Spread: Unimpresa, shock Iran non ferma calo, in 2026 possibili risparmi di 7 miliardi su interessi BOT e BTP

di FTA Online News pubblicato:
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Lo shock geopolitico legato alla guerra in Iran non ha interrotto la traiettoria di progressiva riduzione dello spread BTP-Bund, che dopo il rialzo registrato tra fine febbraio e marzo è tornato rapidamente su livelli contenuti, in area 70-75 punti base. È quanto emerge da un'analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo cui l'attuale differenziale incorpora un premio legato all'incertezza internazionale, senza tuttavia segnalare un deterioramento della fiducia nei confronti dell'Italia. Nel dettaglio, il differenziale, partito da circa 60 punti base prima del conflitto e salito fino a un massimo vicino ai 96 punti a fine marzo, si è progressivamente ridimensionato nel corso di aprile, seguendo l'evoluzione del quadro geopolitico ed energetico. Un andamento che è cagionato da una reazione fisiologica dei mercati agli eventi internazionali, ma anche la capacità del sistema Italia di mantenere credibilità finanziaria anche nelle fasi di maggiore tensione. Il livello attuale dello spread resta coerente con i fondamentali macroeconomici e con le stime di fair value intorno ai 70 punti base. Il differenziale, dunque, continua a muoversi entro un perimetro compatibile con una percezione di rischio Paese sotto controllo, mentre la componente aggiuntiva osservata nelle ultime settimane è attribuibile prevalentemente al contesto globale e alle incertezze legate all'evoluzione del conflitto e dei prezzi energetici. Alla luce dell'attuale livello dello spread, stabilmente collocato nell'area dei 70–75 punti base dopo il rientro dalle tensioni di marzo, restano ancora ampi margini di risparmio sul costo del debito pubblico. Le simulazioni del Centro studi di Unimpresa indicano che, mantenendo il differenziale sotto la soglia dei 70 punti e in presenza di un graduale allentamento delle condizioni monetarie, l'Italia potrebbe beneficiare di minori oneri per interessi compresi tra i 6 e i 7 miliardi di euro già nel 2026 e fino a 9–10 miliardi nel 2027. Si tratta di risorse rilevanti, che derivano dalla progressiva sostituzione dei titoli in scadenza con nuove emissioni a tassi più favorevoli e che confermano come la stabilità dello spread rappresenti un fattore chiave per la sostenibilità dei conti pubblici. In questo quadro, la dinamica registrata tra marzo e aprile conferma come i mercati distinguano in modo sempre più netto tra fattori esogeni e condizioni strutturali dell'economia italiana, premiando la stabilità politica e la gestione prudente dei conti pubblici. «La reazione dei mercati nelle settimane successive allo scoppio della guerra in Iran dimostra che l'Italia ha acquisito una solidità che in passato non aveva. Lo spread ha certamente risentito dello shock geopolitico, ma non ha mai perso il controllo ed è rapidamente rientrato su livelli coerenti con i fondamentali. È un segnale chiaro di fiducia nei confronti del nostro Paese. Il differenziale oggi incorpora un premio per il rischio legato alle tensioni internazionali, ma non riflette alcuna sfiducia verso l'Italia. Questo significa che i mercati riconoscono la stabilità politica, la credibilità costruita negli ultimi anni e una gestione dei conti pubblici improntata alla prudenza. In una fase globale così complessa, è un patrimonio da difendere con scelte responsabili e coerenti, evitando fughe in avanti e mantenendo una linea di equilibrio tra crescita e rigore. Rispetto al passato, affrontiamo una crisi internazionale da una posizione molto più solida. Lo spread che torna rapidamente sotto controllo dopo uno shock esterno è la dimostrazione che il sistema Paese è oggi più affidabile e resiliente. Questo ci consente di guardare con maggiore serenità alle prossime sfide, ma senza abbassare la guardia» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.


Secondo il Centro studi di Unimpresa, dalla fine di febbraio 2026 a oggi, il differenziale tra BTP italiani e Bund tedeschi ha attraversato una delle fasi più complesse degli ultimi anni, coincisa con l'apertura del conflitto tra Stati Uniti e Iran e con la temporanea chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre un quarto del gas naturale liquefatto. Nonostante questo scenario, i numeri restituiscono una dinamica chiara: lo spread ha reagito, ma è rimasto su livelli storicamente contenuti e, dopo il picco di marzo, è rientrato rapidamente. Il punto di partenza è particolarmente rilevante. Nelle settimane precedenti il 28 febbraio, il differenziale si collocava stabilmente intorno ai 60 punti base, con minimi assoluti poco sopra tale soglia, i più bassi dal 2008. A dicembre 2025 lo spread si muoveva in una forchetta compresa tra 64 e 65 punti base, chiudendo un anno caratterizzato da una compressione costante: dodici mesi prima oscillava ancora tra 110 e 120 punti. La riduzione è stata quindi superiore ai 50 punti base nell'arco di un anno. Su questi livelli, il beneficio per la finanza pubblica risultava già significativo. Le simulazioni basate sulla struttura del debito indicano che uno spread stabile sotto i 70 punti base può tradursi in risparmi sugli interessi pari a 6-7 miliardi nel 2026 e fino a 9-10 miliardi nel 2027, grazie alla progressiva sostituzione del debito in scadenza con nuove emissioni a tassi più contenuti. Lo shock geopolitico ha interrotto questa traiettoria, ma non l'ha compromessa. Tra il 2 e il 4 marzo il differenziale è salito da circa 61 a 72 punti base. Il movimento è stato determinato soprattutto dal calo dei rendimenti tedeschi, scesi sotto il 2,80% per effetto degli acquisti rifugio, mentre i BTP si sono mantenuti intorno al 3,40-3,50%. Non si è trattato, quindi, di una fuga dai titoli italiani, ma di un rafforzamento dei Bund. Alla luce dell'attuale livello dello spread, stabilmente collocato nell'area dei 70–75 punti base dopo il rientro dalle tensioni di marzo, restano ancora ampi margini di risparmio sul costo del debito pubblico. Le simulazioni del Centro studi di Unimpresa indicano che, mantenendo il differenziale sotto la soglia dei 70 punti e in presenza di un graduale allentamento delle condizioni monetarie, l'Italia potrebbe beneficiare di minori oneri per interessi compresi tra i 6 e i 7 miliardi di euro già nel 2026 e fino a 9–10 miliardi nel 2027. Si tratta di risorse rilevanti, che derivano dalla progressiva sostituzione dei titoli in scadenza con nuove emissioni a tassi più favorevoli e che confermano come la stabilità dello spread rappresenti un fattore chiave per la sostenibilità dei conti pubblici.

La fase più acuta si è registrata a fine marzo. Con l'estensione del conflitto e il blocco dello Stretto di Hormuz, lo spread ha toccato un massimo vicino ai 96 punti base. Nello stesso periodo, i rendimenti dei BTP decennali si sono avvicinati al 3,80%, mentre quelli dei Bund sono rimasti sotto il 2,90%. In parallelo, il mercato ha rivisto le aspettative sulla politica monetaria: da uno scenario di stabilità dei tassi si è passati a prezzare fino a tre possibili rialzi da parte della Banca centrale europea entro fine anno. Il dato più significativo emerge però nelle settimane successive. Già all'inizio di aprile, dopo l'annuncio di una tregua temporanea, lo spread è rientrato rapidamente in area 78 punti base. Anche il ritorno delle tensioni, con il blocco navale annunciato il 13 aprile, ha prodotto effetti limitati: il differenziale si è riportato poco sopra gli 80 punti, senza avvicinare nuovamente la soglia dei 100. Nella terza settimana di aprile si è osservata una nuova fase di normalizzazione. Il 21 aprile lo spread è sceso a circa 73 punti base, con i rendimenti dei BTP decennali in calo verso il 3,65-3,70%. Nello stesso periodo, il prezzo del gas naturale europeo, che aveva raggiunto i 61 euro per megawattora il 19 marzo, è sceso fino a circa 39 euro, pur restando sopra i livelli pre-crisi (circa 32 euro). Questo rientro dei prezzi energetici ha contribuito a ridurre le pressioni inflazionistiche attese e, di conseguenza, le tensioni sui titoli di Stato. Il confronto con il recente passato rafforza la lettura. Nel 2018 lo spread superava stabilmente i 250 punti base, mentre nel 2020, durante la fase più acuta della pandemia, aveva oltrepassato i 270. Anche nel 2022, con lo shock energetico legato alla guerra in Ucraina, il differenziale aveva raggiunto e superato i 200 punti. Il fatto che, di fronte a una crisi geopolitica di ampia portata, il livello massimo si sia fermato sotto i 100 punti rappresenta un elemento di forte discontinuità.


Tre fattori spiegano questa tenuta. Il primo riguarda la stabilità politica. Negli ultimi due anni, l'Italia ha mostrato una continuità nell'azione di governo che ha ridotto l'incertezza percepita dagli investitori. Questo elemento ha un impatto diretto sul premio per il rischio richiesto sui titoli di Stato. Il secondo fattore è la credibilità finanziaria. Il deficit si è progressivamente ridotto, pur restando nel 2025 intorno al 3,1% del PIL, e il percorso di rientro è considerato credibile dai mercati. La gestione del debito, con una vita media superiore ai sette anni, ha contribuito a contenere l'impatto immediato delle variazioni dei tassi. Il terzo elemento riguarda la struttura della domanda. Negli ultimi anni si è rafforzata la componente domestica e istituzionale degli investitori in BTP, rendendo il mercato meno esposto a movimenti speculativi di breve periodo.


Il posizionamento attuale dello spread, tra 70 e 75 punti base, è coerente con le stime di valore equo elaborate da diversi operatori, che indicano un livello intorno ai 70 punti. Il differenziale incorpora quindi un premio per il rischio geopolitico, ma non segnala una perdita di fiducia nei confronti dell'Italia. La dinamica osservata tra marzo e aprile porta a una conclusione precisa. Il mercato ha reagito con rapidità allo shock internazionale, ma ha altrettanto rapidamente distinto tra fattori globali e fondamentali nazionali. Il rialzo dello spread è stato contenuto nel tempo e nelle dimensioni, mentre il successivo rientro conferma che la percezione del rischio Italia resta sotto controllo. Il quadro complessivo evidenzia un cambiamento strutturale. In passato, episodi di tensione internazionale tendevano ad amplificare le fragilità italiane; oggi producono effetti più simili a quelli osservati sugli altri Paesi dell'area euro. Il differenziale si muove ancora, ma lo fa entro un perimetro più ristretto e con una velocità di riassorbimento più elevata. La guerra in Iran ha rappresentato un test severo. I numeri mostrano che il sistema Paese lo ha superato senza fratture sui mercati finanziari. Lo spread, dopo l'impennata, è tornato rapidamente vicino ai livelli coerenti con i fondamentali. Un segnale che riflette stabilità politica, credibilità internazionale e una gestione dei conti pubblici percepita come prudente.

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