Petrolio sui record da sei anni dopo la rottura all’Opec+

I nuovi massimi a 6 anni del petrolio lo scorso 6 luglio hanno spaventato un po’ tutti i mercati. L’economia mondiale è ancora nel mezzo di una fragile convalescenza dalla pandemia e, come ricorda Goldman Sachs, servono almeno 5 milioni di barili al giorno di produzione in più entro la fine dell’anno, se non si vuole correre il rischio che le scorte scivolino su livelli pericolosamente bassi.

Il caro petrolio rischia di essere un altro duro colpo alla ripresa insomma, dopo la chip shortage e i colli di bottiglia che hanno reso inavvicinabili i prezzi di molte materie prime essenziali e frenato importanti recuperi industriali (non solo nel settore automotive).

Già a fine giugno Dharmendra Pradhan, il ministro del petrolio dell’India (terzo consumatore mondiale di petrolio, aveva messo in guardia sull’importanza delle decisioni dell’Opec+, il cartello dei produttori Opec allargato alla Russia e ad altri alleati che potrebbe riallargare la produzione e dare fiato ai mercati. I prezzi (pre-record) erano già ritenuti sfidanti dal ministro indiano e rischiavano di avere un impatto sul sostegno dei consumi alla ripresa economica mondiale.

Ma l’incontro di luglio dell’Opec+ è andato forse nel modo peggiore possibile approdando a un rinvio a data da destinarsi. Così spiegava uno stringato comunicato del 5 luglio che confermava in pratica il fallimento delle trattative tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Dopo un ritardo di un giorno nell’avvio, una sospensione venerdì e la divaricazione complessiva delle posizioni si era dovuto rinviare, gettando i mercati nell’incertezza e i prezzi del greggio verso – appunto – i massimi degli ultimi sei anni: a 76,05 dollari al barile per il WTI e a 77,84 dollari per il Brent il 6 luglio. Poi un ripiegamento dei corsi ha calmato le acque, ma la paura è rimasta.

In teoria sia Arabia Saudita che Emirati sono d’accordo nel promuovere un graduale aumento della produzione dal prossimo agosto e fino a dicembre. Circa 2 milioni di barili in più nel periodo, ossia 400 mila barili al giorno per ogni singolo mese con i quali concorda anche la Russia che ha promosso, senza successo, una mediazione. Al contrario, senza un accordo, i tagli produttivi dell’Opec+ rimarrebbero anche dopo l’estate sui 5,8 milioni di barili al giorno di oggi (a questo livello di tagli si è scesi dopo i 10 milioni di barili circa annunciati lo scorso aprile 2020 in tutt’altre circostanze). Significa produzione che non viene attivata proprio mentre cresce la domanda, con effetti sui prezzi e le scorte.

Il fatto è che gli Emirati Arabi Uniti vogliono che il prossimo aprile 2022, quando scadranno gli attuali tagli produttivi della produzione che l’Opec+ porta avanti da anni per tenere in piedi il mercato, vogliono ricalcolare le proprie quote. I meccanismi stabiliti nel 2018 sarebbero iniqui e non più attuali, visto che il Paese ha investito molto negli anni e non concorda più con la baseline stabilita inizialmente a 3,168 milioni di barili al giorno. Sarebbe ormai almeno a 3,8 milioni di barili riportano fonti Opec citate da Reuters. L’Arabia Saudita però non ci sta e alla fine ha preferito far saltare l’incontro alimentando quella divisione che già la separa da qualche tempo dagli Emirati per gli approcci alla questione dello Yemen e del Qatar.

Per tutta l’area il petrolio è essenziale, per le entrate pubbliche di Ryad, come per Abu Dhabi (il cui Pil sarebbe per il 30% di greggio e la cui crescita della produzione deve ripagare gli investimenti), ma più che in altre fasi il petrolio è diventato oggi una questione globale. Il paradosso della ripresa economica mondiale all’insegna della decarbonizzazione ma dipendente come poche volte dalle stesse quotazioni dell’oro nero è lampante. Il caro petrolio pesa ormai anche sul gallone di benzina statunitense e irrita lo stesso presidente Joe Biden. Soprattutto le pressioni al rialzo sui prezzi esercitate dall’oro nero sono poderose e mettono a dura prova la capacità delle banche centrali di mezzo mondo di proseguire con una politica monetaria espansiva. A rischio è quel fiume continuo di denaro che da anni ormai regge le quotazioni nei mercati e che dovrà essere limitato ordinatamente.

Senza considerare che il rialzo del dollaro che conseguirebbe a un approccio più restrittivo della Fed potrebbe mandare ko diverse economie emergenti, strozzandole con un balzo del costo del debito. Anche per questo, senza molto piacere, lo stesso Biden ha cercato di mediare per ottenere uno sbocco del negoziato con l’Opec+. Ancora una volta però le contraddizioni fra i legami globali presenti nei mercati e le pulsioni geopolitiche e nazionalistiche generano incertezza. Un’incertezza di cui la ripresa economica non sentiva certo il bisogno.