L'economia USA rallenta, ma la Fed non può ancora abbassare la guardia

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
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L'inflazione resta troppo elevata per consentire una svolta della Fed: aumenta il rischio di una fase di stagflazione "soft"

L'economia USA rallenta, ma la Fed non può ancora abbassare la guardia

L'economia americana rallenta, ma la Fed resta con le mani legate

Il mercato del lavoro perde slancio: occupazione sotto le attese e partecipazione ai minimi dal 2021.

Inflazione ancora elevata e crescita in frenata: il rischio non è la recessione, ma una stagflazione "soft".

Il rapporto sul mercato del lavoro di giugno conferma che l'economia statunitense sta progressivamente perdendo slancio, anche se non emergono ancora segnali tali da far pensare a una recessione imminente.

I nuovi occupati non agricoli sono aumentati di appena 57.000 unità, circa la metà delle attese degli analisti (110.000), mentre i dati di aprile e maggio sono stati rivisti complessivamente al ribasso di 74.000 posti di lavoro.

Si tratta di un rallentamento evidente rispetto ai mesi precedenti, che conferma come la crescita del mercato del lavoro stia diventando sempre più modesta.

Il mercato del lavoro mostra le prime crepe

Ancora più significativo è il calo del tasso di partecipazione alla forza lavoro, sceso al 61,5%, il livello più basso dal marzo 2021.

Il tasso di disoccupazione è sì diminuito dal 4,3% al 4,2%, ma il miglioramento è in larga parte dovuto all'uscita di circa 720.000 persone dal mercato del lavoro, più che a un'effettiva accelerazione delle assunzioni.

Anche l'occupazione rilevata dall'indagine sulle famiglie è diminuita di oltre 500.000 unità, mentre il rapporto occupazione/popolazione è sceso al 59%.

Il rallentamento appare concentrato soprattutto nei settori più sensibili ai consumi discrezionali.

Il comparto del tempo libero e dell'ospitalità ha perso 61.000 posti di lavoro, il calo più marcato dalla fase pandemica, con forti riduzioni nei ristoranti, nei bar e negli alberghi.

Un segnale che suggerisce come l'aumento del costo della vita e il rincaro della benzina registrato durante il conflitto in Medio Oriente abbiano iniziato a incidere sui bilanci delle famiglie, inducendo molti consumatori a ridurre le spese non essenziali.

Allo stesso tempo, però, non si osserva ancora un deterioramento generalizzato del mercato del lavoro.

I licenziamenti restano storicamente contenuti e diversi comparti, come servizi professionali, assistenza sociale, sanità ed edilizia, continuano a creare occupazione.

I salari crescono del 3,5% su base annua, un ritmo relativamente moderato ma comunque inferiore all'inflazione, che continua a viaggiare oltre il 4%.

Ciò implica una perdita di potere d'acquisto che potrebbe tradursi in una progressiva frenata della spesa delle famiglie nei prossimi trimestri.

La Fed non può permettersi di cambiare rotta

Il vero problema, tuttavia, riguarda la politica monetaria. In condizioni normali, un mercato del lavoro che rallenta così sensibilmente spingerebbe la Federal Reserve ad assumere un atteggiamento più accomodante.

Oggi, però, la banca centrale ha margini molto limitati. L'inflazione resta infatti ben superiore all'obiettivo del 2%, alimentata nei mesi scorsi dall'impennata dei prezzi energetici e da un contesto geopolitico ancora instabile.

Di conseguenza, pur prendendo atto dell'indebolimento dell'economia, la Fed difficilmente potrà modificare rapidamente la propria impostazione restrittiva.

Il mercato ha reagito riducendo le probabilità di ulteriori rialzi dei tassi nei prossimi mesi, con un calo dei rendimenti obbligazionari e un indebolimento del dollaro.

Tuttavia, questo non significa necessariamente che la politica monetaria diventerà presto più favorevole.

Se l'inflazione dovesse rimanere elevata, la Federal Reserve potrebbe essere costretta a mantenere i tassi su livelli restrittivi ancora a lungo, accettando un rallentamento della crescita pur di evitare una nuova accelerazione dei prezzi.

Il rischio è una stagflazione "soft"

Lo scenario che si sta delineando non è quello di una recessione imminente, bensì di una fase decisamente più complessa: crescita economica in progressivo rallentamento, consumi meno dinamici, mercato del lavoro che perde vigore e inflazione ancora troppo elevata per consentire alla Fed di intervenire rapidamente.

Non siamo di fronte a una crisi economica, ma aumentano i segnali di un'economia che sta perdendo velocità proprio nel momento in cui la banca centrale dispone di meno strumenti per sostenerla.

È questa la combinazione che oggi preoccupa maggiormente gli investitori: una stagflazione "soft", caratterizzata da crescita debole e inflazione persistente, uno scenario che tende a essere più difficile da gestire sia per la Federal Reserve sia per i mercati finanziari.