BoJ alza i tassi all’1,25%, ma lo yen crolla: USD/JPY verso quota 158
pubblicato:Sul grafico il cambio reagisce da area 153: sopra 158,30 possibili allunghi verso 160, ma cresce il rischio d’intervento

La Bank of Japan ha aumentato il tasso di interesse di 25 punti base
La Bank of Japan ha aumentato il tasso di interesse di 25 punti base, portandolo all’1,25%, il livello più elevato dall’aprile 1995. La decisione, ampiamente anticipata dal mercato, è stata approvata con sette voti favorevoli e due contrari.
L’aumento, il primo degli ultimi tre mesi, rappresenta un ulteriore passo verso l’abbandono della politica monetaria ultra-accomodante che ha caratterizzato il Giappone per diversi decenni.
La persistente pressione sui prezzi, alimentata anche dal rincaro dell’energia, ha spinto la banca centrale a proseguire la normalizzazione.
La reazione valutaria è stata però opposta a quella che normalmente ci si attenderebbe dopo un rialzo dei tassi: lo yen si è indebolito sensibilmente e il cambio USD/JPY è salito dell’1,2%, raggiungendo 157,67-157,80, massimo delle ultime due settimane.
Rialzo atteso e privo di una guida esplicitamente aggressiva
La debolezza dello yen si spiega innanzitutto con il fatto che il rialzo era già pienamente incorporato nei prezzi. Per produrre un apprezzamento della valuta, la BoJ avrebbe dovuto accompagnare la decisione con indicazioni più aggressive sul ritmo delle prossime strette.
Il mercato ha invece percepito una certa cautela. I due voti contrari di Toichiro Asada e Ayano Sato hanno evidenziato l’assenza di unanimità all’interno del consiglio e alimentato dubbi sulla possibilità di nuovi interventi in rapida successione.
Durante la conferenza stampa, il governatore Kazuo Ueda ha affermato che la fase della politica monetaria è cambiata e che la banca centrale è pronta a continuare ad aumentare il costo del denaro.
Ha però lasciato aperti tempi e ritmo delle prossime mosse, subordinandoli all’evoluzione dell’attività economica, dei prezzi e del conflitto in Medio Oriente.
Per il mercato non è stato sufficiente. Gli operatori cercavano un impegno più esplicito verso ulteriori rialzi, capace di ridurre il differenziale tra i rendimenti giapponesi e quelli statunitensi.
Il differenziale dei tassi continua a penalizzare lo yen
Nonostante il rialzo all’1,25%, il costo del denaro giapponese rimane nettamente inferiore a quello statunitense, portato dalla Federal Reserve al 3,75-4%.
Il differenziale continua quindi a favorire le strategie di carry trade, attraverso le quali gli investitori si finanziano in yen a costi relativamente contenuti per acquistare attività denominate in valute caratterizzate da rendimenti superiori.
La recente stretta della Fed e le indicazioni di almeno un altro aumento entro la fine dell’anno hanno nuovamente ampliato l’attrattività del dollaro. L’aumento della BoJ riduce marginalmente lo squilibrio, ma non abbastanza da modificare il quadro.
La reazione del cambio mostra che, almeno nel breve periodo, gli operatori attribuiscono più importanza alla politica restrittiva della Fed che alla graduale normalizzazione giapponese.
Inflazione core vicina al 2%, ma restano rischi al rialzo
I dati pubblicati venerdì hanno mostrato che ad agosto l’inflazione core giapponese è rimasta stabile in prossimità dell’obiettivo del 2%.
La BoJ osserva tuttavia un graduale aumento delle pressioni sottostanti. I rincari dei prezzi alla produzione vengono trasferiti sui listini al consumo, mentre le imprese stanno incorporando nei prezzi di vendita gli aumenti salariali concessi ai dipendenti.
A queste dinamiche si aggiunge il rischio energetico. Il Giappone importa gran parte del petrolio e del gas di cui necessita e risulta quindi particolarmente vulnerabile alle tensioni in Medio Oriente.
Uno yen debole amplifica inoltre l’impatto del rincaro delle materie prime, perché aumenta il costo in valuta locale delle importazioni.
La combinazione tra energia cara e deprezzamento valutario potrebbe quindi obbligare la BoJ a proseguire la stretta più rapidamente di quanto oggi il mercato ritenga probabile.
Il pericolo di un intervento sul cambio
L’ascesa di USD/JPY verso quota 158 riporta in primo piano il rischio di un intervento delle autorità giapponesi per sostenere la valuta.
Il ministro delle Finanze Satsuki Katayama ha dichiarato che Tokyo non esiterà ad adottare ulteriori misure coordinate, richiamando l’iniziativa congiunta tra Stati Uniti e Giappone che a fine luglio aveva favorito un forte apprezzamento dello yen.
Le autorità non dispongono di una soglia ufficiale oltre la quale intervenire. Storicamente, però, non guardano soltanto al livello raggiunto dal cambio, ma soprattutto alla velocità e alla natura speculativa del movimento.
Un’accelerazione improvvisa sopra 158-160 potrebbe quindi attirare dichiarazioni sempre più severe e aumentare la probabilità di operazioni dirette sul mercato valutario.
Gli operatori attenderanno anche eventuali commenti del segretario al Tesoro americano Scott Bessent. Un sostegno esplicito degli Stati Uniti a uno yen più forte aumenterebbe l’efficacia di un eventuale intervento giapponese.
Un nuovo ciclo globale di rialzi
La decisione della BoJ si inserisce in un cambiamento più ampio della politica monetaria globale. La banca centrale giapponese è l’ultima grande autorità ad aver adottato una nuova stretta, dopo il rialzo della Federal Reserve e quello effettuato dalla Banca centrale europea.
La Bank of England ha mantenuto il Bank Rate al 3,75%, ma ha avvertito che il protrarsi del conflitto iraniano potrebbe richiedere ulteriori interventi.
Le decisioni sono formalmente indipendenti, ma riflettono la medesima preoccupazione: il rischio che l’aumento dei prezzi di petrolio e gas riaccenda l’inflazione e ne provochi la trasmissione a salari, trasporti e beni finali.
Il fallimento della breve tregua tra Stati Uniti e Iran e l’avanzata degli Houthi lungo la costa del Mar Rosso hanno modificato uno scenario che soltanto un mese fa sembrava orientato verso la distensione e il calo dei prezzi energetici.
Secondo il vicepresidente della Bce Boris Vujcic, il mercato deve ora considerare la possibilità che i prezzi dell’energia rimangano elevati più a lungo. Se l’inflazione dovesse mantenersi alta durante l’autunno, l’effetto negativo sul reddito reale delle famiglie potrebbe inoltre frenare consumi e prodotto interno lordo.
Fed e Bce indicano altre strette
La Federal Reserve ha alzato i tassi ignorando le richieste del presidente Donald Trump per una riduzione del costo del denaro. Kevin Warsh ha inoltre affermato che sarebbe difficile definire restrittive le attuali condizioni finanziarie.
La formulazione suggerisce che la Fed ritenga ancora presente una componente accomodante e che il rialzo appena effettuato rappresenti soltanto l’inizio di una nuova fase. Le proiezioni mostrano che 16 dei 18 componenti del FOMC prevedono almeno un altro aumento di 25 punti base entro la fine dell’anno.
Anche la Bce potrebbe intervenire nuovamente. Un aumento in ottobre rimane possibile, ma dicembre viene considerato più probabile. Sarebbe la terza stretta dell’anno.
In questo contesto, il picco dei tassi dipenderà sempre più dall’evoluzione del conflitto e dei prezzi energetici. Secondo JPMorgan, non può essere escluso un aumento del tasso Bce oltre il 3%.
La Bank of England potrebbe seguire la stessa direzione. Sebbene alcuni analisti prevedano un solo intervento, i mercati finanziari arrivano a incorporare quasi quattro rialzi da 25 punti base nell’arco del prossimo anno.
USD/JPY reagisce con forza da area 153
Sul piano tecnico, il cambio USD/JPY ha sviluppato una reazione molto rapida dopo avere toccato area 153-153,30 nelle sedute precedenti. La risalita verso 157,80 ha recuperato in pochi giorni gran parte della più recente gamba ribassista.
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Il minimo in area 153 ha confermato la presenza di compratori sopra il sostegno compreso tra 151,85 e 154,70, formato rispettivamente dai ritracciamenti del 50% e del 38,2% dell’intero rialzo sviluppato dal minimo del 2025 a 139,77 fino al massimo di luglio 2026 a 163,98.
La reazione non permette ancora di considerare conclusa la fase correttiva, ma segnala che il mercato non è disposto, almeno per ora, ad anticipare una rivalutazione strutturale dello yen.
Prime resistenze tra 158,30 e 160
La prima barriera significativa si colloca tra 158,20 e 158,50, area che aveva svolto una funzione importante durante la precedente discesa e che coincide con numerosi massimi e minimi relativi.
Per individuare i livelli di resistenza del rimbalzo è opportuno considerare la più recente gamba discendente, senza utilizzare automaticamente come ostacoli i ritracciamenti calcolati sul precedente movimento rialzista.
Il superamento di 158,50 aprirebbe spazio verso:
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159-159,30, prima area di congestione;
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160-160,20, soglia psicologica e zona dei massimi di settembre;
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161-161,50, successiva fascia di offerta;
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162,50-164, area dei massimi di luglio.
Oltre 160 aumenterebbe però anche il rischio di intervento da parte delle autorità giapponesi. Il rialzo potrebbe quindi diventare più volatile, con improvvisi arretramenti provocati da dichiarazioni ufficiali o da operazioni dirette sul mercato.
Area 156 è il primo sostegno
Dopo l’accelerazione di venerdì, il primo supporto è compreso tra 156 e 156,30. La tenuta di questa zona manterrebbe intatto il momentum rialzista e consentirebbe nuovi tentativi verso 158,50 e 160.
Sotto 156, il cambio potrebbe tornare verso 154,70-155, area che comprende un importante supporto statico e il ritracciamento del 38,2% dell’intero rialzo 2025-2026.
Una chiusura sotto 154,70 indebolirebbe sensibilmente il recupero e riporterebbe l’attenzione sul minimo recente a 153-153,30.
La rottura di quest’ultimo livello aprirebbe la strada verso 151,85, corrispondente al ritracciamento del 50%. Sotto 151,85, la correzione potrebbe estendersi verso 149-149,20, dove si trova il ritracciamento del 61,8%.
Il massimo a 163,98 resta il riferimento principale
Il quadro di fondo di USD/JPY conserva un’impostazione rialzista finché le quotazioni rimangono sopra i supporti compresi tra 149 e 152. Il massimo a 163,98 costituisce tuttavia una resistenza di lungo periodo particolarmente difficile da superare.
Un ritorno verso questa area potrebbe generare un nuovo intervento delle autorità, soprattutto se accompagnato da un’accelerazione speculativa e da un ulteriore aumento dei costi energetici per il Giappone.
Soltanto una chiusura stabile sopra 164 segnalerebbe la ripresa completa del trend ascendente del dollaro, con possibili estensioni verso 166 e 168. Uno scenario simile indicherebbe che il differenziale dei tassi continua a prevalere sia sulla normalizzazione della BoJ sia sulla minaccia d’intervento.
Una stretta che non basta ancora allo yen
Il rialzo della BoJ all’1,25% rappresenta una svolta storica per la politica monetaria giapponese, ma non è stato sufficiente a sostenere la valuta. La decisione era già scontata, non è stata unanime e non è stata accompagnata da indicazioni abbastanza aggressive sui prossimi interventi.
La direzione di USD/JPY continuerà quindi a dipendere principalmente da tre fattori: il differenziale dei rendimenti con gli Stati Uniti, il percorso dei prezzi energetici e la disponibilità delle autorità giapponesi a intervenire sul mercato.
Sopra 158,50 il cambio potrebbe puntare nuovamente verso 160-160,20, ma con un rischio crescente di intervento. Sotto 156 aumenterebbero invece le probabilità di un ritorno a 154,70 e 153.
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