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Twitter: i soldi di Musk, degli amici e la pubblicità che serve

di Giovanni Digiacomopubblicato:
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Le agenzie tagliano il rating e il modello per sottoscrizioni non appare credibile, il patron della Tesla dovrà tenere buoni gli inserzionisti e guidare la società oltre la recessione

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“C’è grossa crisi” avrebbe detto Guzzanti proponendo il Quelo. La nuova Twitter di Elon Musk lo sapeva anche prima della conquista che ha decapitato il top management. Ci saranno tante decisioni da prendere e altrettante conseguenze, senza alcuna garanzia poi che le cose si aggiusteranno.

Per ora la diffidenza dei mercati cresce e sicuramente serve una trasparenza maggiore sull’operazione più discussa del momento: 44 miliardi di dollari. Anche al netto delle azioni che il patron della Tesla già possiede, l’uccellino azzurro potrebbe costare 39,7 miliardi di dollari ed essere uno dei maggiori buyout degli ultimi anni.

Cos’è un buyout? È l’operazione di acquisizione finanziaria tipica del secolo: i soldi per l’acquisizione finiscono in gran parte in debito della società acquisita, così il compratore riduce il proprio impegno diretto al minimo.

Infatti la forma più diffusa è il leverage buyout che significa a leva, ossia a debito. Debito è la parola chiave. In genere i buyout prevedono circa il 45-50% di intervento con risorse fresche, ossia con equity del compratore, il resto è indebitamento scaricato sulla società.

Nulla di nuovo sotto il cielo, lo si fa da decenni appunto, con un proiettile relativamente piccolo si abbattono elefanti di Wall Street. Altri direbbe che è una razionalizzazione delle risorse, ma, si sa, la finanza sa essere pirandelliana. Andiamo al punto.

Twitter: finanziatori, debito e azioni Tesla, ecco dove prende i soldi Musk

Il problema di questo scenario è che Twitter è già oggi un junk bond e nonostante una certa abbastanza di cassa e le incertezze sulla struttura finanziaria definitiva della nuova società, la maggior parte degli analisti teme un’esplosione del debito dai livelli attuali, proprio per finanziare la conquista di Musk. Lo pensano per esempio S&P, Moody’s e lo ha riportato il Financial Times, tra tanti.

Elon Musk per l’accordo ha già ottenuto finanziamenti da 13 miliardi di dollari da Morgan Stanley Senior Funding e da altri creditori.

In particolare $ 6,5 mld di finanziamenti a termine, $ 500 mln con una linea di credito revolving e $ 6 mld da un finanziamento ponte (bridge financing). Si passa da Musk ovviamente: Morgan Stanley Senior Funding e altri finanziatori gli hanno garantito un margin loan.

Un margin loan è un prestito garantito dai titoli vari: Musk ha garantito con 62,5 miliardi di dollari di azioni Tesla (circa 62 milioni di azioni allo scorso aprile). La struttura dell’operazione ha insomma punti fermi, ma ci sono certamente molte altre cose da chiarire.

Comunque è certo che Musk deve direttamente finanziare 33,5 miliardi di dollari per portare a termine l’operazione. Va infatti tolto dal costo della conquista quel 9,6% di Twitter, circa 73,1 milioni di azioni, che Musk aveva già in portafoglio lo scorso aprile.

Sono comunque tanti soldi anche per Musk che ha cercato e ottenuto importanti risorse da altri investitori e amici: ci mettono in pratica 7,139 miliardi di dollari. Un miliardo di dollari Musk l’ha raccolto dal Lawrence J. Ellison Revocable Trust lanciato dal private equity AMMC di Andrew Medjuck che già sostiene Space X. Ma ci sono anche Sequoia Capital Fund ($ 800 mln) e ancora Binance, AH Capital e Brookfield, per citare solo alcuni dei più importanti.

Gli Investitori arabi

Incuriosisce il peso di investitori arabi e mediorientali nelle leve smosse per Musk: il secondo finanziatore di Musk (in questa schiera dei 7,1 mld) è infatti VyCapital, che ci mette $ 700 mln ed è un fondo di stanza a Dubai insediato nella capitale degli Emirati Arabi Uniti da Alexander Tamas, un riservato finanziere che sembra abbia lavorato molto in passato con il miliardario russo-israeliano Yuri Milner. Tanto è bastato a far dire qualcuno che ci sono soldi russi dietro l’operazione.

C’è poi anche Qatar holding, il braccio finanziario del fondo sovrano del Qatar QIA: ci mette 375 milioni di dollari.

C’è il supporto del principe dell’Arabia Saudita, il non proprio liberale Mohammad Bin Salman Al Sa’ud che in realtà supporta il cambiamento fornendo alla holding di Musk i suoi quasi 35 milioni di titoli Twitter (al tempo 1,9 miliardi di dollari circa) che ne fanno, e quindi ne faranno anche in futuro, il secondo socio del social media.

La schiera dei sostenitori di Musk è molto variegata: per esempio Binance (mezzo miliardo di dollari di contributo all’operazione) è la piattaforma di scambio di criptovalute fondata in Cina da Changpeng Zhao ma domiciliata alle Cayman, potrebbe essere definita un investitore cinese.

AH Capital (ci mette $ 400 mln) deriva il suo nome dal cognome dei fondatori Andreessen Marc e Horowitz Ben, noti investitori Usa nelle tecnologie.

Brookfield è un noto colosso canadese dell’asset management, 250 milioni di dollari sono relativamente poca cosa per chi ne gestisce 750 miliardi.

Insomma la compagnia è diversificata, ma sicuramente tutti vogliono che la cosa funzioni. Sarà così?

Twitter, i rischi aumentano e l’ombra della recessione fa paura

Ad Halloween Musk si è vestito da “Campione del Diavolo”, un costume rosso da guerriero che sarebbe costato circa 7.500 dollari, di certo il messaggio del “sono pronto a combattere” non è passato inosservato.

 

D’altronde quel giorno stesso S&P Rating ha abbassato a B- il rating di Twitter, che già era a livello spazzatura (nel senso di junk bond) con il precedente BB+. Secondo gli analisti che dettavano una nota diffidente da Chicago ci sarà un forte aumento del debito di Twitter e mancano strategie chiare di crescita dell’ebitda e dei ricavi, anche se molti dettagli andranno chiariti.

Per esempio la gestione dei 5,29 miliardi di dollari di titoli di debito unsecured già emessi da Twitter in passato.

La società dei cinguettii ha chiuso dal 2010 al 2021 10 bilanci su 12 con una perdita. Nel 2020 ha perso 1,13 miliardi di dollari e nel 2021 221 milioni. Anche se nei precedenti 2018 e 2019 aveva realizzato profitti da oltre un miliardo l’anno. Nel secondo trimestre di quest’anno il gruppo ha perso 270 milioni di dollari (perdita netta), riducendo a 243 milioni gli utili accumulati nella prima metà del 2022.

Lo stesso Musk in passato ha dichiarato che uno dei problemi è che i costi superano i ricavi, con il corollario di probabili duri interventi sul personale che non dovrebbero raggiungere il 75% come a un certo punto annunciato, ma non essere neanche “delicati”.

Qualcuno ora ipotizza tra il 25 e il 50%, non ci sono dichiarazioni ufficiali sul tema, ma nel recente passato era emersa l’ipotesi (in una conversazione via Twitter dello stesso Musk con il supporter Jason Calacanis) che la forza lavora di Twitter fosse ridotta dagli oltre 7500 di oggi a 3000 persone circa.

Di certo le proposte di Musk per ora non convincono il mercato. L’Elon della Tesla ha detto di volere garantire una maggiore libertà di espressione su Twitter, ma questo avrebbe già spaventato due colossi pubblicitari come Interpublic Group of Cos e Havas Media che hanno tirato il freno per la preoccupazione che non ci fosse più un monitoraggio dei contenuti (per gli inserzionisti alcuni messaggi, per esempio appelli all’illegalità o alla violenza, possono essere molto dannosi).

Tanto che Musk, stressato al punto di mettere come propria descrizione su Twitter “Twitter Complaint Hotline Operator” ha sostanzialmente delegato la questione a Yoel Roth nuovo capo delle Sicurezza e Integrità di Twitter che dovrà riuscire a fornire agli inserzionisti anche le stesse sicurezze che dava Sarah Personette, la chief customer officer con stretti rapporti con i colossi pubblicitari dimessasi anche lei il 1° novembre.

Musk ha sempre detto di odiare la pubblicità e si trova nella necessità di aumentare la base di ricavi. Ha proposto vagamente l’aumento delle sottoscrizioni, per esempio con servizi a pagamento ulteriori.

Non si è capito bene se a 5, 15 o 20 dollari, magari per avere quel bollino blu che dice che sei un account verificato. Lo scrittore Stephen King ha sbottato: “20 dollari al mese per il mio bollino blu? F…, dovrebbero pagarmi loro” e dopo ha aggiunto “Non è una questione di soldi, è il principio”.

Invece per Musk è proprio una questione di soldi. Twitter dichiara circa 237 milioni di utenti, ma quelli verificati – peraltro internamente - sono poco più di 423 mila e probabilmente neanche tutti loro sono disposti a pagare una commissione mensile.

Ma anche se facesse pagare 8 dollari a ognuno dei 423.700 utenti verificati di Twitter (dati forniti però dalla stessa compagnia) significherebbe ottenere meno di 41 milioni di dollari l’anno: per una società come Twitter che soltanto nei primi 6 mesi di quest’anno ha fatturato 2,37 miliardi di dollari resterebbe un aiuto insignificante.

Insomma Madison Avenue, come gli Stati Uniti chiamano l’industria della pubblicità, resta ancora più che fondamentale per la tenuta di Twitter e sul successo dei modelli per sottoscrizione francamente gli altri social media non hanno fornito che risultati molto marginali.

Proprio la pubblicità è il problema: le recessioni, come quella in vista, solitamente falciano per primi proprio gli investimenti pubblicitari.

Più che dire la pubblicità non mi piace, probabilmente Musk dovrà dire: “Cara Madison Avenue, resta con noi…”.

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