Banche centrali sotto pressione: guerra in Iran e petrolio rimettono in discussione la rotta dei tassi
pubblicato:Fed divisa tra inflazione energetica e lavoro in rallentamento. Anche la BCE frena: lo shock petrolifero complica l’outlook e rafforza lo scenario di tassi più alti più a lungo

Banche centrali sotto pressione: guerra in Iran e rischio stagflazione
Lo scoppio del conflitto in Medio Oriente sta rimettendo in discussione le previsioni e le strategie delle principali banche centrali.
L’impennata del petrolio – salito verso i 90 dollari al barile – e il contestuale indebolimento del mercato del lavoro statunitense stanno creando un contesto complesso, che riporta al centro il rischio di stagflazione: crescita in rallentamento e inflazione più persistente.
Fed tra due fuochi: inflazione energetica e lavoro debole
Negli Stati Uniti la Federal Reserve si trova davanti a una scelta scomoda. Da un lato l’aumento dei prezzi dell’energia e della benzina (salita in pochi giorni da circa 3 a 3,32 dollari al gallone) rischia di riaccendere l’inflazione, già sopra il target al 2,9%.
Dall’altro, i segnali dal mercato del lavoro sono in deterioramento: a febbraio le nonfarm payrolls sono calate di circa 92.000 unità, con disoccupazione salita al 4,4%, mentre la dinamica occupazionale del 2025 resta tra le più deboli degli ultimi anni.
In questo contesto, diversi esponenti della Fed hanno sottolineato la necessità di prudenza:
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Mary Daly ha evidenziato che entrambi i mandati – inflazione e occupazione – sono sotto pressione.
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Christopher Waller considera il petrolio potenzialmente uno shock temporaneo, ma avverte sui rischi se il conflitto si prolungasse.
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Austan Goolsbee continua a vedere spazio per tagli entro fine anno, ma con tempistiche rinviate dall’incertezza.
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Tra i falchi, Beth Hammack resta focalizzata sull’inflazione e propende per tassi fermi più a lungo.
Il consenso operativo appare chiaro: nessuna fretta di agire. La riunione del FOMC di marzo dovrebbe confermare i tassi nell’intervallo 3,50%-3,75%, mentre il mercato continua a prezzare una prima riduzione a giugno, con probabilità in aumento dopo i dati sul lavoro.
Energia, domanda e trasmissione all’economia
Il nodo centrale è la trasmissione dello shock energetico all’economia reale.
Prezzi più alti dell’energia agiscono come una tassa implicita sui consumatori, comprimendo la domanda e rafforzando l’argomento dei dovish per un allentamento.
Allo stesso tempo, però, rischiano di disancorare le aspettative inflazionistiche, rendendo più complesso un taglio dei tassi.
In sostanza, la Fed rischia di trovarsi nella classica posizione del “cervo nei fari”, costretta ad attendere dati più stabili prima di modificare la rotta.
BCE: scenario cambiato con il petrolio
Anche la Banca centrale europea si trova a ricalibrare le proprie aspettative.
I verbali di febbraio indicavano fiducia in un’inflazione in calo sotto il target, ma l’improvviso rialzo del greggio ha cambiato il quadro.
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Il governatore José Luis Escrivá ha sottolineato che è “molto improbabile” una decisione imminente sui tassi senza una valutazione completa dell’impatto della guerra.
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L’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, è più esposta agli shock petroliferi rispetto agli USA.
Il dilemma è simile a quello americano: l’energia più cara spinge l’inflazione nel breve ma frena la crescita nel medio periodo.
La politica monetaria, inefficace contro shock temporanei, potrebbe reagire solo se i rincari diventassero persistenti o se salissero le aspettative di lungo periodo.
Il MSCI World USD mostra ancora una struttura sana, ma entra in una fase più selettiva
Alla luce del contesto macro più incerto – tra shock petrolifero, banche centrali più caute e volatilità geopolitica – il quadro tecnico del MSCI World USD resta costruttivo ma in fase di verifica dopo il forte rally degli ultimi trimestri.
La violazione della media mobile esponenziale a 10 settimane segna un passaggio importante nella dinamica del MSCI World USD.
Dopo un lungo periodo caratterizzato da un trend rialzista ordinato e accompagnato quasi costantemente dalla EMA10 come supporto dinamico, il mercato mostra ora segnali evidenti di perdita di momentum nel breve periodo.
Non si tratta ancora di un’inversione strutturale, ma di un cambiamento di fase: da movimento impulsivo a fase correttiva più articolata.
Dal punto di vista tecnico, la rottura della EMA10 tende storicamente a rappresentare l’inizio di una fase di riassorbimento del rialzo, che spesso si estende fino alla EMA a 50 settimane, vero spartiacque del trend ciclico.
Questo livello diventa quindi il riferimento principale per valutare se il movimento in atto sia solo una correzione fisiologica o l’avvio di qualcosa di più profondo.
Va sottolineato che, nonostante il deterioramento di breve, la struttura di fondo resta costruttiva: i prezzi si muovono ancora all’interno del canale rialzista di lungo periodo, la EMA50 continua a salire e non si osserva ancora una sequenza ordinata di massimi e minimi decrescenti.
In questo senso, il quadro resta coerente con una fase di consolidamento anche alla luce del contesto macro più complesso – tra tensioni geopolitiche, petrolio in rialzo e banche centrali più caute – che inevitabilmente alimenta volatilità.
Nel breve periodo, il mercato sembra aver perso fluidità: le candele settimanali sono più ampie, con maggiore escursione e meno direzionalità, segnale tipico di transizione.
Finché l’indice resterà sopra la EMA a 50 settimane, lo scenario prevalente resterà quello di una correzione interna al bull market.
Solo una violazione decisa di quell’area cambierebbe il quadro, aprendo spazio a una fase correttiva più ampia e probabilmente più lunga.
In sintesi, il MSCI World USD sta entrando in una fase più selettiva e meno lineare: il trend di fondo non è compromesso, ma il mercato richiede ora maggiore disciplina operativa e attenzione ai livelli chiave, perché la probabilità di movimenti ampi e alternati è aumentata sensibilmente.
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Lettura strategica
Il quadro complessivo suggerisce che le banche centrali entreranno in una fase di attesa prolungata e flessibile, con tre driver chiave:
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Geopolitica e petrolio come principale fattore di rischio inflattivo.
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Mercato del lavoro decisivo per orientare eventuali tagli.
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Aspettative di inflazione vero ago della bilancia per le decisioni.
In termini di mercato – e coerentemente con le tue letture macro – questo scenario implica tassi probabilmente più alti più a lungo rispetto alle attese di inizio anno, con maggiore volatilità su obbligazionario, equity ciclici e valute, mentre asset difensivi ed energia restano supportati dal contesto geopolitico.
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