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La Fed resta dura sui tassi, S&P500 ancora fragile

di Alessandro Magagnolipubblicato:

I recenti segnali di rallentamento dell'economia, relativi alle principali aree geografiche, hanno fatto sperare agli investitori un cambio di rotta da parte delle banche centrali sul fronte della politica monetaria.

I recenti segnali di rallentamento dell'economia, relativi alle principali aree geografiche, hanno fatto sperare agli investitori un cambio di rotta da parte delle banche centrali sul fronte della politica monetaria.

Come noto infatti i più influenti istituti centrali hanno iniziato, chi prima (la Bank of England), chi dopo (la Bce) ad innalzare il costo del denaro per mettere un freno alla corsa indiscriminata dell'inflazione.

Tassi su per contrastare l’inflazione

L'incremento dei tassi di interesse mette infatti un freno all'attività economica e comporta una fisiologica dei prezzi, sia quelli alla produzione, sia, soprattutto, quelli al consumo.

Nel momento in cui l'economia inizia a rallentare quindi i motivi alla base di un rialzo del costo del denaro, che pesa ovviamente anche sulle borse oltre che sulla capacità di spesa dei consumatori (gli utili delle aziende sono destinati a scendere se i consumatori comprano meno beni e servizi), iniziano ad affievolirsi.

Rallenta l’economia

Ecco perchè di recente, a fronte di notizie macro spesso deludenti (visto che siamo in Italia citiamo gli ultimi due dati domestici che evidenziano questa tendenza, ma l'andamento è generalizzato: l'indice Pmi del settore dei servizi di S&P Global, sceso a 48,4 punti a luglio dai 51,6 di giugno, al di sotto della soglia di 50 che separa crescita da contrazione e delle attese di 50,1, e l'indice in valore delle vendite al dettaglio di giugno, diffuso da Istat, che ha registrato un calo dell'1,1% su mese dopo il +2,0% di maggio. Le vendite su base annua sono salite dell'1,4% dopo il +6,8% del mese precedente), le borse hanno tutto sommato retto bene l'urto.

La recessione resta un rischio

Gli investitori sanno che le banche centrali non possono tirare troppo la corda, l'inflazione è figlia infatti del Covid, del conflitto in Ucraina, tutti elementi di criticità che sono ben lontani dall'essere risolti, combatterla a testa bassa rischia di fare precipitare il mondo in una crisi senza precedenti, e stanno iniziando a sperare che l'attuale fase di rallentamento dell'economia non si trasformi in una vera e propria recessione globale, permettendo agli utili aziendali, che sono poi alla fine quelli che dettano l'andamento delle azioni, di rimanere solidi.

La Fed fa la voce grossa

La Federal Reserve ha letto perfettamente questo nuovo atteggiamento dei mercati, e sta cercando di correre ai ripari: se le borse dovessero lanciarsi di nuovo al rialzo prima che l'inflazione si sia effettivamente ridimensionata parte dei sacrifici fatti negli ultimi mesi verrebbe vanificata, e la lotta per fare scendere l'aumento dei prezzi al consumo verso il target che hanno un po' tutte le banche centrali, al 2%, diverrebbe più lunga.

Ecco perchè negli ultimi giorni alcuni membri della banca centrale statunitense si sono esposti in modo abbastanza inusuale.

Ha iniziato a fine luglio il presidente della Federal Reserve Bank di Minneapolis, Neel Kashkari, dichiarando che la banca è ancora lontana dal suo obiettivo di contenimento dell'inflazione, un'inflazione che al 9% è una minaccia superiore per il paese in questo momento rispetto ad una recessione. Queste le sue parole "We’re going to do everything we can to avoid a recession, but we are committed to bringing inflation down, and we are going to do what we need to do".

Hanno poi proseguito sulla stessa linea di pensiero anche Mary Daly e Charles Evans, per i quali la Fed resta completamente unita sui rialzi dei tassi.

Mary Daly, la presidente della Fed di San Francisco, ha detto alla Cnbc che l'aumento dei tassi d'interesse deve rimanere aggressivo per riportare l'inflazione a livelli ragionevoli, e quindi che prevede un paio di aumenti di 50 punti base nei prossimi incontri, prima di prendersi magari del tempo per valutare gli effetti dei rialzi.

Charles Evans, il presidente della Fed di Chicago, ha dichiarato che un aumento dei tassi di interesse di 50 punti base nel mese di settembre sarà probabilmente sufficiente, ma rimanendo comunque possibilista su un aumento di 75 punti, se l'inflazione non dovesse rallentare.

Mercato del lavoro osservato speciale

Gli occhi di tutti sono adesso puntati al mercato del lavoro: il dato per il mese di luglio prevede un aumento dei 250 mila unità, dopo le 372mila di giugno, con una disoccupazione stabile al 3,6%. Fino a che il mercato del lavoro resterà solido la Fed avrà meno remore ad alzare i tassi.

S&P500, il trend resta ribassista

Lo S&P500 sta testando da alcune sedute una importante resistenza: in area 4135/40 si colloca il 50% di ritracciamento del ribasso dal top di marzo, resistenza rilevante almeno per il breve termine.

Il problema è che in questo momento il trend di fondo è ribassista, partito dai massimi di gennaio, e quindi i rimbalzi, fino a prova contraria, sono "correzioni", ovvero delle pause della tendenza principale che non viene tuttavia invertita.

Se verso l'alto quindi ogni piccola conquista dovrà essere prima sudata e poi confermata dal successivo andamento dei prezzi, verso il basso potrebbero realizzarsi movimenti ampi e veloci: il mercato è stato scosso dall'ampiezza della discesa degli ultimi mesi e ancora non si fida troppo dei rimbalzi, non si vede un atteggiamento generalizzato di "buy on the dips", si procede a vista.

Sopra area 4135/40 sarà la volta della resistenza a 4300, poi solo sopra area 4420/30 sarà lecito iniziare a sperare di avere effettivamente intrapreso una fase rialzista duratura.

Sul fronte opposto discese al di sotto dei 4000 punti potrebbero anticipare il test di 3780, ultimo sostegno in grado di evitare la ripresa del downtrend verso area 3200.

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