Reserve, Bowman ha notato per altro come il crollo dei prezzi all'inizio del 2020, dovuto alla crisi del Covid-19, ha fissato un livello così basso che anche un ritorno ai prezzi normali comporta una grande variazione percentuale. "Tuttavia c'è di più nel recente aumento dell'inflazione oltre a questi problemi di misurazione", ha sottolineato Bowman, secondo quanto riporta Reuters, indicando come le supply chain, con il ritorno alla vita a livello globale, siano state stressate dalla forte domanda di beni e servizi. E quindi la pressione sui prezzi "potrebbe allentarsi mano a mano che i colli di bottiglia saranno risolti ma potrebbe volerci del tempo", ha aggiunto, una dichiarazione non proprio rassicurante per coloro che ritengono l’immobilismo della Fed la prospettiva più probabile.

 

Resta soddisfacente l'attività economica negli Usa ma non così forte da dare ragione a chi teme interventi sul costo del denaro in tempi relativamente brevi. In particolare il mercato del lavoro resta un po’ imballato. Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione nella settimana terminata il 19 giugno si sono attestate a 411 mila unità, superiori alle attese (380 mila) ma inferiori al dato della settimana precedente (418 mila unità). Il numero totale di persone che richiede l'indennità di disoccupazione (calcolato sui dati all'11 giugno) si attesta a 3,390 milioni, inferiore a 3,534 milioni della rilevazione precedente (attese 3,470 milioni).

Anche l’immobiliare cresce ma senza sorprese. La National Association of Realtors ha reso noto che a maggio le vendite di abitazioni esistenti sono diminuite dello 0,9% a 5,80 milioni di unità. Il dato è risultato superiore al consensus fissato a 5,72 milioni di unità. Ad aprile le vendite di case erano diminuite del 2,7% a 5,85 milioni di unità.

 

Che la ripresa sia “under way” è tuttavia fuori dubbio. La Federal Reserve di Richmond ha comunicato che il proprio indice, che misura l'andamento dell’attività' manifatturiera del Quinto Distretto, si è attestato nel mese di giugno a 22 punti superiore alla lettura di maggio e alle attese degli addetti ai lavori entrambe pari a 18 punti.

 

Ma soprattutto Markit ha reso noto che nel mese di giugno l'Indice PMI Manifatturiero (flash) è atteso a 62,6 punti in crescita dai 62,1 punti del mese precedente, sui massimi di sempre. La rilevazione di giugno evidenzia che l'espansione della crescita delle attività dei servizi si stabilizza, con l'indice che scende a 64,8 punti da a 70,4 precedenti. L'indice Composite è atteso a 63,9 punti da 68,7 punti precedenti.

Che gli investitori credano nelle possibilità di un proseguimento del rialzo dell'azionario lo dimostra l'andamento dell'indice Nasdaq 100, forse il più reattivo dei principali panieri azionari Usa ai mutamenti di sentiment, che ha fatto registrare nuovi massimi storici quasi quotidianamente nell'ultima ottava. La rottura a partire da metà giugno del picco di aprile di quota 14050, già messo alla prova anche successivamente in più occasioni, è un segnale grafico di forza che potrebbe avere implicazioni durature. Difficile fornire dei target per l'indice a causa della mancanza di riferimenti storici precedenti, ipotizzando che le quotazioni si stiano muovendo all'interno di un canale crescente dai minimi di marzo 2020 è comunque possibile che i prezzi salgano fino in area 16750, lato alto del canale, prima di incontrare una resistenza rilevante. Solo una flessione al di sotto di area 14000 farebbe temere il test della base del canale crescente, passante a 13480 circa, un supporto critico anche in ottica di medio termine. 

Quello che sarà da controllare con attenzione per capire se effettivamente il mercato ha deciso di lasciarsi alle spalle i timori di un rialzo dei tassi è l'andamento del rendimento dei titoli di Stato decennali Usa. Dopo il raggiungimento di un picco all'1,765% circa a fine marzo, quando gli operatori parlavano con insistenza di "tapering", i valori sono tornati in area 1,45%. Il movimento di ribasso è contenuto all'interno di un canale ribassista, con lato alto all'1,64%. Sarebbe solo la rottura di questa resistenza fare temere una ripresa della corsa al rialzo con rischio in quel caso di avvicinamento del 2%, e con probabili difficoltà per l'azionario. In caso di superamento del lato alto del canale infatti lo stesso si dimostrerebbe un “flag”, figura di continuazione della precedente tendenza rialzista. Discese al di sotto dell'1,4% sarebbero invece un ulteriore segnale distensivo sia per i tassi sia per le borse.