Meloni chiude l’era dello Stato in Mps: “Il ruolo del governo è terminato”

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
4 min

Il Tesoro resta in MPS con una quota residuale del 4,9% e non parteciperà più alle scelte di governance mentre il gruppo punta alla trasformazione con il piano industriale e l’integrazione con Mediobanca

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Fine dell’era pubblica per Monte dei Paschi

Le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni segnano un passaggio simbolico e politico importante nella lunga e complessa storia di Banca Monte dei Paschi di Siena.

In un’intervista rilasciata a Bloomberg, la premier ha infatti dichiarato che “il ruolo del governo è terminato”, sancendo di fatto la fine dell’era dell’intervento pubblico nella banca senese dopo anni di salvataggi, ricapitalizzazioni e presenza diretta dello Stato nel capitale.

Secondo Meloni, la quota residua detenuta dal Tesoro – pari a circa il 4,9% del capitale – non consente più al governo di esercitare alcuna influenza significativa sulla governance dell’istituto.

Per questo motivo l’esecutivo non parteciperà alle future decisioni strategiche né alla nomina dei nuovi organi di amministrazione e controllo.

Si tratta di una dichiarazione che mira a chiudere definitivamente una fase iniziata nel 2017, quando lo Stato intervenne per salvare il Monte con una massiccia ricapitalizzazione pubblica.

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La reazione immediata dei mercati

L’annuncio ha avuto un impatto immediato sui mercati finanziari. A Piazza Affari il titolo Monte dei Paschi ha accelerato al ribasso arrivando a perdere oltre il 6%, scendendo intorno agli 8,3 euro, mentre anche Mediobanca ha registrato forti vendite con un calo superiore al 5%.

La reazione negativa del mercato riflette probabilmente due fattori: da un lato la percezione che il governo possa presto uscire completamente dal capitale, aumentando l’offerta di azioni sul mercato; dall’altro l’incertezza legata alla fase di trasformazione strategica che sta attraversando la banca.

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Il progetto del nuovo gruppo Mps-Mediobanca

Le dichiarazioni della premier arrivano infatti in un momento particolarmente delicato per l’istituto senese, a ridosso della presentazione del nuovo piano industriale 2026-2030 e nel pieno del progetto di integrazione con Mediobanca.

Il piano strategico delineato dal management guidato dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio punta a creare quello che viene definito il terzo polo bancario italiano, con oltre 7 milioni di clienti e un modello di business più diversificato tra retail banking, wealth management, credito al consumo e investment banking.

Obiettivi finanziari ambiziosi al 2030

Gli obiettivi finanziari indicati dal gruppo sono ambiziosi. Mps prevede di raggiungere un utile netto adjusted di circa 3,7 miliardi di euro nel 2030, dopo i 3,3 miliardi stimati per il 2028, accompagnati da una politica di remunerazione molto generosa per gli azionisti.

Il piano prevede infatti circa 16 miliardi di euro di distribuzioni complessive nell’arco del periodo, con un payout del 100% degli utili.

Lovaglio ha presentato la strategia parlando di un gruppo costruito su “radici profonde e nuove frontiere”, sottolineando come l’integrazione con Mediobanca permetterà di combinare due modelli complementari: da un lato la rete commerciale capillare di Mps, dall’altro l’elevata specializzazione nell’advisory e nell’investment banking della banca milanese. Le sinergie stimate dall’operazione dovrebbero arrivare a circa 700 milioni di euro a regime.

Tecnologia e intelligenza artificiale al centro della strategia

Il piano prevede inoltre investimenti digitali per circa un miliardo di euro entro il 2030, con un forte utilizzo di intelligenza artificiale e piattaforme digitali per migliorare l’efficienza operativa e l’esperienza dei clienti.

Parallelamente, il gruppo punta a migliorare sensibilmente la redditività, con un cost/income ratio in discesa dal 46% al 38% e ricavi in crescita fino a 9,5 miliardi di euro.

Una nuova fase per il sistema bancario italiano

Nonostante queste prospettive di crescita, il mercato resta prudente. L’uscita definitiva dello Stato rappresenta infatti un passaggio storico ma anche un momento di transizione delicato, perché la banca dovrà dimostrare di poter sostenere da sola il proprio percorso strategico in un contesto competitivo sempre più complesso.

Le parole di Meloni, quindi, non segnano soltanto la fine di un capitolo politico-finanziario durato quasi un decennio, ma aprono anche una nuova fase per il sistema bancario italiano.

Se il progetto di integrazione con Mediobanca dovesse realizzarsi secondo i tempi previsti – con il completamento della fusione entro la fine del 2026 – potrebbe nascere un gruppo capace di competere con i principali player nazionali e rafforzare il ruolo dell’Italia nel panorama bancario europeo.

Per ora, però, i mercati sembrano voler attendere ulteriori sviluppi. La trasformazione di Monte dei Paschi da banca salvata dallo Stato a gruppo pienamente indipendente resta una delle operazioni più significative – e più osservate – della finanza italiana degli ultimi anni.

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