Conti pubblici: Unimpresa, deficit al 2,7% nel 2026, no impatto da guerra in Iran

di FTA Online News pubblicato:
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I conti pubblici italiani mostrano una dinamica di progressivo riequilibrio e potrebbero migliorare più rapidamente del previsto già nel 2026. Secondo diverse valutazioni macroeconomiche, il rapporto deficit/PIL potrebbe scendere al 2,7% il prossimo anno, leggermente al di sotto dell'obiettivo del 2,8% indicato dal governo. Il miglioramento sarebbe sostenuto da tre fattori principali: il calo dei tassi di interesse, una crescita economica leggermente superiore alle stime prudenziali e la tenuta del mercato del lavoro. È quanto si legge in un paper del Centro studi di Unimpresa, in cui si spiega che qualora il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran, fosse circoscritto ad alcune settimane, difficilmente sarebbe in grado di modificare in modo significativo le prospettive macroeconomiche e di finanza pubblica. Dopo la fase restrittiva avviata nel 2022, la politica monetaria della Banca centrale europea ha iniziato a normalizzarsi. Il tasso sui depositi Bce, che nel 2023 aveva raggiunto il 4%, è sceso progressivamente fino al 2% nel 2025. La riduzione del costo del denaro ha già prodotto effetti sul mercato dei titoli di Stato: il rendimento medio del BTP decennale, che nel 2023 oscillava tra il 4,5% e il 5%, si è stabilizzato nel 2025 intorno al 3,5-3,7%. Secondo stime del Ministero dell'Economia e della Banca d'Italia, un calo di circa un punto percentuale sui rendimenti medi di emissione può tradursi nel medio periodo in risparmi di diversi miliardi sulla spesa per interessi. Il tema è particolarmente rilevante considerando la dimensione del debito pubblico italiano, che a fine 2025 si colloca intorno ai 2.950 miliardi di euro. La spesa per interessi ha superato i 90 miliardi negli ultimi anni proprio a causa dell'impennata dei tassi nel biennio 2022-2023, ma potrebbe ora stabilizzarsi grazie al nuovo contesto monetario. Anche sul fronte macroeconomico le prospettive appaiono leggermente migliori rispetto alle ipotesi prudenziali incorporate nei documenti programmatici. Il governo prevede per il 2026 una crescita reale dello 0,7%, ma le ultime stime della Commissione europea e dell'Ocse indicano un ritmo compreso tra lo 0,9% e l'1%. Una crescita anche solo di pochi decimi superiore alle previsioni può rafforzare il gettito fiscale e contribuire alla riduzione del rapporto deficit/pil. A sostenere i conti pubblici è anche la solidità del mercato del lavoro. Nel 2025 il tasso di occupazione ha superato il 62% e il numero degli occupati si è mantenuto sopra i 23,5 milioni secondo i dati Istat, contribuendo all'aumento delle entrate contributive e fiscali. La pressione fiscale si è attestata al 43,1% del pil. Il percorso di riduzione del disavanzo appare quindi consolidato: dopo il picco superiore al 9% registrato nel 2020 durante la pandemia, il deficit è sceso al 3,4% nel 2024 e al 3,1% nel 2025. Nel 2026 potrebbe scendere sotto la soglia del 3%. Resta invece più complessa la dinamica del debito pubblico, pari al 137,1% del pil nel 2025. Tuttavia, con il ritorno del saldo primario in territorio positivo (0,7% del pil) e una crescita nominale superiore al 2%, le condizioni per una stabilizzazione del rapporto debito/pil stanno progressivamente maturando. Secondo le stime più diffuse, un'inversione della traiettoria del debito potrebbe arrivare dal 2027. «Le tensioni internazionali vanno sempre osservate con la massima prudenza, ma non bisogna cedere alla tentazione di trasformare ogni crisi geopolitica in una previsione di recessione. Se il conflitto dovesse restare circoscritto nel tempo, come sembra al momento, l'impatto sull'economia europea e italiana sarebbe limitato e temporaneo. I fondamentali dei conti pubblici e le prospettive di crescita non cambiano per uno shock di breve durata. La priorità deve restare quella di consolidare il percorso di riequilibrio della finanza pubblica e di sostenere imprese e investimenti, evitando allarmismi che rischiano solo di alimentare instabilità sui mercati» osserva il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, il quadro che emerge dai dati più recenti indica che, al di là dello scostamento marginale del deficit 2025 rispetto alle attese, la dinamica complessiva dei conti pubblici italiani continua a muoversi lungo una traiettoria di progressivo riequilibrio. Se si osservano gli indicatori più rilevanti, appare sempre più evidente come la fase più critica del ciclo dei conti pubblici – quella seguita alla pandemia e agli shock energetici del 2022-2023 – sia ormai alle spalle. Dopo anni segnati da interventi straordinari di sostegno all'economia e da forti pressioni sui conti dello Stato, il sistema di finanza pubblica sta tornando gradualmente verso un sentiero di maggiore stabilità. C'è da dire che un eventuale conflitto limitato tra Israele, Stati Uniti e Iran, della durata di alcune settimane, difficilmente sarebbe in grado di modificare in modo significativo le prospettive macroeconomiche e di finanza pubblica. Gli effetti economici di questi shock geopolitici dipendono soprattutto dalla durata e dall'ampiezza delle interruzioni energetiche: gli economisti segnalano che l'impatto rilevante sulla crescita si manifesterebbe solo in caso di crisi prolungata o di blocchi duraturi delle forniture petrolifere. In uno scenario di tensione circoscritta a tre o quattro settimane, è più probabile osservare episodi temporanei di volatilità nei prezzi dell'energia e nei mercati finanziari, senza effetti strutturali sulla crescita economica né sulle traiettorie previste dei conti pubblici, che continuerebbero quindi a seguire il percorso di graduale miglioramento già delineato nelle previsioni macroeconomiche. Il punto centrale riguarda la prospettiva per il 2026. Diversi fattori convergono nel suggerire che il miglioramento del disavanzo potrebbe proseguire con maggiore intensità rispetto a quanto incorporato nelle previsioni ufficiali. Le stime che indicano un rapporto deficit/PIL al 2,7% nel 2026 – leggermente migliore rispetto al target governativo del 2,8% – risultano coerenti con alcune dinamiche macroeconomiche già in atto e con un contesto finanziario che, rispetto al biennio precedente, appare meno oneroso.
Un primo elemento riguarda il ciclo dei tassi di interesse. Dopo la fase restrittiva avviata dalla Banca centrale europea nel 2022 per contrastare l'inflazione, nel corso del 2024 e del 2025 l'orientamento della politica monetaria si è gradualmente attenuato. Il tasso sui depositi della BCE, che aveva raggiunto il 4% nel 2023, è stato progressivamente ridotto fino al 2% nel 2025. Questo cambiamento ha iniziato a produrre effetti tangibili sui mercati finanziari e in particolare sul mercato dei titoli di Stato. Il rendimento medio del BTP decennale, che nel 2023 aveva oscillato tra il 4,5% e il 5%, si è stabilizzato nel 2025 su valori medi intorno al 3,5-3,7%. Una riduzione di circa un punto percentuale sui rendimenti medi di emissione può tradursi, secondo diverse stime del Ministero dell'Economia e della Banca d'Italia, in risparmi progressivi sulla spesa per interessi nell'ordine di alcuni miliardi l'anno nel medio periodo, man mano che il debito pubblico viene rifinanziato. Questo aspetto assume un peso particolare se si considera la dimensione del debito italiano. Alla fine del 2025 il debito della pubblica amministrazione si colloca intorno ai 2.950 miliardi di euro, secondo le rilevazioni della Banca d'Italia. Negli ultimi anni la spesa per interessi è aumentata sensibilmente, arrivando a superare i 90 miliardi annui, soprattutto a causa dell'impennata dei tassi nel biennio 2022-2023. Tuttavia, con il progressivo raffreddamento del costo del denaro, questa dinamica potrebbe stabilizzarsi e gradualmente attenuarsi. Anche un contenimento di pochi miliardi della spesa per interessi contribuisce direttamente al miglioramento del saldo complessivo di finanza pubblica.
Un secondo fattore riguarda l'andamento dell'economia reale. Il Documento Programmatico di Finanza Pubblica dell'autunno scorso incorpora una previsione di crescita del PIL reale per il 2026 pari allo 0,7% in termini grezzi. Si tratta di una stima prudenziale, che riflette un contesto internazionale ancora caratterizzato da incertezze geopolitiche e da una crescita europea moderata. Tuttavia, alcune indicazioni provenienti dalle istituzioni internazionali suggeriscono margini di espansione leggermente superiori. Le più recenti previsioni della Commissione europea collocano infatti la crescita italiana per il 2026 tra lo 0,9% e l'1%, mentre l'OCSE si muove su valori analoghi. Anche il Fondo monetario internazionale indica una moderata accelerazione rispetto al 2025. Una crescita economica anche solo di due o tre decimi superiore rispetto alle ipotesi programmatiche produce effetti sensibili sui conti pubblici. L'aumento del PIL nominale amplia automaticamente la base imponibile e genera maggiori entrate fiscali, mentre allo stesso tempo riduce il peso relativo del deficit sul prodotto interno lordo. Nel 2025, ad esempio, il PIL a prezzi correnti è cresciuto del 2,5%, un ritmo che ha contribuito alla stabilizzazione del rapporto deficit/PIL nonostante l'aumento della spesa per interessi.
Un terzo, ulteriore elemento di sostegno deriva dalla tenuta del mercato del lavoro. Secondo i dati Istat, nel corso del 2025 il tasso di occupazione ha raggiunto livelli storicamente elevati, superando il 62%, mentre il numero complessivo degli occupati si è mantenuto stabilmente sopra i 23,5 milioni. L'espansione dell'occupazione ha un impatto diretto sia sulle entrate contributive sia sul gettito fiscale, rafforzando la dinamica delle entrate pubbliche. Non a caso, nel 2025 la pressione fiscale è salita al 43,1% del PIL, segnale di una base imponibile che continua ad ampliarsi insieme alla crescita dell'occupazione e dei redditi dichiarati.
In questo contesto, l'ipotesi di un deficit al 2,7% del PIL nel 2026 appare plausibile e, sotto alcuni aspetti, anche prudente. Il percorso di riduzione del disavanzo, iniziato dopo il picco registrato nel periodo pandemico – quando il deficit aveva superato il 9% del PIL nel 2020 – prosegue dunque in maniera graduale ma costante. Nel 2024 il rapporto deficit/PIL era sceso al 3,4%, nel 2025 al 3,1% e nel 2026 potrebbe scendere sotto la soglia simbolica del 3%, prevista dalle regole europee.
Il nodo più complesso rimane quello del debito pubblico. Con un rapporto debito/PIL pari al 137,1% nel 2025, l'Italia continua a presentare uno dei livelli più elevati tra le grandi economie avanzate. Tuttavia, la dinamica del debito dipende principalmente da due variabili: il saldo primario e la crescita nominale dell'economia. Con un saldo primario tornato positivo – pari allo 0,7% del PIL nel 2025 – e una crescita nominale superiore al 2%, le condizioni per una stabilizzazione del rapporto debito/PIL stanno progressivamente maturando. Proprio per questo motivo, l'eventuale inversione della traiettoria del debito – attesa non prima del 2027 – non rappresenta necessariamente un segnale negativo. Piuttosto riflette il tempo necessario affinché gli effetti combinati della crescita economica, del contenimento dei tassi di interesse e del miglioramento dei saldi primari producano risultati pienamente visibili anche sul rapporto tra debito e prodotto. Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un riequilibrio progressivo dei conti pubblici italiani. La riduzione del deficit prosegue, il ciclo dei tassi di interesse diventa più favorevole e la crescita economica, pur moderata, continua a sostenere le entrate dello Stato. In un contesto internazionale ancora incerto, la traiettoria della finanza pubblica appare dunque orientata verso un miglioramento graduale ma strutturale, con prospettive di ulteriore consolidamento nei prossimi anni.

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