Asia-Pacific in positivo. Nikkei 225 guadagna un netto 2,87%
pubblicato:Dopo una seduta in negativo per Wall Street (peggiore dei tre principali indici newyorkesi il Nasdaq Composite, deprezzatosi dello 0,84% martedì), alla riapertura degli scambi sui mercati asiatici la tendenza ha virato decisamente in positivo. L'andamento continua a essere altalenante in scia al comportamento ondivago di Donald Trump che sembra tuttavia confermare ora la volontà di siglare un accordo per mettere fine alla guerra in Iran. Nonostante Teheran continui a negare l'esistenza di trattative, la fiducia degli investitori riprende forza, mentre la volatilità si riflette anche sulle materie prime. Il prezzo del petrolio scivola di circa il 4% dopo il rally del 4% di martedì (arrivato successivamente al tracollo di oltre il 10% con cui era iniziata la settimana). Mentre l'oro torna invece a crescere significativamente, la tendenza di netto recupero per la regione si concretizza in un progresso di circa l'1,50% per l'indice Msci Asia-Pacific, Giappone escluso.
Sul fronte valutario il Bloomberg Dollar Spot Index, paniere che monitora la divisa americana nei confronti delle altre dieci maggiori monete, è in marginale arretramento a fronte comunque di un calo di quasi lo 0,20% per lo yen sul biglietto verde. A Tokyo il Nikkei 225 guadagna un netto 2,87% (fa poco peggio l'indice più ampio Topix, apprezzatosi del 2,57%). Nei verbali relativi al meeting di 22-23 gennaio della Bank of Japan (BoJ) è ancora protagonista la debolezza dello yen, come già nella precedente riunione di 18-19 dicembre. Diversi rappresentanti dell'istituto centrale nipponico, nota Reuters, avevano chiesto maggiore vigilanza sull'impatto della valuta sull'inflazione. Nell'incontro come previsto, e come sarebbe successo poi anche nel meeting di 18-19 marzo, la BoJ aveva conferma i tassi del Sol Levante sui massimi dal 1995 dello 0,75% raggiunto in dicembre con un incremento di 25 punti base. In generale i pareri espressi dai membri del board avevano evidenziato la determinazione della BoJ nel proseguire con la stretta monetaria, esprimendo fiducia sul fatto che l'aumento dei dazi Usa e i precedenti incrementi del costo del denaro non abbiano ancora costituito un freno significativo per l'economia.
Tutte in positivo le piazze cinesi. Shanghai Composite e Shanghai Shenzhen Csi 300 guadagnano l'1,30% e l'1,40% rispettivamente, contro un progresso dell'1,96% per lo Shenzhen Composite. Bene anche Hong Kong: a meno di un'ora dallo stop alle contrattazioni l'Hang Seng è infatti in crescita di circa lo 0,70% (fa poco peggio l'Hang Seng China Enterprises Index, sottoindice di riferimento nell'ex colonia britannica per la Corporate China, con un rialzo intorno allo 0,50%). A Seoul è stata dell'1,59% l'espansione del Kospi, mentre a Sydney è stato dell'1,86% il guadagno dell'S&P/ASX 200 in chiusura della sessione. Nei 12 mesi allo scorso 28 febbraio il tasso d'inflazione è sceso in Australia al 3,7% annuo dal 3,8% dei due precedenti periodi (3,4% al 30 novembre scorso). Il dato, comunque sopra al range dell'obiettivo del 2% -3% della Reserve Bank of Australia (Rba), si confronta con la lettura invariata sul 3,8% del consensus di Reuters.
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