Debito globale sotto pressione: tassi più alti e guerra energetica riaccendono i timori sui conti pubblici
pubblicato:L’Italia mostra una stabilità relativa dello spread rispetto al passato, ma il rialzo del costo del denaro rischia di ridurre i margini di manovra fiscale e di frenare la crescita nel medio periodo

Debito globale sotto pressione: tassi più alti, energia cara e nuove sfide fiscali
Italia osservata speciale: spread contenuto ma rischio costo del debito in aumento
Guerra in Iran e inflazione energetica riaccendono il tema della sostenibilità dei conti pubblici
Negli ultimi anni le principali economie mondiali hanno registrato un forte aumento del debito pubblico, risultato di una sequenza ravvicinata di shock che ha richiesto politiche fiscali espansive: pandemia, crisi energetica, transizione climatica, aumento della spesa militare e ora nuove tensioni geopolitiche in Medio Oriente.
La guerra tra Stati Uniti e Iran rappresenta l’ultimo elemento di pressione su un sistema già fragile: il rialzo del petrolio e del gas riaccende infatti i timori di inflazione, costringendo le banche centrali a mantenere una politica monetaria prudente e mantenendo quindi elevati i costi di finanziamento dei governi.
Il risultato è un contesto complesso in cui gli Stati devono gestire contemporaneamente elevato debito accumulato e costo del debito in aumento, una combinazione che nel tempo può limitare la crescita economica e ridurre gli spazi di manovra fiscale.
Sul canale Telegram Econotrade Insights troverai gli aggiornamenti sull'andamento dei mercati, segnali operativi e commenti esclusivi per gestire i prossimi movimenti, richiedi la tua prova gratuita scrivendo a info@ftaonline.com
Il nuovo problema: rifinanziare il debito costa di più
Dopo anni caratterizzati da tassi estremamente bassi, il ciclo restrittivo avviato dalle banche centrali per contrastare l’inflazione ha riportato i rendimenti dei titoli di Stato su livelli che non si vedevano da oltre un decennio.
La guerra in Iran ha contribuito a rafforzare questa tendenza: il rialzo delle materie prime energetiche alimenta infatti aspettative di inflazione persistente, spingendo gli investitori a richiedere rendimenti più elevati per finanziare il debito pubblico.
In molti paesi del G7 i rendimenti obbligazionari sono oggi nettamente superiori rispetto al periodo pre-pandemia, con un impatto diretto sulla spesa per interessi dei governi.
Un aspetto particolarmente delicato riguarda la struttura delle emissioni: molti Stati stanno privilegiando titoli con scadenze più brevi per limitare il costo immediato del debito, ma questo approccio comporta il rischio di dover rifinanziare frequentemente grandi quantità di titoli, esponendo i conti pubblici alla volatilità dei tassi.
Debito pubblico elevato in tutte le principali economie
Il rapporto tra debito pubblico e PIL risulta oggi pari o superiore al 100% in gran parte delle economie avanzate, con poche eccezioni.
Il Giappone resta il paese con il livello più elevato, con un debito superiore al doppio della propria economia, mentre anche paesi tradizionalmente prudenti come la Germania stanno aumentando la spesa per finanziare difesa, infrastrutture e transizione energetica.
La combinazione di fattori strutturali rende improbabile una rapida riduzione del debito:
- •
invecchiamento della popolazione
- •
aumento della spesa sanitaria e previdenziale
- •
investimenti nella transizione energetica
- •
incremento delle spese militari
- •
costo del servizio del debito più elevato
Si tratta di trend destinati a mantenere il livello di indebitamento su valori elevati per molti anni.
Italia: da sorvegliato speciale a caso relativamente stabile
Nel contesto europeo l’Italia continua a essere osservata con particolare attenzione per l’elevato livello di debito pubblico, ma negli ultimi anni la percezione del rischio è migliorata sensibilmente.
Dopo la crisi del debito sovrano del 2011-2012, il rafforzamento della coesione europea, gli strumenti comuni introdotti durante la pandemia e una maggiore stabilità politica hanno contribuito a ridurre il premio per il rischio richiesto dagli investitori.
Lo spread rispetto ai titoli tedeschi, pur sensibile alle fasi di volatilità geopolitica, resta su livelli significativamente più contenuti rispetto alle fasi di maggiore tensione del passato.
Al contrario, negli ultimi mesi l’attenzione degli investitori si è spostata anche su altri paesi europei, come la Francia, dove la frammentazione politica rende più complesso il percorso di consolidamento fiscale.
Per l’Italia la sfida principale resta la gestione del debito in un contesto di crescita moderata: tassi più elevati nel tempo potrebbero aumentare il peso degli interessi sul bilancio pubblico, riducendo lo spazio per politiche espansive.
Il segnale da monitorare: il costo degli interessi
Uno degli indicatori più importanti riguarda l’incidenza della spesa per interessi sul PIL.
Nei paesi OCSE, Stati Uniti inclusi, i pagamenti per interessi hanno già superato la spesa per la difesa nel 2024, evidenziando come il costo del debito stia tornando a essere una voce rilevante dei bilanci pubblici.
Parallelamente, il cosiddetto term premium – il rendimento aggiuntivo richiesto dagli investitori per detenere titoli a lunga scadenza – è tornato a salire, segnalando maggiore cautela da parte dei mercati sulla sostenibilità delle politiche fiscali nel lungo periodo.
Implicazioni per i mercati finanziari
L’aumento dei costi di finanziamento ha implicazioni dirette su tutte le asset class:
- •
può limitare la capacità dei governi di sostenere l’economia
- •
tende a mantenere elevata la volatilità sui mercati obbligazionari
- •
riduce il supporto fiscale alla crescita
- •
rende più selettivo il contesto per i mercati azionari
In questo scenario, l’equilibrio tra crescita economica, inflazione e sostenibilità del debito diventa uno dei principali fattori guida per i mercati nei prossimi anni.
La vera variabile chiave resta la capacità delle economie avanzate di mantenere tassi di crescita nominale superiori al costo medio del debito, condizione necessaria per stabilizzare il rapporto debito/PIL nel lungo periodo.
La guerra in Medio Oriente e il ritorno delle pressioni inflazionistiche rendono però questo equilibrio più difficile da raggiungere, riportando il tema del debito pubblico al centro dell’attenzione degli investitori globali.