Per Trump il 2026 è l’anno della verità

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
4 min

Il Venezuela apre una frattura nel mondo MAGA tra isolazionismo e ritorno all’interventismo, con ricadute decisive sul consenso elettorale

Per Trump il 2026 è l’anno della verità
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Perché il 2026 è l’anno decisivo per Trump

Il 2026 rappresenta per Donald Trump molto più di una normale scadenza elettorale. È un passaggio esistenziale per la sua presidenza.

Lo ha detto lui stesso senza giri di parole ai deputati repubblicani: “Dovete vincere le elezioni di Midterm, altrimenti troveranno una scusa per mettermi sotto impeachment”.

La frase chiarisce il punto: la sopravvivenza politica di Trump passa dal controllo del Congresso.

A novembre verrà rinnovata l’intera Camera e un terzo del Senato. Storicamente, dal 2006 in poi, il partito del presidente in carica perde sempre seggi alle Midterm. Trump affronta quindi un doppio svantaggio: la tradizione storica e una maggioranza repubblicana già oggi estremamente risicata alla Camera.


Economia e costo della vita: il vero terreno di battaglia

Consapevole della fragilità del quadro, Trump sta cercando di ricompattare il GOP invitando a “mettere da parte le differenze” e concentrarsi su temi che parlano direttamente agli elettori:

  • inflazione

  • sanità

  • affordability

  • costo della vita

Sono questi i temi che oggi preoccupano di più gli americani, molto più della politica estera.

I sondaggi lo confermano: solo un quarto degli elettori considera Russia e Medio Oriente tra le priorità, in calo rispetto all’anno precedente. In un anno elettorale, la politica estera diventa un rischio, non un asset.


Il Venezuela: una vittoria tattica che apre una frattura politica

Ed è qui che entra in gioco il dossier più esplosivo: il Venezuela.
Trump ha definito il blitz che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro “brillante tatticamente”, elogiando i militari e rivendicando il controllo statunitense sul futuro del Paese sudamericano.

Ma l’opinione pubblica americana non lo segue compatta. Un sondaggio AP-NORC mostra un Paese spaccato: 40% favorevoli, 40% contrari.

Ancora più significativo: solo un repubblicano su dieci vuole che gli USA restino impegnati in Venezuela. Per la base MAGA, l’intervento è percepito come un tradimento del principio “America First”.


La spaccatura nel mondo MAGA

La cattura di Maduro ha fatto esplodere tensioni che covavano da tempo.

Per molti elettori e attivisti trumpiani, l’intervento in Venezuela rappresenta la goccia che fa traboccare il vaso: un ritorno all’interventismo che Trump aveva sempre criticato.

Figure simbolo del mondo MAGA hanno reagito duramente. Steve Bannon ha parlato di confusione nel messaggio e di una base “sconcertata, se non arrabbiata”.

Alcuni sono arrivati ad accusare Trump di comportarsi come Hillary Clinton, un paragone politicamente devastante per il suo elettorato.

Il vicepresidente JD Vance, considerato l’uomo più vicino alla linea isolazionista, ha provato a contenere i danni difendendo l’uso della forza come strumento di potenza, ma il malcontento resta.


La vera guerra è a Washington, non a Caracas

Secondo molti osservatori, la deposizione di Maduro segna la vittoria dell’ala interventista dell’amministrazione – il Dipartimento di Stato, la CIA, i “vecchi falchi” – sull’ala MAGA isolazionista.

Il vero architetto dell’operazione viene indicato nel Segretario di Stato Marco Rubio, da anni sostenitore della caduta del regime venezuelano, che avrebbe convinto Trump facendo leva su narcotraffico, petrolio e influenza russa e cinese.

In questo senso, il Venezuela diventa il simbolo di una trasformazione della presidenza Trump, sempre meno “America First” e sempre più simile a ciò che aveva promesso di combattere.


Il rischio politico per le Midterm

La conseguenza è chiara:

  • Trump rischia di alienare una parte della sua base più fedele

  • le divisioni interne al GOP diventano un problema elettorale

  • una sconfitta alle Midterm aprirebbe la strada a indagini, impeachment e paralisi legislativa

Non a caso Trump insiste ossessivamente sulla necessità di vincere.

Sa che senza il Congresso, la sua presidenza entrerebbe nella fase più vulnerabile.


Conclusione: il 2026 come anno spartiacque

Il 2026 non sarà solo un test elettorale, ma un referendum sulla natura stessa del trumpismo.

Trump deve dimostrare di saper governare senza perdere l’anima del movimento che lo ha portato al potere.

Il Venezuela, invece di rafforzarlo, ha messo in luce una contraddizione profonda: tra potenza globale e isolazionismo populista.

Se riuscirà a tenere insieme economia, Congresso e base elettorale, Trump ne uscirà rafforzato.

Se invece perderà le Midterm, il rischio non sarà solo politico: sarà l’inizio di una guerra istituzionale a Washington, con effetti che andranno ben oltre il suo mandato.

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