Dalla diaspora biblica ai pogrom europei, la persecuzione degli ebrei precede e supera il nazismo

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
6 min

La Shoah come esito estremo di un odio secolare, non come un’anomalia isolata della storia

Dalla diaspora biblica ai pogrom europei, la persecuzione degli ebrei precede e supera il nazismo

Nel Giorno della Memoria il rischio più grande è quello della semplificazione. Attribuire le persecuzioni contro gli ebrei esclusivamente a Hitler e alla Germania nazista è comprensibile dal punto di vista simbolico, ma storicamente insufficiente.

L’antisemitismo è un fenomeno antico

La Shoah rappresenta il punto di massima concentrazione della violenza antisemita, non la sua origine. L’antisemitismo è un fenomeno molto più antico, stratificato e diffuso, che attraversa secoli, culture, imperi e religioni.

Il nesso tra popolo ebraico ed esodo è inscritto fin dalle origini nella narrazione biblica.

L’Esodo dall’Egitto, con il lungo cammino nel deserto verso la terra di Canaan, è già una metafora fondativa: l’idea di un popolo in cammino, spesso costretto a muoversi, a cercare rifugio, a ricominciare altrove.

Ma nella storia reale gli esodi non finiscono con la Bibbia. Alla deportazione babilonese tra il VII e il VI secolo a.C. segue, dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C., la diaspora romana, che disperde gli ebrei nel Mediterraneo e in Europa.

Diaspora romana e volontaria

Nel pensiero cristiano medievale, questa dispersione viene persino letta come punizione divina, una giustificazione teologica che ha contribuito a legittimare secoli di esclusione.

Ma non tutti gli spostamenti furono forzati: già prima del 70 d.C. esisteva una diaspora volontaria, fatta di mercanti, soldati, artigiani, intellettuali che si muovevano come altri popoli del Mediterraneo. La storia ebraica alterna dunque migrazioni cercate e migrazioni subite, integrazione e persecuzione.

L’Italia ne è un esempio emblematico: culla della diaspora occidentale, luogo di comunità fiorenti e integrate, ma anche teatro di espulsioni e discriminazioni.

Dal Sud, da cui gli ebrei vengono progressivamente cancellati nel Cinquecento, fino al Centro-Nord, dove diventano prestatori, artigiani, uomini di cultura, spesso tollerati perché utili, ma mai davvero protetti.

L’antisemitismo non è solo un fenomeno tedesco, ma europeo

La grande espulsione dalla Spagna nel 1492, seguita dalle conversioni forzate e dalla diaspora dei “marrani”, conferma come l’antisemitismo non sia un fenomeno tedesco, ma europeo.

Con l’emancipazione ottocentesca, soprattutto in Europa occidentale, gli ebrei si sentono finalmente parte integrante delle nazioni in cui vivono: italiani nel Risorgimento, francesi e tedeschi cittadini a pieno titolo.

I pogrom

Ma nell’Europa orientale, dove l’emancipazione non arriva, esplode la violenza dei pogrom. Il termine, di origine russa, indica distruzione sistematica: aggressioni, saccheggi, stupri e omicidi spesso tollerati, se non incoraggiati, dalle autorità.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, decine di migliaia di ebrei vengono uccisi in Russia, Ucraina, Polonia. È qui che matura una parte decisiva del sionismo, non come ideologia astratta, ma come risposta concreta alla violenza.

Anche il Novecento non interrompe questa catena. Dopo il 1933, il regime nazista trasforma un antisemitismo diffuso in sistema di Stato.

Hitler non inventa l’odio, ma lo organizza, lo legalizza, lo rende industriale.

Le leggi razziali, la Notte dei Cristalli, la progressiva esclusione civile ed economica “preparano” la società tedesca allo sterminio.

Ma la Shoah non avviene nel vuoto: collaborazioni locali, indifferenza, opportunismo e violenza attraversano tutta l’Europa occupata.

Il pogrom di Kielce

E nemmeno il 1945 segna una fine netta. Il pogrom di Kielce del 1946 dimostra che l’odio sopravvive alla sconfitta del nazismo.

Il pogrom di Kielce, avvenuto in Polonia il 4 luglio 1946, è uno degli episodi più tragici e simbolici del dopoguerra europeo. A meno di un anno dalla fine della Shoah, alcuni abitanti della città scatenarono una violenta aggressione contro gli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio che erano tornati a vivere a Kielce. La scintilla fu l’ennesima, infondata accusa di “omicidio rituale”: la falsa voce secondo cui un bambino cristiano sarebbe stato rapito dagli ebrei per scopi sacrificali.

Su questa menzogna antica, già usata per secoli come pretesto antisemita, si innestò una violenza brutale e collettiva. Gruppi di facinorosi, con la partecipazione o la tolleranza di settori delle forze dell’ordine e delle autorità locali, attaccarono le abitazioni ebraiche. Il bilancio fu drammatico: almeno 42 ebrei uccisi e circa 50 feriti.

Kielce dimostrò che la fine del nazismo non aveva estirpato l’antisemitismo dall’Europa. Per molti sopravvissuti fu la prova definitiva che il continente non era più una terra sicura. Questo pogrom divenne uno dei principali fattori che spinsero centinaia di migliaia di ebrei a lasciare l’Europa orientale nel movimento migratorio noto come Brihah, accelerando l’esodo verso i campi profughi occidentali e, successivamente, verso Israele e le Americhe.

La Brihah, il movimento migratorio 

Proprio la paura di nuove violenze spinge centinaia di migliaia di sopravvissuti a lasciare l’Europa, nel movimento noto come Brihah, verso campi profughi e poi verso Israele o le Americhe. Anche dopo Auschwitz, l’Europa non è percepita come un luogo sicuro.

Il trasferimento di circa 250.000 ebrei sopravvissuti all’Olocausto verso i campi profughi dell’Europa occidentale rappresenta uno dei capitoli più drammatici e meno conosciuti del dopoguerra.

Provenienti in gran parte dall’Europa orientale – soprattutto Polonia, Ucraina, Romania e Ungheria – questi uomini, donne e bambini non stavano semplicemente migrando: stavano fuggendo ancora una volta.

Dopo la liberazione dei campi nazisti, molti sopravvissuti tentarono di tornare nei luoghi d’origine, ma trovarono case occupate, ostilità diffusa e nuove violenze, come dimostrò in modo emblematico il pogrom di Kielce del 1946. In quel momento divenne chiaro che, anche dopo la Shoah, l’Europa non era un luogo sicuro per gran parte degli ebrei.

Da questa consapevolezza nacque il movimento noto come Brihah (“fuga” in ebraico), un trasferimento in larga parte clandestino ma organizzato, che portò circa 250.000 sopravvissuti a lasciare l’Europa orientale per raggiungere i campi profughi nelle zone occupate dagli Alleati, in Germania, Austria e Italia.

Questi campi, spesso allestiti in ex strutture militari o persino in ex campi di concentramento, divennero luoghi di attesa, ma anche di ricostruzione identitaria.

L’obiettivo finale per molti era la Palestina, allora sotto mandato britannico. Nonostante le restrizioni imposte dalle autorità britanniche all’immigrazione ebraica, decine di migliaia di profughi tentarono la traversata del Mediterraneo, spesso su navi sovraffollate, in quello che passò alla storia come Aliyah Bet, l’immigrazione “illegale”. Per altri, la destinazione furono gli Stati Uniti, il Canada o l’America Latina.

Questo esodo non fu soltanto un movimento geografico, ma una svolta storica: segnò il passaggio dalla condizione di vittime sopravvissute alla ricerca di una nuova esistenza e contribuì in modo decisivo alla nascita dello Stato di Israele nel 1948.

La Shoah non è un’anomalia isolata

Ricordare tutto questo nel Giorno della Memoria significa assumersi una responsabilità più ampia: la Shoah non è un’anomalia isolata, ma l’esito estremo di una lunga storia di esclusione, stereotipi, leggi discriminatorie, violenze tollerate.

Hitler ne è il principale responsabile politico e morale, ma non l’unico colpevole storico.

La memoria serve proprio a questo: non a semplificare, ma a comprendere la profondità del male, per riconoscerne i segnali quando si ripresentano.

Perché l’antisemitismo non nasce nei campi di sterminio: nasce molto prima, quando l’altro viene ridotto a problema, a capro espiatorio, a corpo estraneo. E finché questa dinamica non viene riconosciuta, la storia resta sempre esposta al rischio di ripetersi.

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