Il rischio Giappone: perché da Tokyo potrebbe partire il prossimo shock dei mercati globali

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
7 min

Yen in rialzo e capitali pronti a rientrare in patria: lo “tsunami silenzioso” che può colpire Borse USA ed europee più di qualsiasi crisi geopolitica

Il rischio Giappone: perché da Tokyo potrebbe partire il prossimo shock dei mercati globali

Negli ultimi giorni, mentre i mercati erano già impegnati a gestire l’“uragano Trump” fatto di dazi, Groenlandia e tensioni geopolitiche, si è aperto un nuovo fronte di rischio potenzialmente molto più profondo e strutturale: il Giappone.

L’annuncio della premier Sanae Takaichi di elezioni anticipate a febbraio non è stato letto come un semplice evento politico domestico, ma come l’anticamera di una svolta radicale di politica economica e finanziaria, capace di produrre effetti a catena sui mercati globali.

Takaichi, in carica da ottobre 2025 e sostenuta finora da una maggioranza fragile, punta ora a rafforzare il proprio mandato per attuare un cambio di paradigma: addio all’austerità, politica fiscale espansiva e maggiore spesa pubblica.

Il messaggio è chiaro: più deficit per sostenere la crescita, con misure dal forte impatto immediato, come la sospensione dell’IVA sui generi alimentari per due anni, che da sola costerebbe circa 5 trilioni di yen l’anno.

A questo si aggiunge l’impegno a portare la spesa militare al 2% del PIL entro il 2027, pari a circa 59 miliardi di dollari annui.

I mercati obbligazionari hanno reagito in modo brusco. I rendimenti dei titoli di Stato giapponesi sono schizzati ai livelli più alti dal 1997: il decennale vicino al 2,4%, il quarantennale oltre il 4%. Un segnale potente, perché rompe una delle grandi certezze degli ultimi decenni: il Giappone come ancora di stabilità dei tassi globali.

Per decenni, i grandi fondi e assicurazioni giapponesi hanno allocato capitali enormi su azioni e obbligazioni statunitensi ed europee, spinti da rendimenti domestici prossimi allo zero.

Ora, con rendimenti interni in forte rialzo, l’incentivo a rimpatriare capitali cresce rapidamente. Questo è il punto che preoccupa di più le Borse mondiali.

Perché il Giappone è diverso da tutti gli altri rischi

Quando si parla di dazi, guerre o crisi politiche, i mercati hanno imparato – nel bene e nel male – a reagire in modo tattico: vendite rapide, rimbalzi altrettanto rapidi, volatilità episodica.
Il Giappone, invece, non è un rischio “headline-driven”. È un rischio di struttura.

Da oltre trent’anni il Giappone rappresenta:

  • tassi prossimi allo zero,

  • abbondanza di liquidità,

  • stabilità del mercato obbligazionario,

  • uno dei principali fornitori di capitale al resto del mondo.

Questo modello ha sostenuto il cosiddetto carry trade globale: prendere a prestito in yen a costo bassissimo e investire in asset più redditizi in Europa e negli Stati Uniti.
Se questo pilastro si incrina, non è una scossa, è un cambio di regime.


La svolta politica di Takaichi: non solo deficit, ma cambio di filosofia

L’annuncio di elezioni anticipate non spaventa di per sé. Ciò che inquieta i mercati è la narrazione politica esplicita della premier Takaichi:
non una manovra emergenziale, ma una strategia reflazionistica di lungo periodo.

Il messaggio è chiaro:

  • meno austerità,

  • più spesa pubblica,

  • deficit accettato come strumento permanente,

  • crescita e consenso prima della disciplina fiscale.

La sospensione dell’IVA sui beni alimentari è emblematica:
non aumenta la produttività, non migliora il potenziale di lungo periodo, ma stimola i consumi subito e allarga il deficit.
È una misura politicamente efficace, ma macroeconomicamente delicata, soprattutto in un Paese con debito/PIL superiore al 250%.


Il vero nervo scoperto: la Banca del Giappone

Il punto più sensibile non è tanto la politica fiscale, quanto il rapporto sempre più ambiguo tra governo e banca centrale.

Finora, la BoJ è stata il guardiano del sistema:

  • rendimenti compressi,

  • controllo della curva,

  • interventi massicci sul mercato dei titoli di Stato.

Ma oggi il contesto è cambiato:

  • l’inflazione non è più solo importata,

  • le pressioni salariali stanno emergendo,

  • il ciclo globale non è più deflazionistico.

Se il governo spinge per più deficit mentre ostacola una normalizzazione dei tassi, il risultato è inevitabile:
i mercati chiedono un premio di rischio più alto sulle scadenze lunghe.

Ed è esattamente ciò che stiamo vedendo:
rendimenti decennali ai massimi dal 1997 e tratti lunghissimi della curva che iniziano a “scappare di mano”.


Il parallelo che spaventa: il Regno Unito 2022

Molti analisti evocano il caso britannico del 2022 (crisi dei gilt).
Il meccanismo è simile:

  • politica fiscale espansiva,

  • mercati che perdono fiducia,

  • improvvisa impennata dei rendimenti,

  • necessità di interventi correttivi d’emergenza.

La differenza è che il Giappone è molto più grande e molto più interconnesso con il sistema finanziario globale.

Se il mercato dei JGB entra in una fase di stress prolungato, l’impatto non resta locale.


Il vero canale di contagio: i flussi di capitale

Ed eccoci al punto cruciale, quello che spiega perché il tema Giappone è così rilevante per Wall Street, Europa e mercati globali.

I grandi investitori istituzionali giapponesi – fondi pensione, assicurazioni, banche – sono:

  • tra i maggiori detentori di Treasury USA,

  • fortemente esposti a bond e azioni europee,

  • storicamente spinti all’estero da rendimenti domestici nulli.

Se oggi:

  • i rendimenti giapponesi salgono,

  • lo yen si rafforza,

  • il rischio politico interno aumenta,

il rimpatrio dei capitali diventa una scelta razionale, non ideologica.

Non serve una fuga totale:
anche un rientro parziale può:

  • deprimere le Borse USA ed europee,

  • far salire i rendimenti globali,

  • aumentare la volatilità su azioni e cambi.


Yen forte: sintomo, non soluzione

Il recente rafforzamento dello yen non va letto come un segnale di forza “sana”.
È piuttosto il riflesso di:

  • chiusura di posizioni speculative,

  • riduzione del carry trade,

  • aumento della sensibilità ai segnali politici.

Il fatto che non ci sia stato un intervento ufficiale, ma solo il timore di uno, è già indicativo di quanto il mercato sia nervoso.

E se davvero si arrivasse a un intervento coordinato USA-Giappone, significherebbe che la situazione è considerata sistemica, non più tattica.


Perché questo rischio arriva nel momento peggiore

Il tempismo è tutt’altro che favorevole:

  • mercati azionari su multipli elevati,

  • debito pubblico globale in crescita,

  • banche centrali meno disposte a “salvare” i mercati,

  • tensioni geopolitiche già diffuse (USA–NATO, Ucraina, Medio Oriente).

In questo contesto, il Giappone rischia di diventare l’innesco silenzioso, quello che non fa rumore subito, ma cambia le regole del gioco.


Conclusione: il vero “tail risk” del 2026

Se Trump rappresenta un rischio rumoroso e intermittente,
il Giappone rappresenta un rischio strutturale e persistente.

L’8 febbraio non è solo una data elettorale:
è un possibile punto di svolta per l’equilibrio finanziario globale.

Se Takaichi dovesse uscire rafforzata dalle urne, i mercati potrebbero trovarsi di fronte a:

  • più deficit,

  • più inflazione,

  • rendimenti giapponesi più alti,

  • flussi globali che cambiano direzione.

E quando cambiano i flussi, cambiano anche i trend di lungo periodo.

Quello che oggi sembra solo un rumore di fondo, potrebbe rivelarsi il vero tsunami dei mercati nei prossimi mesi.

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