Azioni, tassi e materie prime, ecco cosa aspettarsi

I mercati azionari hanno dimostrato di recente un'evidente incertezza, sono infatti molti gli indici, tra i quali anche il nostro Ftse Mib, che sembrano aver perso la strada del rialzo pur senza imboccare al tempo stesso in modo deciso quella opposta.

 

Alla base di queste indecisioni ci sono due fattori che lavorano in direzione opposta e che evidentemente si equivalgono come peso nella mente degli investitori: da una parte ci sono le preoccupazioni per l'andamento della pandemia e sul rischio che le varianti possano portare a nuove chiusure, dall'altro ci sono dati macro incoraggianti un po' per tutte le principali aree geografiche. 

 

Ha probabilmente invece perso di interesse il tema dell'inflazione, con le banche centrali che hanno fatto chiara la loro intenzione di lasciare correre i prezzi senza stringere i cordoni della borsa almeno per il momento. Certo, la Fed non potrà allontanare l'inizio del "tapering", la riduzione di acquisto di asset, a tempo indefinito, ma per il momento questa eventualità non dovrebbe interferire troppo con la valutazione delle azioni.

Secondo Richard Clarida, vice chairman del Board of Governors della Federal Reserve (Fed), è probabile che la FED raggiunga l'obiettivo di inflazione del 2% entro la fine del 2022 e inizi ad aumentare i tassi nel corso del 2023. Sull'inflazione evidenzia tuttavia dei rischio al rialzo: “se, come previsto, l’inflazione PCE di base quest’anno raggiungerà il 3%, o sicuramente supererà questo limite, considererò molto più di un ‘moderato’ superamento del nostro obiettivo di inflazione di lungo periodo del 2%”, ha aggiunto. Clarida, tuttavia, non ha fornito alcuna data per quando la Fed potrebbe iniziare a ridurre i suoi acquisti mensili di attività. La banca centrale ha acquistato 120 miliardi di dollari al mese in titoli del Tesoro e obbligazioni garantite da ipoteca per mantenere liquidi i mercati finanziari durante la pandemia.

A raffreddare le tensioni su questo fronte ci ha pensato la stima ADP (National Employment Report) sul mondo del lavoro Usa che ha evidenziato, nel mese di giugno, una crescita di 330 mila nuovi impieghi, da +680 mila unità della rilevazione precedente (rivisto da +692 mila unità) risultando inferiore alle attese degli addetti ai lavori che si aspettavano un incremento di 695 mila posti di lavoro.

 

Il risultato della perdita di momentum da parte della tendenza rialzista delle borse è stato una veloce risalita dei prezzi dei bond governativi con conseguente calo dei rendimenti. Solo poche settimane fa la maggioranza delle previsioni era in favore di una crescita dei rendimenti sulle obbligazioni governative, il movimento in direzione opposta è quindi una novità inattesa ed è probabilmente il primo punto da approfondire per cercare di capire quali potrebbero essere le prospettive per le azioni. L'idea è che fino a quando i rendimenti obbligazionari rimarranno bassi o addirittura in discesa le quotazioni azionarie difficilmente saliranno, viceversa l'emergere di tensioni al rialzo da parte dei rendimenti dovrebbero essere un indizio importante in favore di una ripresa dell'uptrend dell'azionario.

E per quello che riguarda il rendimento dei decennali governativi Usa siamo arrivati ad un importante punto di svolta: i minimi di luglio e di agosto, allineati in area 1,13%, si collocano sul 50% di ritracciamento del rialzo dai minimi di agosto 2020. Questa percentuale di ritorno è vista dagli analisti (insieme con quella del 61,8%) come lo spartiacque tra una fase di semplice correzione ed una di potenziale inversione della tendenza. In altre parole, fino a che il supporto di area 1,12/13% rimarrà intatto, il ribasso subito dal picco di fine marzo a 1,765 potrà essere considerato un elemento solo correttivo della precedente tendenza rialzista, che rimane quindi in forza, mentre la violazione di 1,12/13% potrebbe comportare ulteriori cali, con obiettivo anche inferiore all'1%, almeno fino in area 0,96%. Al di sopra del massimo del 23 luglio a 1,31% circa invece le oscillazioni delle ultime settimane si dimostrerebbero un "doppio minimo", figura rialzista che potrebbe fornire la base per il ritorno almeno fino a 1,5%. In base a quanto detto in precedenza quindi il superamento di area 1,31% dovrebbe segnalare la realizzazione di un ambiente favorevole ad una ripresa dell'azionario.

Anche nel caso dei rendimenti sul Bund tedesco è stato raggiunto un importante livello di supporto dal quale potrebbero partire reazioni al rialzo. Sul grafico degli ultimi mesi è facilmente riconoscibile la presenza di una figura a "testa spalle" ribassista, disegnata dal top del 26 febbraio e completata il 6 luglio con la violazione della linea che unisce i minimi di marzo e di giugno. Il target del "testa spalle" viene calcolato proiettando l'ampiezza della figura stessa dal punto di rottura e in questo caso si pone in area -0,51%, proprio sui minimi toccati recentemente. Dalla tenuta di questo supporto e dal superamento di area -0,46 si potrebbero ricavare segnali in favore di movimenti in area -0,40% e successivamente fino a -0,30%. Sarebbero invece discese al di sotto di -0,52/53% a riattivare il ribasso.

 

Un altro elemento da tenere sotto controllo è l'andamento del prezzo delle materie prime, quello del greggio e quello del rame in particolare (e quindi indirettamente anche del dollaro, rispetto al quale il petrolio è legato da una forte correlazione inversa). I timori che l'aumento dei contagi da Covid-19 a causa della variante Delta possano mettere a rischio la ripresa economica ha frenato la crescita delle quotazioni del greggio e del rame, una loro ripartenza sarebbe un ulteriore importante segnale che anche per le azioni è il momento di riprendere a salire.

 

Il trend rialzista di medio lungo periodo del future sul petrolio Brent, almeno così come descritto dalla media mobile esponenziale a 100 giorni, è ancora intatto: i prezzi si sono portati al di sopra della media il 9 novembre scorso e li sono rimasti fino ad ora, con l'indicatore che funziona da supporto in area $69,50. I minimi di luglio a 67,45 circa si collocano inoltre sul 23,6% di ritracciamento (prima delle percentuali di Fibonacci) del rialzo dai minimi di inizio novembre 2020, un ulteriore elemento che contribuisce a considerare la flessione delle ultime settimane come una fase di ripiegamento solo temporanea. Le cose cambierebbero in caso di discese al di sotto di area $67, con il rischio di vedere scivolare i prezzi almeno fino in area 60, uno scenario che comporterebbe con buona probabilità ulteriori cali anche da parte delle azioni. Se invece il Brent riuscisse a risalire al di sopra di area 75/76 diverrebbe probabile il superamento del picco di luglio a $77,85 circa con target successivo in area $85. 

Sul grafico del Copper (LME) si sta delineando da alcuni mesi una preoccupante figura ribassista. A partire dal picco del 25 febbraio i prezzi hanno infatti disegnato un potenziale "testa spalle", la cui linea di base, tracciata tra il minimo del 1° aprile e quello del 21 giugno, transita in area 9210/20. La violazione di quel supporto potrebbe comportare l'inizio di una fase correttiva estesa di tutto il rialzo visto dai minimi di marzo 2020, un movimento di ribasso che verrebbe causato con buona probabilità da una perdita di fiducia da parte dei mercati nella possibilità di una veloce ripresa dell'economia a livello globale. Per scongiurare il rischio di completamento della figura servirebbe un balzo delle quotazioni almeno al di sopra di area 10100, resistenza oltre la quale il rialzo dell'ultimo anno e mezzo circa potrebbe dirsi ripreso.