Iran, tira aria di pace, cauto ottimismo dei mercati

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
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Trump pronto a terminare l'operazione "con o senza accordo". Israele si allinea. Hormuz? Ci pensino gli europei. Ma Emirati e Arabia Saudita frenano, ecco il quadro

Iran, tira aria di pace, cauto ottimismo dei mercati
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Il mercato sembra crederci oggi: la guerra senza strategia e obiettivi all’Iran potrebbe finire molto presto. L’obiettivo di eliminare il nucleare di Teheran ‘è stato raggiunto’ e gli Stati Uniti non hanno bisogno di un accordo per andarsene.

La nuova scadenza, secondo il Wall Street Journal è di due-tre settimane al massimo, “con o senza accordo”, ci vorranno dai 15 ai 20 anni per ricostruire dopo gli attacchi USA.

“Stiamo finendo il Lavoro, e penso che possano mancare forse due settimane o forse un paio di giorni per completare”, ha dichiarato Donald Trump a un evento della Casa Bianca.

Alle 9 di stasera di Washington (alle 3 del mattino italiane) il presidente USA terrà un discorso sulla guerra.

Il balzo della benzina a stelle e strisce oltre i 4 dollari al gallone dovrebbe comunque rientrare una volta che la guerra sarà terminata.

Tutto fa pensare che la pace possa davvero essere vicina, almeno per Washington, nonostante gli imponenti dispiegamenti militari Usa in Medioriente.

Cina e Pakistan hanno anche messo a punto un piano di pace in 5 punti: cessate il fuoco; avvio delle trattative sulla sicurezza dell’Iran e degli stati del Golfo; principio di salvaguardia dei civili (ossia cessazione degli attacchi alle loro infrastrutture); sicurezza delle rotte di navigazione; primato dell’ONU nel raggiungimento di un accordo. Dettaglio quest'ultimo rilevante: permetterebbe ai riluttanti europei di inviare una 'missione di pace' sotto l'egida delle Nazioni Unite nell'area, ma la risoluzione potrebbe incorrere in un veto della Cina o della Russia.

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Pace? Emirati ed Arabia Saudita frenano, Israele costruttiva

Non tutti nel Golfo si sentirebbero garantiti da un rapido bye-bye USA.

Se Gran Bretagna e Francia hanno rifiutato, come l’Italia e la Spagna, di fornire le proprie basi militari a supporto delle missioni di guerra di Washington, anche e soprattutto gli stati del Medioriente hanno la necessità vitale di liberare lo Stretto di Hormuz dal quale passano non solo gas e petrolio, ma anche forniture di alimenti, medicinali e materie prime essenziali.

Non a caso sul sito del Wall Street Journal compare un articolo dedicato alla posizione degli Emirati Arabi Uniti che hanno subito persino più attacchi di Israele (quasi 2.500 fra droni e missili) e si trovano lì dall’altra parte dello Stretto di Hormuz rispetto all’Iran, in quella punta del diavolo dove si bagna l’isoletta strategica di Abu Musa, meno importante e più piccola della famosa isola di Kharg, ma contesa da tempo con Teheran.

La richiesta di Dubai sarebbe quella di un attacco congiunto con gli Stati Uniti ed altri stati del Golfo, a partire dall’Arabia Saudita, per imporre un presidio militare che liberasse con la forza lo Stretto.

Una misura che Trump ha appena dichiarato di non ritenere necessaria invitando anzi gli europei ad occuparsene.

“Se la Francia o altri paesi vogliono prendere il petrolio o il gas, risaliranno attraverso allo Stretto di Hormuz, andranno proprio lì e saranno in gradi di difendersi da soli”.

Uno dei punti più critici del disimpegno Usa appare però proprio la sicurezza di Hormuz che alla fine potrebbe diventare un asset del regime degli ayatollah che finora hanno dimostrato di poterlo bloccare e persino gestire agevolmente.

Questo sembrano temere Ryad e Dubai (ma non solo), visto che è emerso nei giorni scorsi che soltanto un terzo della potenza missilistica iraniana è andato distrutto con certezza.

Da Israele giungono segnali di apertura in linea con le affermazioni di successo di Washington: Benjamin Netanyahu ha sottolineato la distruzione del programma iraniano da un trilione di dollari in missili balistici, arricchimento dell’uranio e supporto agli alleati armati dell’area. “Presto o tardi” si avrà anche la caduta del regime, ha aggiunto il premier israeliano.

Le incognite non mancano, a partire dalla sicurezza delle scorie nucleari dell’aria per passare agli impatti umani e ambientali dell’area, fino al ruolo delle altre potenze interessate alla messa in sicurezza del passaggio di idrocarburi e altri materiali critici.

Mercati cautamente ottimisti sulla pace

Ma i mercati oggi ci credono.

Il FTSE MIB italiano guadagna l’1,11%, l’Euro Stoxx 50 lo 0,49%, il Dax tedesco lo 0,52% Anche i future sull’azionario USA guadagnano (S&P 500 +0,48%, Nasdaq 100 +0,63%) mentre gli acquisti tornano sui titoli di Stato europei con il rendimento del BTP decennale che cede 8 punti base e torna al 3,82% con uno spread sul Bund tedesco a 86 punti base.

Anche il rendimento dei Treasury statunitensi cede 3 punti base al 4,28% e proprio la notizia di forti vendite dalle banche centrali asiatiche di titoli USA potrebbe aver contribuito all’accelerazione pacifista di Trump insieme ai legittimi timori su un’operazione boot on the ground nell’Area che avrebbe sicuramente avuto un impatto politico domestico rilevante a ridosso delle prossime elezioni di mid-term di novembre.

Trump ci ha abituato però a funzioni di reazione non lineari, quindi tutto va accettato con beneficio di inventario.

Anche il petrolio sembra confermare: il future sul Brent cede il 2,54% e torna a 101,3 dollari al barile, mentre il WTI passa di mano a 98,39 dollari (-2,95%). Prende fiato anche il gas naturale con il TTF olandese in calo del 3,65% a 48,9 euro/MWh.

L’oro, che per tutta questa crisi (ancora non risolta), ha rinunciato al ruolo di bene rifugio si riapprezza a 4.720 dollari l’oncia (+1,55%). Anche le valute sembrano mostrare qualche fiducia, con l’euro che riguadagna lo 0,38% sul dollaro che cede anche lo 0,01% sullo yen.

Un cauto ottimismo.