Attacco all’Iran: perché questa crisi può avere un impatto globale sull’economia
pubblicato:Mercati finanziari, inflazione e crescita globale: le tre variabili che potrebbero cambiare se il conflitto si allarga

Il conflitto che può cambiare gli equilibri energetici
L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici in Iran, seguito dalla risposta militare di Teheran con missili su Tel Aviv e basi americane nel Golfo, riporta al centro dell’attenzione uno dei principali rischi geopolitici per l’economia mondiale.
Secondo le prime ricostruzioni, gli attacchi sarebbero stati altamente selettivi, mirati a colpire vertici politici, militari e infrastrutture sensibili del Paese.
Le esplosioni hanno interessato diverse città iraniane tra cui Teheran, Isfahan, Kermanshah e Karaj, mentre l’Iran avrebbe reagito colpendo obiettivi israeliani e strutture militari statunitensi nella regione.
Se il conflitto dovesse rimanere circoscritto, l’impatto economico potrebbe essere limitato.
Tuttavia, se l’escalation coinvolgesse infrastrutture energetiche o rotte marittime, le conseguenze per i mercati globali potrebbero diventare molto più rilevanti.
Il peso dell’Iran nel mercato del petrolio
L’Iran è uno degli attori energetici più importanti del Medio Oriente.
Il Paese produce circa 3,3 milioni di barili di petrolio al giorno, oltre a 1,3 milioni di barili di condensati e liquidi, contribuendo per circa il 4,5% della produzione globale.
Gran parte di questo petrolio viene esportato attraverso l’isola di Kharg, da cui le petroliere transitano nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo per il commercio energetico.
Il nodo cruciale è proprio questo: attraverso lo Stretto di Hormuz passa circa un terzo del petrolio trasportato via mare a livello globale.
Qualsiasi rischio di interruzione di questo flusso potrebbe provocare forti shock sui prezzi del greggio, con effetti immediati su inflazione, trasporti e costi industriali.
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Chi compra il petrolio iraniano
Nonostante le sanzioni occidentali, il petrolio iraniano continua a trovare sbocchi sul mercato internazionale.
I principali acquirenti sono raffinerie private cinesi, che negli ultimi anni hanno assorbito gran parte delle esportazioni di Teheran.
Tuttavia, le pressioni diplomatiche e le sanzioni statunitensi hanno ridotto in parte questi flussi.
Per proteggersi da eventuali attacchi o blocchi commerciali, l’Iran ha anche accumulato circa 200 milioni di barili di petrolio stoccati su petroliere, una quantità pari a circa due giorni di consumo mondiale.
Questo stock rappresenta una sorta di cuscinetto temporaneo per il mercato energetico globale.
Il ruolo dell’OPEC e la possibile compensazione dell’offerta
In teoria, un eventuale calo della produzione iraniana potrebbe essere compensato da altri produttori dell’OPEC, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che dispongono di capacità inutilizzata.
Tuttavia questa capacità di riserva si è ridotta negli ultimi mesi a causa degli aumenti di produzione decisi dal cartello per stabilizzare il mercato.
Per questo motivo, in caso di escalation, la capacità di compensare rapidamente l’offerta potrebbe essere limitata, aumentando la volatilità del prezzo del petrolio.
Il gigante nascosto: il gas naturale
Oltre al petrolio, l’Iran possiede una delle più grandi riserve di gas naturale del pianeta.
Il Paese sfrutta il gigantesco giacimento offshore South Pars, che condivide con il Qatar (dove prende il nome di North Dome).
Questo bacino rappresenta circa un terzo delle più grandi riserve di gas del mondo, con una capacità stimata di 1.800 trilioni di piedi cubi di gas, sufficiente a coprire il fabbisogno energetico globale per oltre 13 anni.
Nel 2024 l’Iran ha prodotto circa 276 miliardi di metri cubi di gas, ma il 94% viene consumato internamente, a causa delle sanzioni e delle limitazioni tecnologiche che impediscono una maggiore esportazione.
Perché i mercati finanziari guardano con preoccupazione
Dal punto di vista economico globale, i mercati temono soprattutto tre effetti:
1️⃣ Shock sul prezzo del petrolio
Se le esportazioni iraniane venissero interrotte o se lo Stretto di Hormuz fosse minacciato, il prezzo del greggio potrebbe salire rapidamente.
2️⃣ Inflazione energetica
Un aumento del petrolio si trasmetterebbe rapidamente ai costi di trasporto, produzione e alimentazione.
3️⃣ Instabilità finanziaria
Le tensioni geopolitiche tendono a spingere gli investitori verso asset rifugio come oro e dollaro, penalizzando azioni e asset rischiosi.
Il vero rischio: l’allargamento del conflitto
In questo momento la domanda principale per gli investitori non è tanto l’attacco in sé, quanto la possibilità che il conflitto si allarghi nella regione del Golfo.
Se dovessero essere coinvolti direttamente altri Paesi produttori o se le infrastrutture energetiche venissero colpite, il conflitto potrebbe trasformarsi in uno shock energetico globale, con effetti simili – anche se probabilmente meno estremi – alle crisi petrolifere del passato.
In caso contrario, se le operazioni resteranno limitate e le rotte energetiche continueranno a funzionare, l’impatto sull’economia mondiale potrebbe rimanere contenuto e temporaneo.
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