Salgono inflazione e rendimenti, e le borse?

Salgono inflazione e rendimenti, e le borse?

Tre dati macro di recente uscita fanno capire quanto potrebbe diventare serio il problema dell'inflazione nei prossimi mesi, e quanto sta aumentando il rischio che non si tratti di una fiammata solo temporanea, come invece hanno ritenuto probabile le principali banche centrali. 

Negli Usa l'Indice S&P/Case Shiller, che misura l'andamento dei prezzi delle abitazioni nelle 20 principali città statunitensi, ha evidenziato nel mese di luglio un incremento del 19,9% rispetto allo stesso periodo del 2020, in crescita rispetto alla rilevazione precedente (+19,1%), risultando però inferiore al consensus fissato su un incremento del 20,1%. Rispetto al mese precedente l'indice è cresciuto dell'1,5% dal +2% della rilevazione precedente. L'Indice Prezzi Abitazioni pubblicato dalla Federal Housing Finance Agency (FHFA) è cresciuto dell'1,4% a luglio rispetto al mese precedente dal +1,7% (consensus +1,5%). Da luglio 2020 a luglio 2021, i prezzi delle case sono aumentati del 19,2%, attestandosi a 348,4 punti. 

In Germania invece l'Ufficio Federale di Statistica Destatis ha reso noto che i prezzi alle importazioni nel mese di agosto sono cresciuti dell'1,4% su base mensile dal +2,2% precedente, risultando superiori alle attese fissate su un incremento mensile pari all'1,2% e sono aumentati del 16,5% su base annuale (il ritmo più rapido da 40 anni), dal +15%. I prezzi delle esportazioni sono cresciuti dello 0,7% su base mensile e del 7,2% rispetto ad agosto 2020.

Nella zona euro, l'inflazione flash per il mese di settembre è cresciuta del +3,4% rispetto al settembre 2020, leggermente sopra le stime di +3,3% e al ritmo più elevato da tredici anni.

Alla luce di questo scenario i "falchi" della banca centrale Usa fanno sentire la propria voce.

Secondo James Bullard, president della Federal Reserve di St. Louis, l'istituto centrale di Washington dovrà passare a una politica più aggressiva per gestire l'inflazione che a suo parere resterà sopra al 2,8% per tutto il prossimo anno, ben al di sopra quindi del target del 2% della banca centrale. "L'inflazione potrebbe essere molto più persistente di quanto sperassimo e in tal caso dovremo ricalibrare il modo in cui la terremo sotto controllo", ha dichiarato Bullard in un'intervista esclusiva a Reuters. La Fed, ha sottolineato, dovrà iniziare a ridurre il suo bilancio da 8.000 miliardi di dollari l'anno prossimo non appena si concluderà il tapering. Per Bullard tra le misure aggressive necessarie per l'elevata inflazione potrebbero esserci anche due rialzi dei tassi d'interesse Usa già nel 2022. 

Del resto lo stesso presidente della Fed Jerome Powell parlando mercoledì alla Commissione di servizi finanziari della Camera, almeno stando agli stralci anticipati del discorso, che "L'inflazione è elevata e probabilmente rimarrà tale nei prossimi mesi, prima di moderare il passo. Con l'economia che continua a riaprire e le spese che rimbalzano assistiamo a una pressione al rialzo sui prezzi, causata in particolare da strozzature nell'offerta in alcuni settori. Questi effetti si stanno dimostrando più sostenuti e duraturi di quanto anticipato". Powell dirà anche che i rialzi si smorzeranno e che quindi l'inflazione tornerà a scendere verso l'obiettivo di lungo periodo, pari al 2%, ma intanto anche la sua posizione è quella di una veloce salita dell'inflazione.

Per questo motivo la Fed dovrebbe annunciare l'inizio della riduzione del suo piano di acquisti straordinari di asset da 120 miliardi di dollari al mese già nella riunione di novembre per poi terminarli nei primi mesi del 2022. Una volta avviato il "tapering" i membri della Federal Reserve dovranno discutere sul quando iniziare ad alzare i tassi di interesse. Del resto l'output dell'economia Usa ha già superato i livelli precedenti la pandemia, la crescita è prevista robusta anche per il prossimo anno e non c'è quindi motivo, secondo Bullard, di continuare con interventi di sostegno. Bullard ha concluso la sua intervista dicendo "Inflation could also be a lot more persistent than we had hoped and in that case we will have to recalibrate how we are going to keep inflation under control".

La Fed non è la sola che pensa di dovere mettere la mano sulla leva dei tassi prima di quanto preventivato in precedenza, anche la Banca d'Inghilterra ad esempio ha fatto capire di programmare rialzi del costo del denaro nel prossimo futuro. E infatti il rendimento sui titoli decennali ha superato l'1% per la prima volta da marzo 2020.

A fare temere un rialzo dell'inflazione più veloce del previsto e quindi un intervento delle banche centrali altrettanto rapido è anche il comportamento dei prezzi dell'energia, petrolio e gas naturale galoppano e sebbene una flessione correttiva sia, almeno stando all'analisi tecnica, alle porte, la tendenza di fondo appare orientata al rialzo. E' vero che l'aumento del costo dell'energia e in generale delle materie prime avrà prima un impatto sui prezzi alla produzione ma è comunque probabile che almeno una parte di questi aumenti alla fine venga passato sui consumatori.

Il primo effetto di questi mutamenti di scenario sui mercati finanziari è stato un brusco aumento dei rendimenti sui titoli di stato (maggiore inflazione attesa comporta un rialzo dei rendimenti sulle scadenze più lontane) che a sua volta rende meno attraenti in termini relativi i rendimenti sui titoli azionari.

Il grafico dei rendimenti sui decennali Usa mostra una forte resistenza proprio in area 1,53/55%, dove si collocano le attuali quotazioni. La tenuta di quei livelli potrebbe originare una discesa che permetterebbe ai mercati azionari di tirare il fiato, al contrario tuttavia se area 1,55% venisse superata i rendimenti potrebbero tornare almeno fino a testare il picco di marzo a 1,76% circa. Sopra quella soglia si aprirebbe poi la strada per movimenti verso il 2%.

L'aumento dei rendimenti e lo spettro di un rialzo dei tassi di interesse penalizza soprattutto i settori ad alto beta, i titoli "growth", come quello della tecnologia, questo è il motivo della debolezza del Nasdaq più accentuata rispetto agli altri panieri negli ultimi giorni.

Sul grafico del Nasdaq Composite è comparso un testa spalle ribassista, disegnato a partire dal picco del 5 agosto, figura che è stata completata con la discesa (confermata da almeno una chiusura di seduta) al di sotto del minimo del 19 agosto a 14423 punti. La base del testa spalle coincide con la media mobile esponenziale a 100 giorni, indicatore che fornisce una idea della condizione della tendenza di medio periodo: la sua violazione sposta l'ago della bilancia verso il ribasso. Adesso primo supporto a 13800 circa, media mobile esponenziale a 200 giorni (sintesi della condizione del trend di lungo termine), poi a 13305, base del gap rialzista del 20 maggio. 

Per allontanare i rischi di ribasso i prezzi dovrebbero salire al di sopra di area 15100 circa. E non si faccia l'errore di credere che in caso di conferma dei recenti segnali negativi il Nasdaq potrebbe essere abbandonato al proprio destino e risultare l'unico indice in sofferenza tra i principali panieri azionari: discese al di sotto di area 14400 confermerebbero uno scenario negativo per le borse nel complesso.