Analisi dei 4 mercati: l’asset allocation resta pro-risk, ma il segnale dei bond non va ignorato

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
6 min

Asset allocation: Borse e materie prime restano forti, ma dai Treasury arriva il vero segnale d’allarme

Analisi dei 4 mercati: l’asset allocation resta pro-risk, ma il segnale dei bond non va ignorato
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Il quadro che emerge dai quattro grafici settimanali è piuttosto netto: azioni dei Paesi sviluppati, mercati emergenti e materie prime mantengono strutture rialziste, mentre l’obbligazionario governativo americano continua a rappresentare l’anello debole.

È una combinazione particolare, perché suggerisce che gli investitori non stanno ancora prezzando una recessione imminente, ma contemporaneamente chiedono un premio sempre maggiore per detenere debito pubblico a lunga scadenza.

Negli ultimi giorni proprio la tensione sui rendimenti globali ha iniziato a pesare sulle Borse, mentre il tentativo del Tesoro americano di calmare il tratto lungo della curva attraverso maggiori buyback ha prodotto finora soltanto un sollievo temporaneo.

Bond USA a 10 anni: è il grafico più preoccupante

Il primo grafico, relativo al future sul Treasury Note decennale, rimane tecnicamente debole. I prezzi hanno violato verso il basso la grande struttura triangolare sviluppatasi negli ultimi anni e si trovano sotto la media mobile di lungo periodo.

Analisi dei 4 mercati: l’asset allocation resta pro-risk, ma il segnale dei bond non va ignorato

Ricordiamo la relazione inversa: prezzo del Treasury in discesa significa rendimento in salita.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Il rendimento del decennale americano si è riportato intorno al 4,7%, mentre sul trentennale si sono recentemente raggiunti livelli superiori al 5,3%, i più elevati dal 2007.

Il mercato continua a chiedere un premio elevato di fronte al debito pubblico americano superiore ai 40.000 miliardi di dollari, alle prospettive d'inflazione, alla politica fiscale e all'enorme fabbisogno di finanziamento pubblico e privato.

Il tentativo di Scott Bessent di aumentare i riacquisti dei Treasury ha fatto inizialmente risalire i prezzi e scendere i rendimenti, ma il movimento non ha avuto seguito. Questo rende il grafico ancora più importante per l'asset allocation.

Finché il future decennale non recupererà stabilmente almeno area 110 e successivamente 111,5-113, non avremo un vero segnale di normalizzazione.

Asset allocation: prudenza sulla duration lunga. I rendimenti elevati rendono nuovamente interessante il reddito fisso, ma tecnicamente non c'è ancora un chiaro segnale che il sell-off dei Treasury sia terminato.

Materie prime: il trend strutturale rimane fortissimo

Il secondo grafico racconta quasi la storia opposta.

L'indice Bloomberg delle materie prime ha superato con decisione la grande resistenza di area 800, che aveva fermato il mercato nel 2022, e successivamente ha accelerato verso quota 1.000.

La correzione delle ultime settimane è stata rapidamente riassorbita e l'indice è tornato verso 950-985, molto distante dalla propria media mobile di lungo periodo.

Non sembra quindi, almeno per ora, una semplice fiammata speculativa: la struttura primaria resta rialzista.

Il movimento trova riscontro anche nei fondamentali. La World Bank stima per il 2026 un aumento complessivo dei prezzi delle commodity del 16%, con l'energia prevista in crescita del 24%, soprattutto per effetto dello shock mediorientale.

Il petrolio rimane uno dei protagonisti: venerdì il Brent ha chiuso a 94,39 dollari, sostenuto dalle nuove tensioni con l'Iran.

Per un portafoglio multi-asset questo significa che le commodity continuano ad avere una funzione interessante, non soltanto come fonte di rendimento ma anche come copertura contro un'inflazione più persistente del previsto.

Il rovescio della medaglia è evidente: se materie prime e soprattutto energia continuassero a salire, potrebbero alimentare proprio quella pressione inflazionistica che sta facendo soffrire i bond.

MSCI World: il toro non è morto

Il grafico dell'MSCI World, rappresentativo soprattutto dei mercati sviluppati, resta inequivocabilmente rialzista.

Dopo la violenta correzione della primavera 2025, l'indice ha recuperato rapidamente e ha costruito una sequenza di massimi e minimi crescenti, arrivando nelle ultime settimane sopra quota 5.000.

Soprattutto, i prezzi restano nettamente sopra la media mobile esponenziale a 10 settimane e ancora più distanti dalla media a 100 settimane, entrambe inclinate positivamente.

È un'informazione importante: nonostante guerre, petrolio e soprattutto rendimenti obbligazionari elevati, gli investitori non hanno ancora abbandonato l'equity.

Il sostegno fondamentale arriva soprattutto dagli utili societari. Ma il punto debole è proprio il costo del capitale: BlackRock osserva che utili robusti e rendimenti governativi elevati stanno convivendo in un regime caratterizzato da un costo del capitale strutturalmente più alto.

Graficamente, quindi, non c'è ancora motivo per anticipare un'inversione ribassista. Una prima spia arriverebbe dalla perdita della media a 10 settimane, oggi in area 4.850-4.900 circa. Ben più importante sarebbe una sequenza di massimi e minimi decrescenti.

MSCI Emerging Markets: la sorpresa positiva

Forse il grafico più interessante insieme alle commodity è quello dei mercati emergenti.

L'MSCI Emerging Markets ha realizzato un'importante accelerazione nel 2026, passando dall'area 1.350-1.400 fino oltre 1.800 prima della correzione estiva.

La discesa verso 1.620-1.650 è stata però rapidamente comprata e l'indice sta nuovamente recuperando area 1.720.

Anche qui la struttura primaria rimane rialzista: prezzi nettamente sopra la media di lungo periodo e media veloce che sta tornando a inclinarsi positivamente.

Gli emergenti beneficiano inoltre di valutazioni generalmente inferiori rispetto ai mercati sviluppati e, quando il dollaro si indebolisce, di condizioni finanziarie più favorevoli. È uno dei motivi per cui diverse case d'investimento hanno mantenuto nel 2026 un'impostazione costruttiva sull'asset class.

C'è tuttavia una distinzione importante: un aumento incontrollato dei rendimenti USA accompagnato da un ritorno della forza del dollaro sarebbe molto più problematico per gli emergenti.

Non tutti, inoltre, reagiscono allo stesso modo all'aumento delle commodity: esportatori e importatori di energia hanno interessi quasi opposti.

Cosa ci stanno dicendo insieme i quattro grafici

Ed è proprio osservandoli insieme che l'analisi diventa più interessante.

Abbiamo Treasury deboli + commodity forti + MSCI World forte + Emerging Markets forti.

Non è, almeno per ora, la configurazione tipica di un mercato che teme una recessione profonda.

In quel caso sarebbe più naturale vedere denaro affluire verso i Treasury e contemporaneamente uscire da azioni e materie prime.

Il mercato sembra invece raccontare una storia diversa: crescita ancora sufficientemente resistente, utili societari robusti, inflazione non completamente domata e premio per il rischio fiscale in aumento.

È quindi una sorta di reflation trade con una componente di fiscal-risk trade.

Ed è proprio il primo grafico a rappresentare il possibile punto di rottura dell'equilibrio.

Finché i rendimenti aumentano moderatamente perché l'economia cresce, l'azionario può conviverci.

Se invece continuassero a salire perché gli investitori richiedono un premio crescente per finanziare deficit e debito pubblico americano, prima o poi il rialzo del tasso privo di rischio comincerebbe a comprimere seriamente le valutazioni azionarie.

La tensione vista sui mercati globali nell'ultima settimana è già un primo avvertimento.

In termini di asset allocation, quindi, il messaggio dei grafici rimane ancora favorevole agli asset reali e rischiosi: equity sviluppato positivo, emerging positivo, commodity positive; bond governativi lunghi ancora fragili.

Non vedo ancora nei quattro grafici un segnale per passare a un'impostazione decisamente risk-off. Vedo però una ragione molto forte per non aumentare indiscriminatamente il rischio: il Treasury decennale è diventato il vero termometro da seguire.

Se i bond riuscissero a stabilizzarsi, il quadro potrebbe tornare decisamente favorevole all'equity.

Se invece la loro discesa accelerasse, facendo salire ulteriormente i rendimenti, sarebbe probabilmente proprio da lì che arriverebbe il prossimo vero test per MSCI World ed emergenti.

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