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Ma questa Europa dove vuole andare?

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
8 min

L’Eurozona cresce dello 0,4%, ma il dato medio nasconde economie sempre più divergenti: Francia in contrazione, Italia ferma, Germania debole e Spagna ancora in espansione

Ma questa Europa dove vuole andare?
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Il Vecchio Continente procede in ordine sparso

Guardando soltanto al dato aggregato, l’economia europea sembrerebbe avere superato un altro trimestre difficile: il prodotto interno lordo dell’Eurozona è cresciuto dello 0,4%, il doppio rispetto allo 0,2% previsto dal consensus.

Dietro questa media apparentemente rassicurante si nasconde però un continente che procede in ordine sparso.

La Spagna cresce del 2,7% annuo, i Paesi Bassi del 2,1% e la Germania dell’1,2%, mentre la Francia torna a contrarsi e l’Italia rimane sostanzialmente ferma.

Più che un’area economica integrata, l’Europa sembra ormai un insieme di Paesi sottoposti agli stessi shock ma incapaci di reagire con la stessa intensità.

Una divergenza che rende ancora più difficile il compito della Banca centrale europea e mette in discussione la sostenibilità di una politica monetaria unica applicata a economie che si trovano in condizioni profondamente differenti.

Francia: non è ancora recessione, ma gli investimenti continuano a scendere

Il Pil francese è diminuito dello 0,1% nel terzo trimestre, dopo la sostanziale stagnazione della primavera e la contrazione dello 0,2% registrata nei primi tre mesi dell’anno.

Formalmente non si può ancora parlare di recessione. Le variazioni sono minime, potrebbero essere riviste e non mostrano quella diffusione e quella profondità necessarie per identificare una vera fase recessiva.

Il problema, tuttavia, non è tanto l’etichetta statistica quanto la composizione della crescita.

I consumi delle famiglie sono aumentati dello 0,4%, sostenuti anche dai ripetuti rialzi del salario minimo. È invece proseguita la contrazione degli investimenti:

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    −0,8% nel primo trimestre;

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    −0,5% nel secondo;

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    −0,6% nel terzo.

Tre trimestri consecutivi di flessione rappresentano un segnale più preoccupante di una variazione marginalmente negativa del Pil. Se le imprese investono meno, diminuiscono la capacità produttiva futura, l’innovazione, la produttività e la possibilità di competere sui mercati internazionali.

Anche le esportazioni sono arretrate dell’1,7%, dopo il forte recupero della primavera. La debolezza francese non deriva quindi da un crollo dei consumi, ma dal deterioramento delle componenti che dovrebbero sostenere la crescita nel medio periodo.

A questo si aggiunge un’inflazione salita al 3,4%, dal 3,1%. La Francia si trova così in una situazione scomoda: attività economica in contrazione, investimenti deboli, conti pubblici sotto pressione e prezzi che continuano ad accelerare.

Italia: crescita zero e inflazione al 5,4%

Il quadro italiano appare ancora più delicato. Nel terzo trimestre il Pil è rimasto invariato, dopo il modesto +0,2% dei tre mesi precedenti. Su base annua la crescita rallenta dall’1% allo 0,8%, al di sotto dello 0,9% atteso.

Nello stesso tempo l’inflazione di ottobre accelera al 5,4% annuo, con un incremento dello 0,9% rispetto al mese precedente.

È una combinazione pericolosa: economia ferma e prezzi in forte aumento. Non siamo necessariamente in una stagflazione conclamata, ma le caratteristiche dello scenario sono chiaramente stagflazionistiche.

L’aumento dell’energia riduce il reddito reale delle famiglie, comprime i margini delle imprese e peggiora la competitività di un sistema manifatturiero che già soffre una domanda europea debole. Le aziende più piccole, con minore potere contrattuale e accesso al credito più costoso, rischiano di subire l’impatto maggiore.

La crescita italiana continua inoltre a dipendere da fattori difficilmente replicabili all’infinito: investimenti pubblici, turismo, incentivi e spesa legata alla transizione energetica e digitale.

Senza un’accelerazione della produttività e degli investimenti privati, lo spazio per una crescita strutturale rimane molto limitato.

Il dato dell’Eurozona rischia di illudere

La crescita trimestrale dello 0,4% dell’Eurozona è migliore delle attese, ma rappresenta un rallentamento rispetto allo 0,6% della primavera.

Soprattutto, è distribuita in modo estremamente disomogeneo.

La Spagna continua a beneficiare della forza dei servizi, del turismo, dell’immigrazione e di una domanda interna relativamente dinamica. La Germania mostra qualche segnale di recupero, ma resta esposta alla debolezza industriale, ai costi energetici e alle difficoltà del settore automobilistico. Francia e Italia, invece, si muovono tra stagnazione e contrazione.

Questa divergenza rende il dato medio sempre meno rappresentativo. La crescita dell’Eurozona non significa che tutte le sue principali economie stiano crescendo.

Allo stesso modo, un’inflazione media non descrive correttamente le pressioni subite dai singoli Paesi.

È questo uno dei problemi irrisolti dell’unione monetaria: la BCE stabilisce un solo tasso d’interesse, ma quel tasso produce conseguenze molto diverse da Madrid a Parigi, da Roma a Berlino.

La trappola della BCE

Le aspettative di inflazione a breve termine rilevate dalla BCE sono state riviste al rialzo e il mercato continua a considerare possibile un nuovo aumento dei tassi a dicembre.

Dal punto di vista della stabilità dei prezzi, un ulteriore intervento restrittivo può apparire giustificato. L’inflazione italiana al 5,4%, quella spagnola al 4,9% e la nuova accelerazione francese indicano che le pressioni non sono ancora sotto controllo.

Dal punto di vista della crescita, però, un nuovo rialzo rischierebbe di colpire economie già molto deboli. Tassi più elevati significano:

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    mutui e credito al consumo più costosi;

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    minori investimenti delle imprese;

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    maggiore spesa per interessi sui debiti pubblici;

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    pressioni sui mercati immobiliari;

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    condizioni finanziarie più restrittive per banche e aziende;

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    ulteriore apprezzamento del costo del capitale.

Il problema è che la BCE può ridurre la domanda, ma non può produrre petrolio, riaprire le rotte commerciali, abbassare il costo dell’elettricità o risolvere i problemi di produttività dell’industria europea.

Se l’inflazione deriva soprattutto dall’energia e dalle strozzature dell’offerta, aumentare i tassi può frenare l’economia senza incidere in modo decisivo sulla causa iniziale del rialzo dei prezzi.

Il vero problema è l’energia

La dipendenza energetica rimane il punto debole strutturale dell’Europa.

Il continente importa una parte rilevante dell’energia che consuma e risulta quindi particolarmente vulnerabile alle tensioni in Medio Oriente, al rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz e all’aumento dei prezzi di petrolio e gas.

Gli Stati Uniti sono produttori di energia e possono compensare almeno in parte l’aumento delle quotazioni attraverso maggiori ricavi e investimenti interni. L’Europa, al contrario, subisce prevalentemente un trasferimento di ricchezza verso l’estero.

Un Brent stabilmente sopra i 110-120 dollari rappresenterebbe una tassa indiretta su famiglie e imprese europee. L’impatto sarebbe particolarmente grave per Germania e Italia, dove il settore manifatturiero conserva un peso rilevante.

Senza una politica energetica comune, l’Europa continua però a rispondere con misure nazionali: tetti ai prezzi, sussidi, crediti d’imposta, bonus e interventi temporanei. Provvedimenti utili per contenere l’emergenza, ma che non risolvono la vulnerabilità strategica.

Ventisette politiche industriali e nessuna strategia comune

L’Europa parla di autonomia strategica, transizione energetica, difesa comune, intelligenza artificiale e rilancio industriale. Nella pratica, ogni Stato continua però a proteggere i propri campioni nazionali e a utilizzare gli spazi fiscali di cui dispone.

Questo favorisce i Paesi con maggiori risorse pubbliche e amplia le differenze interne. Se la Germania può sostenere la propria industria con interventi più consistenti rispetto all’Italia o alla Francia, il mercato unico rischia di trasformarsi in un terreno di competizione fiscale tra gli stessi Paesi membri.

Nel frattempo, gli Stati Uniti investono centinaia di miliardi nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori, nell’energia e nella difesa.

La Cina controlla ampie parti delle filiere industriali e delle materie prime critiche. L’Europa rimane spesso concentrata sulla regolamentazione di tecnologie sviluppate altrove.

Regolare è necessario, ma non può sostituire la capacità di innovare, finanziare e produrre.

Il rischio di una lunga stagnazione

Lo scenario più pericoloso per l’Europa non è necessariamente una recessione violenta.

Potrebbe essere qualcosa di meno spettacolare ma più difficile da correggere: una lunga stagnazione caratterizzata da crescita minima, inflazione superiore all’obiettivo, investimenti insufficienti e debito pubblico elevato.

In questo contesto:

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    i salari nominali aumentano ma il potere d’acquisto fatica a recuperare;

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    le imprese rinviano gli investimenti;

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    i governi spendono per compensare le emergenze;

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    la BCE mantiene tassi restrittivi;

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    il costo del debito assorbe risorse che potrebbero essere destinate allo sviluppo;

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    il divario tecnologico con Stati Uniti e Cina continua ad ampliarsi.

È una lenta erosione della competitività, difficile da percepire da un trimestre all’altro ma evidente su un orizzonte di dieci o vent’anni.

Dove vuole andare l’Europa?

La risposta, al momento, è poco confortante: l’Europa sembra sapere soprattutto che cosa vuole evitare, ma non ha ancora deciso chiaramente che cosa vuole diventare.

Vuole evitare l’inflazione, il debito eccessivo, la dipendenza energetica, la concorrenza sleale, la perdita di posti di lavoro e l’arretramento tecnologico.

Ma non ha definito con sufficiente chiarezza come finanziare la trasformazione industriale, come condividere i rischi, quali settori considerare strategici e quanta sovranità nazionale mettere realmente in comune.

Continuare con una moneta unica, politiche fiscali frammentate, sistemi energetici nazionali e strategie industriali concorrenti significa affidarsi alla speranza che le divergenze si ricompongano da sole.

I dati del terzo trimestre dicono invece il contrario: le divergenze stanno aumentando.

La crescita dello 0,4% dell’Eurozona può offrire qualche settimana di sollievo, ma non risponde alla domanda fondamentale.

Se Francia e Italia ristagnano, la Germania cresce appena e l’inflazione torna a salire, il problema non è più soltanto il prossimo rialzo della BCE: è capire quale progetto economico tenga insieme questa Europa e dove, esattamente, voglia condurla.

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Informazioni sull'autore:

Alessandro Magagnoli
Alessandro Magagnoli

Nato nel 1966, mi sono laureato a Londra in economia applicata presso la University of East London nel luglio 1991, per poi conseguire un Master of Science nella stessa disciplina al Queen Mary and Westfield College nell'agosto 1992. La mia passione per l'analisi tecnica è nata nel 1992, e nel maggio 1993 ho ottenuto il diploma in Technical Analysis rilasciato dalla Society of Technical Analysis (STA). Ho insegnato nei dipartimenti di econometria all'Università Bicocca e all'Università Cattolica.

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