Iran tratta con Trump ma senza arrendersi: petrolio, nucleare e mercati al centro del negoziato
pubblicato:Le borse scommettono sulla distensione, ma il rischio resta altissimo: tensioni interne al regime iraniano e fragilità geopolitica continuano a rendere il quadro estremamente instabile

L’Iran vuole sollievo economico ma senza cedere sul nucleare
Dietro i negoziati tra Stati Uniti e Iran si sta delineando una strategia abbastanza chiara da parte di Teheran: ottenere ossigeno economico immediato senza concedere a Donald Trump una vittoria politica troppo evidente sul dossier nucleare.
Secondo funzionari iraniani e mediatori arabi, l’obiettivo principale della Repubblica Islamica è recuperare almeno una parte dei circa 100 miliardi di dollari di fondi congelati all’estero e tornare progressivamente ad avere accesso ai mercati petroliferi internazionali.
La situazione economica interna è infatti sempre più fragile.
Guerra, sanzioni e isolamento commerciale stanno aggravando una crisi già profonda, con inflazione elevata, razionamento del carburante e crescente tensione sociale.
Per questo motivo l’ala più pragmatica del regime spinge per chiudere un accordo prima che il deterioramento economico possa trasformarsi nuovamente in proteste diffuse.
Per i mercati il vero tema è il petrolio, non il nucleare
Dal punto di vista finanziario, il nodo centrale della trattativa non è tanto il programma nucleare iraniano quanto il rischio energetico globale.
Le indiscrezioni su un possibile cessate il fuoco, sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e su un allentamento delle sanzioni petrolifere hanno immediatamente fatto scendere petrolio e gas, alimentando il rally delle borse europee e il ritorno degli acquisti sui titoli più ciclici.
Il mercato continua infatti a leggere tutta la crisi attraverso il filtro dell’inflazione.
Se il petrolio smette di salire, diminuisce la pressione sulle banche centrali e si riduce il rischio di nuovi rialzi dei tassi.
È questo il motivo per cui gli investitori hanno reagito molto più alle notizie diplomatiche che agli scontri militari delle ultime ore nel Golfo Persico.
Anche Trump sembra avere ammorbidito la propria posizione
Negli ultimi giorni anche la posizione americana appare cambiata. Trump ha attenuato alcune richieste considerate irricevibili da Teheran, in particolare quella relativa alla consegna diretta agli Stati Uniti delle scorte di uranio arricchito.
Adesso sul tavolo vengono considerate soluzioni più flessibili, come la distruzione del materiale sotto supervisione internazionale oppure il trasferimento in Paesi terzi come la Russia.
È un cambiamento importante perché avvicina almeno in parte le posizioni delle due parti.
Dietro questa apertura ci sono probabilmente anche motivazioni politiche interne. Una parte dei repubblicani più duri teme infatti che Trump possa finire per accettare un accordo troppo simile a quello firmato da Obama e poi cancellato durante il suo primo mandato.
Il vero rischio resta la fragilità interna del regime iraniano
Il problema più delicato è capire chi stia realmente guidando le decisioni in Iran.
I mediatori internazionali cercano infatti di capire se le aperture diplomatiche abbiano davvero il sostegno della leadership religiosa e dei Pasdaran oppure se riflettano soprattutto la posizione dell’ala moderata del governo.
Questo elemento è cruciale perché il rischio di sabotaggi interni resta elevato.
Non a caso continuano gli episodi di tensione nello Stretto di Hormuz e le componenti più radicali del regime continuano ad attaccare apertamente la linea diplomatica.
I mercati stanno scommettendo sulla distensione
Alla fine tutto ruota attorno a una domanda molto semplice: il conflitto si sta avviando verso una normalizzazione oppure verso una nuova escalation energetica?
Da questa risposta dipendono:
- •
petrolio,
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inflazione,
- •
tassi Fed e BCE,
- •
mercati obbligazionari,
- •
e direzione delle borse.
Per adesso gli investitori stanno chiaramente scegliendo di credere allo scenario più favorevole: distensione geopolitica, petrolio meno aggressivo e banche centrali meno costrette a restare restrittive.
Ma il quadro resta molto fragile. E il comportamento dei mercati obbligazionari continua a suggerire che una parte degli investitori non sia ancora del tutto convinta che il rischio sia davvero rientrato.
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