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Italia: la sfida dell’inflazione

di Giovanni Digiacomopubblicato:

Il 2022 è stato l’anno della grande inflazione in Italia, un rialzo dei prezzi su livelli che non si vedevano dagli anni ’80 ha smontato molti dei paradigmi degli ultimi decenni e spinto governi e banche centrali a manovre straordinarie in uno scenario con cui l’Europa dell’euro si è confrontata per la prima volta e che l’Italia non vedeva da più di una generazione.

Tabella dei Contenuti

Nel dicembre del 2022 un leggero ribasso ha portato l’inflazione italiana all’11,6% (Indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività NIC, al lordo dei tabacchi, calcolato dall’Istat). Solo un po’ di respiro nella corsa dei prezzi che aveva portato a ottobre e novembre l’inflazione all’11,8% Un livello, però, ancora insostenibilmente prossimo al marzo del 1984.

Senza considerare che l’indice armonizzato europeo IPCA calcola l’inflazione italiana al 12,6% a ottobre e novembre e al 12,3% a dicembre.

Un’inflazione che è ancora soprattutto energetica: se si tolgono energia e alimentari da quell’11,6% di dicembre, l’inflazione italiana “core” si attesta al 5,8%, in accelerazione, ma ancora alla metà del dato complessivo sui prezzi.

Oltretutto la crescita dei rincari dell’inflazione core, mentre quella generale (detta anche headline) rallenta leggermente, sembra indicare che, anche se i prezzi dell’energia appaiono in lieve rallentamento, il resto dell’economia sta assorbendo i rincari.

A conti fatti nel 2022 in media i prezzi sono cresciuti dell’8,1% e l’inflazione di fondo (la “core”) è aumentata del 3,8% Dati che quindi mitigano gli ultimi rincari della seconda parte dell’anno, ma restano storicamente elevati e non tengono conto del rincaro dei prezzi di gasolio e benzina di inizio 2023, con il termine del taglio delle accise.

Le misure del governo e dell’Europa contro l’inflazione

La manovra del governo di fine 2022 sottolinea lo scenario d’emergenza per famiglie e imprese: 21,1 miliardi di euro (in deficit) per contrastare la minaccia dei rincari, quasi due terzi dei 35 miliardi della misura.

Una congiuntura difficile tra interruzioni delle catene di approvvigionamento globali ed europee, guerra in Ucraina e balzo delle materie prime energetiche nei mercati globali. L’Italia non aveva altro da fare che tamponare l’urto con 20,2 miliardi euro dedicati direttamente al caro energia e 4,2 miliardi di intervento per il taglio del cuneo fiscale che indirettamente puntavano allo stesso scopo: salvare il reddito disponibile, a vantaggio di cittadini e operatori economici.

Tutte importanti misure che si aggiungono alla più tipica delle misure anti-inflazione: il rialzo dei tassi d’interesse della banca centrale.

La BCE infatti nel 2022 ha avviato una forte stretta monetaria per combattere l’inflazione, il controllo dei prezzi è d’altronde il suo obiettivo statutario, la sua ragion d’essere principale. Così dal luglio al dicembre del 2022 ha alzato rapidamente i tassi dallo 0% al 2,5%, con aumenti di 50, 75, 75 e ancora 50 punti base in altrettante riunioni.

Al contempo ha iniziato a limitare le altre misure di politica monetaria non convenzionale che avevano alimentato una posizione ultra-espansiva dal 2014 a oggi. Un’inversione a U condivisa dalle maggiori banche centrali del mondo, ma anche carica di insidie.

La stretta monetaria e il parallelo rialzo dei tassi è infatti la tipica misura di risposta a una inflazione da domanda, ma nello scenario europeo del 2022 purtroppo gran parte dell’inflazione ha altra natura.

Dipendendo dalle interruzioni nelle catene di approvvigionamento globali dell’energia e dei beni, l’inflazione europea è in gran parte un’inflazione importata, più legata all’offerta, che alla domanda e quindi difficile da contrastare con i mezzi tradizionali della politica monetaria, cui bisogna per forza di cose affiancare altre politiche fiscali e industriali, come la differenziazione degli approvvigionamenti.

È la necessità, per esempio, di reperire il gas russo che viene a mancare tramite navi metaniere e da altri fornitori come gli Stati Uniti. È la necessità di rafforzarne l’importazione da Paesi come l’Algeria, la Norvegia o il Qatar. Il tutto nella consapevolezza di un potere limitato sulle supply chain e persino sui prezzi dei mercati globali.

Manovre difficili dal punto di vista economico, legale e politico, ma necessarie, come dimostrato dal complesso di interventi anche europei sul tema.

Inflazione, il difficile contributo degli extraprofitti ai paracadute dello Stato

La manovra economica italiana per il 2023 alza per esempio al 50% l’aliquota fiscale sugli extraprofitti delle società energetiche, ma si aspetta di raccogliere 2,6 miliardi di euro da un provvedimento che nella versione precedente aveva già raccolto altrettanto (contro attese per 11 miliardi di euro circa) ed era inciampato nel fuoco di fila delle cause legali.

Sul tema però l’Europa si compatta a fine 2022: bisogna finanziare misure pubbliche a sostegno delle ampie porzioni del corpo sociale ed economico colpite e a Bruxelles un contributo temporaneo dai gruppi che hanno tratto grandi profitti dai rincari appare legittimo in un’ottica redistributiva tesa a difendere produzione e consumi.

D’altronde la nuova manovra può recepire anche il nuovo price cap di 180 euro per MWh ai ricavi degli impianti inframarginali, un tetto alto e dinamico, ma sicuramente anche un segnale importante di coesione su un fronte che aveva spesso diviso l’Europa negli ultimi mesi.

Non mancano le proteste: la proposta settembrina sul contributo straordinario delle compagnie dell’energia da idrocarburi (33% sui profitti 2022 solo per chi abbia guadagnato almeno il 20% in più della media degli ultimi tre anni) scatena le ire di petrolieri, raffinatori, termoelettrici e big del carbonio non solo europei (come BP, Shell, Equinor ed Eni), ma anche stranieri, come l’americana Exxon che subito fa causa all’Europa contro un provvedimento che punterebbe a raccogliere circa 25 miliardi di euro in totale, meno degli utili trimestrali di un solo trimestre delle prime big europee.

A fine 2022 però gran parte dei Paesi membri ha già approvato o annunciato a breve, meccanismi di tassazione degli extra-profitti. Mentre la BCE segue le altre grandi banche centrali nella stretta monetaria in chiave anti-inflazione, gli effetti sui consumi e sulle imprese si materializzano sempre di più nei mesi.

Inflazione un impatto sui più fragili nonostante le misure di difesa

Uno studio ad hoc della Banca d’Italia di fine 2022 d’altronde ha già valutato gli impatti dei rincari dell’energia e dei prezzi in generale sulle famiglie e le imprese. L’analisi calcola in circa 2 punti percentuali di inflazione il sollievo fornito dalle misure governative contro i rincari partiti nella seconda metà del 2021, ma in poco meno di 50 miliardi di euro l’impatto sul potere d’acquisto delle famiglie derivante dall’inflazione, nonostante gli interventi (senza sarebbe stato di oltre 81 miliardi).

Si tratta comunque di un onere che pesa sull’economia, sulla ripresa post-Covid e sulle prospettive del Bel Paese: un impatto annuale di circa 2 mila euro a famiglia che ha sterilizzato solo il 70% degli incrementi delle disuguaglianze derivanti dall’inflazione stessa.

I rincari infatti hanno colpito soprattutto i più fragili, per esempio le famiglie che dedicano una quota maggiore del proprio budget ai consumi alimentari. Anche la propensione al consumo decisamente superiore, dal 95% al 70% circa del reddito disponibile tradotto in consumi, aumenta le disuguaglianze.

Complessivamente la differenza nei consumi tra le varie classi di reddito comporta tra il primo e il quinto quintile della popolazione quasi 4 punti percentuali di differenza.

Come a dire che le famiglie più povere registrano un’inflazione più alta di ben quattro punti percentuali rispetto alle famiglie più ricche. E senza gli interventi del governo, sarebbe andata molto peggio.

Per frenare i prezzi dell’energia, alla base di tutti i rincari e sempre più radicati poi nel sistema, tramite i costi maggiorati di imprese di trasporto o di produzione per esempio, si sono anche cambiati i metodi di calcolo.

L’Arera, l’Autorità per l’energia, ha varato il passaggio da un sistema di calcolo delle tariffe per il mercato a maggior tutela (7 milioni di italiani, circa il 36% delle utenze domestiche) da un calcolo trimestrale ex ante a un sistema mensile ex post, ma questo non ha impedito un aumento della bolletta del gas del 23% a fine dicembre nonostante i ribassi più recenti dei prezzi al mercato di Amsterdam (fino a 70,8 euro, ma con punte sui 135 euro a dicembre).

Il conto del 2022 resta salatissimo: qualcosa come 1866 euro soltanto per il consumo di gas della famiglia tipo, un insostenibile +64,8% sul 2021.

In direzione opposta i prezzi delle bollette elettriche, che per la famiglia tipo dovrebbero scendere nel caso dei consumi in tutela, del 19,5%, grazie al calo del 48% del PUN (il prezzo unico nazionale dell’elettricità) nel quarto trimestre 2022 rispetto ai tre mesi precedenti.

È però una vittoria di Pirro: nell’anno tra il primo aprile 2022 e il 31 marzo 2023, la stessa famiglia tipo registrerà infatti un rincaro complessivo del 67% della bolletta elettrica a 1.374 euro, nonostante le numerose misure prese per calmierare i prezzi, dai bonus sociali alla cancellazione degli oneri di sistema.

Inflazione: i mercati mettono già in conto una recessione

A fine 2022 si registrano timidi segnali di abbassamento dei prezzi energetici, c’è una maggiore fiducia su un picco dell’inflazione Usa (ma non europea) nello stesso periodo e la ripresa italiana resiste contro ogni previsione.

I maggiori indicatori qualitativi, come i PMI manifatturieri o gli indici di fiducia, hanno però mostrato cali decisi nella seconda metà dell’anno e anche prima.

La congiuntura globale e la conferma di una stretta monetaria decisa anche in Europa spingono quindi tutti i maggiori analisti a dare per probabile una recessione economica anche in Italia almeno nella prima parte del 2023.

Qualche segnale più positivo giunge proprio nel dicembre 2022 dagli stessi prezzi dell’energia con riflessi sul clima di fiducia delle famiglie e delle imprese, ma all’inizio di un 2023 ancora carico di incertezze su troppi fronti sembrano segnali ancora troppo timidi per modificare la previsione consolidata di un rallentamento almeno temporaneo dei consumi e della crescita.

Al World Economic Forum il Fondo Monetario Internazionale ammette che l’inflazione potrebbe avere toccato un picco e che afferma che forse fermerà il ciclo di taglio al ribasso delle stime sull’economia che prosegue da tempo.

Ma quando i mercati reagiscono con gli acquisti, lo stesso FMI getta acqua sul fuoco, raccomandando cautela. Non più pessimisti, ma neanche troppo ottimisti, raccomanda Kristalina Georgieva managing director del Fondo, meglio essere semplicemente realisti. E a frenare la voglia di ottimismo contribuiscono subito anche le banche centrali, con la Fed e la Bce che confermano l’approccio restrittivo ancora per un periodo di tempo.

A novembre la produzione industriale italiana cede un altro 0,3% sul mese precedente (-3,7% a/a), a dicembre il PMI Manufatturiero italiano a 48,5 punti è descritto da S&P Global PMI come ancora “impantanato nella crisi”, con un ulteriore calo della produzione (sebbene meno grave di quello dei sei mesi precedenti) a causa di un’altra contrazione del volume di ordini.

Per l’anno 2023 l’Istat prevede comunque una crescita timida dello 0,4%, ma il Fondo Monetario Internazionale già da ottobre stima una contrazione dell’economia dello 0,2%, mentre l’Ocse stima per il 2023 un’economia italiana in crescita di appena lo 0,2% (quindi un probabile brusco rallentamento seguito da una parziale ripresa).

Di certo lo scenario di crescita dei tassi pesa sul servizio del debito monstre del Bel Paese e comprime anche su questo fronte la ripresa. I tassi elevati già pesano sul settore immobiliare, basilare per l’Italia.

L’inflazione è insomma sempre più radicata e velenosa per le imprese e le famiglie, ma occorrerà attendere i prossimi mesi per vedere se avrà la meglio su una ripresa economica che dopo la pandemia ha sorpreso i maggiori osservatori nazionali e internazionali.

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