Petrolio e gas rialzano la testa: la disinflazione rischia di fermarsi

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
8 min

Le Borse rimangono resilienti grazie alle aperture della Fed, ma il sollievo potrebbe essere temporaneo: venerdì l’attenzione si concentra sul mercato del lavoro statunitense

Petrolio e gas rialzano la testa: la disinflazione rischia di fermarsi
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Il nuovo rialzo delle previsioni sul prezzo del petrolio rende sempre meno credibile l’ipotesi che l’inflazione possa scendere spontaneamente verso gli obiettivi delle banche centrali. Le tensioni in Medio Oriente, la prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz e le difficoltà che interessano le esportazioni di petrolio e gas naturale rischiano di mantenere elevati i costi dell’energia per un periodo più lungo del previsto.

Giovedì Citi ha rivisto al rialzo la propria previsione sul prezzo medio del Brent

Giovedì Citi ha rivisto da 80 a 86 dollari al barile la propria previsione sul prezzo medio del Brent nel terzo trimestre del 2026.

La modifica riflette soprattutto la convinzione che la riapertura dello Stretto di Hormuz richiederà più tempo rispetto alle stime iniziali.

La banca mantiene invece a 70 dollari la previsione media per il quarto trimestre del 2026 e a 65 dollari quella relativa al 2027.

Lo scenario centrale continua quindi a prevedere una normalizzazione, ma soltanto dopo una fase di prezzi più elevati e di persistente volatilità.

Hormuz mantiene elevato il premio geopolitico

Secondo Citi, l’Iran avrebbe un forte interesse a favorire il superamento del blocco nel più breve tempo possibile. L’economia del Paese sta infatti subendo un forte deprezzamento della valuta e una significativa perdita di entrate petrolifere.

La banca considera possibili due principali evoluzioni. La prima prevede una nuova escalation militare nel breve periodo, seguita da una più intensa pressione diplomatica per raggiungere un accordo.

La seconda contempla un cambiamento delle condizioni politiche e operative tale da consentire la riapertura dello Stretto nel quarto trimestre.

In entrambi i casi, il mercato deve però affrontare ancora alcuni mesi caratterizzati da una ridotta visibilità sulle forniture. Il petrolio è tornato a salire e registra ormai un incremento di circa il 45% su base annua, mentre negli Stati Uniti il prezzo medio del gasolio avrebbe raggiunto il massimo storico di 5,82 dollari al gallone.

Un livello così elevato non incide soltanto sulle quotazioni dei carburanti.

I maggiori costi di trasporto si trasferiscono progressivamente sui beni alimentari, sui prodotti industriali e sui servizi, rendendo più diffusa la pressione inflazionistica.

Citi alza anche le stime sul gas europeo

Il rischio energetico appare particolarmente rilevante per l’Europa, maggiormente dipendente dalle importazioni di gas naturale liquefatto.

Citi ha portato la previsione sul prezzo del TTF europeo a 60 euro per megawattora nel terzo trimestre e a 56 euro nel quarto trimestre. Il mercato continua infatti a incorporare gravi perturbazioni delle esportazioni di GNL attraverso lo Stretto di Hormuz.

Negli Stati Uniti la situazione è differente. La banca ha ridotto a 2,90 dollari per milione di BTU la stima sul prezzo dell’Henry Hub per il terzo trimestre, grazie alle aspettative di aumento della produzione interna.

La divergenza evidenzia la diversa vulnerabilità delle due economie. Gli Stati Uniti possono beneficiare di una maggiore disponibilità domestica di gas, mentre l’Europa rimane più esposta agli shock internazionali e ai costi delle forniture via mare.

Per l’Eurozona, il rialzo del TTF rappresenta una minaccia non soltanto per l’inflazione al consumo, ma anche per la competitività industriale, i margini delle imprese e la crescita economica.

L’inflazione difficilmente scenderà da sola

Il rialzo dell’energia non si trasferisce integralmente e immediatamente sull’inflazione generale. Molto dipenderà dalla durata dello shock e dalla velocità con cui le imprese trasferiranno i maggiori costi sui prezzi finali.

Tuttavia, più a lungo petrolio e gas rimarranno elevati, maggiore sarà il rischio che l’aumento dei prezzi si estenda oltre la componente energetica.

In questo caso potrebbero salire anche le aspettative d’inflazione di famiglie e imprese, rendendo più difficile il lavoro delle banche centrali.

Il problema non riguarda soltanto il livello assoluto del greggio, ma anche la sua variazione rispetto all’anno precedente.

Un aumento del 45% produce effetti di confronto molto diversi rispetto alla fase in cui il calo dell’energia contribuiva automaticamente alla disinflazione.

L’idea di una graduale convergenza dell’inflazione verso il 2% senza ulteriori interventi monetari appare pertanto sempre più fragile.

Se lo shock energetico dovesse persistere, la Fed e le altre banche centrali potrebbero essere costrette a mantenere i tassi elevati più a lungo o, nei casi più estremi, a riprendere il ciclo di rialzi.

Waller concede ancora tempo alla disinflazione

Le dichiarazioni del governatore della Federal Reserve Christopher Waller hanno temporaneamente rassicurato i mercati.

Il componente del FOMC si è detto propenso a mantenere invariati i tassi nella riunione di settembre, invitando a “dare una possibilità alla disinflazione”.

Waller non ha però escluso un aumento del costo del denaro qualora i prossimi dati mostrassero pressioni sui prezzi superiori alle attese. La sua posizione appare quindi attendista, più che realmente accomodante.

Le parole del governatore hanno innescato un deciso recupero del mercato azionario e una discesa dei rendimenti dei titoli di Stato. I Treasury a breve termine hanno registrato una flessione di circa cinque punti base, mentre la curva si è irripidita.

Anche i rendimenti europei e britannici si sono allontanati dai massimi pluriennali, con il Gilt decennale protagonista del calo giornaliero più consistente dell’ultimo mese.

Il movimento non elimina però il problema di fondo. Se la parte breve della curva beneficia dell’ipotesi di una Fed temporaneamente ferma, quella lunga continua a riflettere rischi legati all’inflazione, ai deficit pubblici e alla crescente offerta di titoli governativi.

Il mercato si divide sul prossimo intervento della Fed

I futures sui tassi attribuiscono probabilità quasi equivalenti a una conferma del costo del denaro e al primo rialzo della Fed da tre anni.

La decisione sembra dipendere in larga misura dal dato sull’inflazione di agosto. Una simile sensibilità a pochi centesimi di punto evidenzia quanto sia ridotto il margine di manovra della banca centrale.

Il presidente della Fed Kevin Warsh aveva recentemente sottolineato l’importanza delle tendenze di fondo, mettendo in guardia dalla tentazione di reagire eccessivamente a un singolo dato.

Il mercato, tuttavia, sembra disposto a modificare radicalmente le aspettative anche davanti a variazioni marginali dell’indice dei prezzi.

La Fed deve affrontare un equilibrio particolarmente difficile: concedere tempo alla disinflazione potrebbe evitare una restrizione eccessiva e proteggere l’occupazione, ma attendere troppo a lungo potrebbe permettere allo shock energetico di propagarsi al resto dell’economia.

Il mercato dei Treasury è diventato più instabile

Anche la struttura proprietaria del mercato obbligazionario statunitense è cambiata. In passato si temeva soprattutto che la Cina potesse utilizzare le proprie ingenti riserve di Treasury come strumento di pressione politica.

Paradossalmente, la presenza di Pechino costituiva anche una fonte di stabilità, perché rispondeva a logiche strategiche e di gestione delle riserve di lungo periodo.

Negli ultimi anni una parte di questa domanda è stata sostituita da hedge fund e investitori di “fast money”, caratterizzati da una maggiore leva finanziaria e da orizzonti più brevi.

La presenza di operatori fortemente indebitati può amplificare i movimenti. Quando la volatilità cresce oppure le operazioni di arbitraggio diventano meno redditizie, la riduzione della leva può provocare vendite rapide e simultanee.

Di conseguenza, una parte della recente pressione sui Treasury potrebbe non riflettere soltanto un cambiamento delle prospettive economiche, ma anche il funzionamento interno del mercato e la necessità di ridimensionare posizioni costruite con un ampio ricorso al debito.

Lo yen beneficia delle attese sulla Bank of Japan

La discesa dei rendimenti statunitensi e le aspettative di una politica monetaria giapponese più restrittiva hanno favorito un forte recupero dello yen.

La valuta nipponica ha guadagnato circa il 2%, registrando la migliore chiusura giornaliera a New York dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran.

Il movimento non sarebbe stato sostenuto da un intervento diretto delle autorità, elemento che ne aumenta la rilevanza tecnica.

Gli operatori stanno aumentando le scommesse su un rialzo dei tassi della Bank of Japan nella riunione di settembre e su ulteriori strette complessive per circa 50 punti base entro aprile.

La soglia di 160 yen per dollaro sembra essere diventata una linea critica tanto per Tokyo quanto per Washington.

Una Bank of Japan più restrittiva potrebbe contribuire a contenere il deprezzamento della valuta, ma difficilmente sarebbe sufficiente senza una maggiore disciplina fiscale.

Le Borse resistono, ma per quanto tempo?

I mercati azionari continuano a mostrare una notevole capacità di assorbire gli shock. Le aperture di Waller hanno alimentato l’idea che la Fed possa ancora rinviare un rialzo, favorendo il ritorno degli acquisti sui listini.

Questa resilienza è sostenuta dalla tenuta dell’economia statunitense, dagli utili societari e dall’aspettativa che le banche centrali intervengano rapidamente in caso di deterioramento della crescita.

Ma la combinazione tra petrolio più caro, pressioni inflazionistiche e rendimenti strutturalmente elevati potrebbe progressivamente restringere lo spazio per questa interpretazione ottimistica.

Se l’inflazione resterà alta, le banche centrali non potranno sostenere contemporaneamente l’economia e le valutazioni finanziarie.

I mercati potrebbero quindi essere costretti a riconoscere che il calo dei rendimenti registrato giovedì rappresenta soltanto una pausa e non necessariamente l’inizio di una nuova fase accomodante.

Per ora le Borse non sembrano volersi arrendere all’evidenza. Tuttavia, se i prezzi energetici resteranno elevati e i dati confermeranno una trasmissione dello shock alle componenti più persistenti dell’inflazione, la pressione potrebbe manifestarsi attraverso multipli azionari più bassi, maggiore volatilità e una rotazione verso settori meno sensibili ai tassi.

Venerdì riflettori sul mercato del lavoro statunitense

La seduta di venerdì sarà dominata da due appuntamenti macroeconomici:

  • le vendite al dettaglio dell’Eurozona relative a luglio;

  • i dati sull’occupazione non agricola statunitense di agosto.

Il rapporto sul lavoro sarà determinante per le aspettative sulla Fed. Un aumento robusto degli occupati, accompagnato da una crescita sostenuta dei salari, rafforzerebbe l’ipotesi di un rialzo dei tassi.

Un dato più debole potrebbe invece sostenere la scelta di una pausa, soprattutto se emergessero segnali di rallentamento della domanda di lavoro.

Il quadro resta quindi delicato. Il rincaro dell’energia ostacola la disinflazione, mentre la tenuta dell’economia limita la possibilità di un rapido allentamento monetario.

Il recupero delle Borse e il calo dei rendimenti offrono un sollievo immediato, ma non risolvono la contraddizione centrale: con petrolio e gas più costosi, riportare stabilmente l’inflazione verso il 2% potrebbe richiedere una politica monetaria più restrittiva di quanto i mercati azionari siano oggi disposti a incorporare.

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