Italia: debito record, crescita lenta… eppure non è (ancora) una storia persa
pubblicato:Il vero problema dell'Italia non è il debito, ma la crescita: il risparmio frena l’economia reale

Alla fine del 2025 il debito pubblico italiano ha raggiunto 3.095,5 miliardi di euro.
Un numero che, preso da solo, impressiona — ma che in realtà racconta solo metà della storia.
L’altra metà è che le famiglie italiane stanno tornando a risparmiare.
E quando gli italiani risparmiano molto, significa una cosa sola: non si fidano del futuro.
Oggi parliamo quindi di una cosa molto “italiana”: quando l’incertezza sale, le famiglie alzano il risparmio e frenano i consumi reali, anche se il potere d’acquisto tende a recuperare.
Questo comportamento è razionale per il singolo, ma a livello macro crea un vincolo: la crescita resta bassa e quindi il rapporto debito/PIL diventa più difficile da ridurre “naturalmente”.
Con un debito a ~3.095 mld e una crescita potenziale modesta, l’Italia può andare avanti, ma a una condizione: le politiche “nuove” devono essere quasi tutte finanziate per riallocazione, efficienza e leva privata/europea, non con deficit strutturale aggiuntivo.
Come farà l’Italia ad andare avanti (il quadro realistico)
I tre pilastri sono:
- 1.
Gestione del costo del debito
La vita media ~7,9 anni aiuta: diluisce nel tempo l’impatto dei tassi. Ma conta lo spread e il livello dei rendimenti quando rifinanzi. Qui la credibilità di bilancio è un asset economico, non solo “politico”. - 2.
Crescita “qualificata” più che crescita “alta”
Se la crescita resta 0,5–0,8%, basta poco (uno shock esterno, energia, export) per tornare sotto. Quindi la priorità non è lo stimolo una tantum, ma aumentare produttività e base imponibile. - 3.
Uso pieno (e selettivo) delle leve UE e PNRR
Il PNRR è la vera “politica espansiva” già finanziata: se lo trasformi in cantieri, digitalizzazione e rete, alzi PIL potenziale senza alzare deficit.
Quali politiche a medio termine sono finanziabili in queste condizioni
Ecco le politiche finanziabili (e come), e quelle molto difficili.
Politiche finanziabili (se fatte bene)
A) Investimenti ad alto moltiplicatore e tempi certi (PNRR + cofinanziamenti)
- •
infrastrutture utili (logistica, porti/interporti, reti elettriche e storage, idrico, resilienza climatica)
- •
digitale PA e giustizia (tempo dei processi = produttività)
- •
capitale umano mirato (ITS, formazione tecnica, mismatch)
Come si finanziano: fondi UE/PNRR + cofinanziamenti, più partnership pubblico-private su progetti con cash-flow (reti, energia, concessioni).
B) Riduzione del cuneo e incentivi lavoro “mirati”, non a pioggia
- •
concentrare risorse su giovani, seconde persone percettrici, contratti stabili, produttività
- •
usare strumenti automatici e temporanei (con clausole di revisione)
Come si finanziano: spending review vera + taglio di sussidi regressivi/inefficienti + riordino delle tax expenditures.
C) Politiche industriali “leggere” ma decisive
- •
pochi settori dove l’Italia è già forte (meccanica, automazione, farmaceutica, agroindustria premium, difesa/aerospazio, economia del mare, energia/impiantistica)
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supporto a scala e innovazione (cluster, trasferimento tecnologico, export credit)
Come si finanziano: riallocazione incentivi esistenti + garanzie (non spesa) + strumenti BEI/SACE.
D) Efficientamento della spesa sanitaria e welfare, non tagli lineari
- •
digital health, prevenzione, liste d’attesa con governance e dati
- •
non “meno sanità”, ma stessa sanità a costo più sostenibile
Come si finanziano: reingegnerizzazione processi + acquisti centralizzati + lotta a sprechi, non aumento strutturale di spesa.
Politiche difficili da finanziare (con questo debito)
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nuovi bonus permanenti (edilizia/consumi) senza coperture: aumentano deficit e spesso importazioni
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espansioni generalizzate di spesa corrente (pensioni/trasferimenti non selettivi): con demografia sfavorevole ti “mangiano” margini per anni
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tagli fiscali orizzontali senza base imponibile alternativa: belli nel breve, ma ti peggiorano il profilo di rischio
Si può ancora “scommettere” sul Belpaese?
Sì, ma non come scommessa cieca: come investimento selettivo e condizionato a scenari.
Perché sì (i punti di forza)
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surplus commerciale e manifattura ad alta qualità (anche se ciclica)
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ricchezza privata elevata e risparmio che, se torna a fluire, sostiene domanda interna
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banche più solide rispetto al passato (anche se sensibili a BTP/rating)
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PNRR: è crescita “già pagata” se messa a terra
Perché il rischio resta alto (e va prezzato)
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crescita potenziale bassa + demografia
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vulnerabilità a shock esterni (energia, export, tassi)
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“policy risk”: se si torna a misure non strutturali, lo spread ti presenta il conto
Cosa dovrebbe fare l'investitore (framework pratico)
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Scenario base (probabile): crescita moderata, inflazione contenuta, debito gestibile ma senza miracoli → ok Italia se selezioni settori/aziende con pricing power ed export, e se lo spread resta sotto controllo.
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Scenario negativo: shock globale + tensione sui tassi/spread → soffrono soprattutto domestici levered e chi dipende da domanda interna debole.
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Scenario positivo: piena esecuzione PNRR + riforme su tempi e burocrazia → rerating graduale (spread, multipli equity, investimenti).
Settori dove “l’Italia funziona” più spesso: export industriale di qualità, infrastrutture/reti (energia, acqua, digitale), difesa/aerospazio, utility regolamentate ben gestite, servizi “B2B” scalabili.
Più delicati: puro consumer domestico, real estate/edilizia da incentivi, business troppo dipendenti da domanda pubblica non programmata.
Il vero spartiacque dei prossimi anni
Non sarà una manovra finanziaria.
Non sarà una riforma singola.
Saranno tre variabili:
- 1.
Spread → misura della fiducia esterna
- 2.
Realizzazione del PNRR → misura della capacità amministrativa
- 3.
Propensione al risparmio delle famiglie → misura della fiducia interna
Se il risparmio tornerà gradualmente a trasformarsi in consumo e investimento, la crescita salirà sopra l’1,5% e il debito diventerà gestibile senza austerità.
Se resterà elevato, l’Italia non esploderà…
ma resterà ferma.
Ed è proprio questa la vera sfida: non evitare la crisi, ma evitare l’immobilità.
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