Inwit, acquisti sulla società delle torri sui rumors di offerta
pubblicato:Nuove voci su un possibile accordo tra gli azionisti per promuovere un delisting dopo i cali del titolo. Ma intanto il gruppo resta al centro di importanti dossier: ecco quali

La notizia del giorno su Inwit è la voce di un possibile accordo tra gli azionisti di riferimento del gruppo che, anche con il supporto di investitori esterni, potrebbero promuovere una privatizzazione della società, ossia un delisting del big italiano delle torri a seguito probabilmente di un’offerta.
Reuters cita due fonti vicine al dossier, ma non è la prima volta che voci del genere circolano e quindi i rumors vanno presi con le pinze e il mercato lo sa.
Inwit quadro tecnico interessante
Le voci sorprendono infatti il titolo di INWIT in una fase tecnica interessante: l’azione adesso a Piazza Affari segna un rialzo dell’2,92% a 7,23 euro dopo un primo massimo a € 7,375, che aveva riportato i corsi sui livelli di maggio e completato un pattern di triplo minimo sui 5,975 euro testati dal titolo nel corso degli ultimi mesi.
La posta in gioco non è soltanto l’importante consolidamento di una base dopo il calo dei prezzi di oltre il 40% dai massimi dell’agosto 2025, ma anche un possibile attacco al gap down apertosi nel grafico lo scorso 19 marzo che, oltre i 7,645 euro, proietterebbe i corsi sulla cifra tonda degli 8 euro.
È una sfida coraggiosa, ma più probabile dopo che gli ultimi movimenti hanno portato al superamento della media mobile esponenziale a 50 sedute prima e a 200 sedute dopo. Quest’ultima sintetizza il trend di lungo periodo e il suo superamento pone dunque le basi per nuove ambizioni, anche se ci vorranno ovviamente delle conferme. Altrimenti un ripiegamento in area 6,7 euro o più giù, a 6,46, diverrebbe probabile.
Nel grafico sopra il quadro grafico interessante di INWIT
Per questo le indiscrezioni odierne sulla società delle torri di telecomunicazione vanno ponderate e contestualizzate con attenzione.
Il contesto dei nuovi rumors su una possibile offerta tesa al delisting
Oggi INWIT conta due azionisti di riferimento: con il 32% Daphne 3, in definitiva riferibile all’investitore francese Ardian, e con il 39% la Central Tower Holding Company BV che è sostenuta da Vodafone, GIP e KKR.
Secondo quanto riferito da Reuters questi investitori stanno valutando una privatizzazione del gruppo che potrebbe coinvolgere anche l’investitore di Abu Dhabi Mubadala.
Dopo il calo importante delle quotazioni dell’ultimo anno, voci di delisting sono usuali e in effetti già a febbraio si erano diffusi i rumors di un possibile piano in questa direzione studiato da Ardian e Brookfield. Oggi il quadro sembra allargato a un numero maggiore di investitori e inserito in un contesto reso più complesso dai contrasti con i clienti di riferimento Swisscom/Fastweb e Telecom Italia che da mesi stanno cercando di rivedere le condizioni dell’affitto delle torri della telefonia mobile e sono coinvolti in cause legali che le contrappongono a INWIT.
Proprio ieri il direttore generale di INWIT Diego Galli ha rilasciato a la Repubblica un’intervista in cui invia nuovi segnali di apertura ai clienti delle sue torri e rilancia il modello di una rete terza e neutrale di telecomunicazioni (che indirettamente potrebbe significare una INWIT autonoma), capace di mediare tra i vari operatori e attori nell’epoca del salto in avanti verso l’intelligenza artificiale e contemporaneamente ridurre il costo degli investimenti nel network.
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I data center potrebbero favorire un negoziato di Inwit con Poste/Tim
Un terreno di incontro potrebbe essere costituito dagli investimenti di Poste e della sua neocontrollata TIM nei data center di prossimità: l’amministratore delegato di Poste Matteo Del Fante ha annunciato un data center in Lombardia che partirà da una capacità di 70 MW e intanto TIM lavora a un progetto da 20 MW.
In gioco la Gigafactory AI che coinvolgerebbe non soltanto Poste/TIM, ma anche Fastweb, quindi i maggiori clienti sull’etere di INWIT (insieme a un più ampio pool di soggetti industriali italiani di rango primario).
Uno dei pilastri del piano di Del Fante per il Bel Paese è un’infrastruttura tecnologica intelligente a 18 data center (circa 150 MW) che diventerà anche un alfiere della sovranità digitale italiana.
Sarà sostenuta da 1,1 milioni di chilometri di fibra ottica e oltre 4 mila esperti al lavoro, ma servirà inevitabilmente anche interfacciarsi con il mobile per il successo e quindi anche con INWIT, che in Italia controlla circa 26 mila torri e che è destinata a restare centrale anche se Fastweb e TIM riuscissero a creare le 6 mila torri che hanno annunciato di voler realizzare a marzo.
Per ora il dg Galli di Inwit non ha ancora parlato con Poste, ma puntella il posizionamento strategico dell’azienda: Teha Ambrosetti ha calcolato che la separazione strategica della rete dai servizi ha creato 10 miliardi di euro di valore, nella prospettiva di un periodo di grandi investimenti allora sedersi intorno a un tavolo conviene a tutti.
I rapporti tesi con TIM e Fastweb, la questione del rinnovo delle frequenze
Ma i temi d’attualità per INWIT non finiscono qui, perché dopo le disdette dei contratti di servizio di Tim e Fastweb (i master service agreement) la via di un accordo stragiudiziale tra le parti sembra la più conveniente per tutti (così per esempio Intermonte a luglio), ma ci vorranno passi concreti in questa direzione.
C’è anche il tema caldo del rinnovo delle frequenze che scadranno alla fine del 2029: l’Agcom, l’Autorità delle comunicazioni, ha ipotizzato un rinnovo gratuito in cambio di investimenti nello sviluppo del 5G; ma a fine settembre è giunto l’altolà dell’Antitrust che ha messo in guardia dal rischio di accordi di natura collusiva tra gli operatori concorrenti.
L’esigenza di salvaguardare e promuovere gli investimenti nelle infrastrutture e nel digitale ancora una volta deve essere bilanciata con l’imperativo di tutelare i consumatori e la gestione strategica dei dati.
Sul caso indirettamente è intervenuto anche il Berec, l’associazione delle autorità europee delle comunicazioni come l’italiana Agcom, che appena all’inizio di ottobre ha messo affermato che il legame tra la scala (leggi fusioni&acquisizioni) e gli investimenti non è automatico, anzi “L’evidenza empirica collega le fusioni ad aumenti dei prezzi per i consumatori e incerti guadagni sul fronte degli investimenti e dell’innovazione”.
L’industria delle tlc, soprattutto in Italia, lamenta però da anni un eccesso di concorrenza che penalizzerebbe i prezzi e quindi le risorse per gli investimenti.
Con la differenza che adesso appare chiaro come non mai il legame tra le infrastrutture digitali e la sovranità e viene così chiamata in causa la politica.
Dossier complessi insomma, sui quali però senz’altro anche Inwit avrà da dire la propria, perché poi senza una banda larga anche sull’etere il deployment dell’AI e dei suoi vantaggi rischia davvero di rimanere soltanto teoria.