BCE, il ritorno dei rialzi è una cattiva notizia per l'Italia
pubblicato:L'inflazione torna al 3,2% e Francoforte cambia rotta: i tagli dei tassi si allontanano

Più interessi sul debito pubblico e meno margini per la politica fiscale italiana
Mettiamo a confronto l'evoluzione della politica monetaria europea negli ultimi venticinque anni rappresentata dall'andamento del tasso sui depositi della BCE e l'inflazione dell'Eurozona.
Per lungo tempo le due variabili si sono mosse in modo coerente: prezzi in salita significavano tassi più alti, mentre inflazione debole e crescita fragile portavano a una politica monetaria più accomodante.
Poi è arrivata l'era straordinaria dei tassi a zero.
Tra il 2015 e il 2022 la BCE ha mantenuto il costo del denaro vicino allo zero o addirittura in territorio negativo, nel tentativo di sostenere un'economia europea caratterizzata da crescita modesta e inflazione persistentemente troppo bassa.
Molti investitori avevano iniziato a considerare quella situazione quasi permanente.
L'inflazione non era stata sconfitta
Dopo il violento shock inflazionistico del 2022-2023, la BCE aveva avviato un percorso di normalizzazione, arrivando poi a ridurre i tassi nella convinzione che il ritorno dell'inflazione verso il 2% fosse ormai consolidato.
Gli eventi degli ultimi mesi hanno però cambiato il quadro.
A maggio 2026 l'inflazione dell'Eurozona è risalita al 3,2%, sospinta soprattutto dal rincaro dell'energia provocato dalla guerra in Medio Oriente e dalla tenuta dei prezzi dei servizi.
Di fronte a questo scenario, la BCE ieri ha deciso di tornare ad alzare i tassi, portando il tasso sui depositi al 2,25%.
Il messaggio di Christine Lagarde è stato molto chiaro: più a lungo durerà il conflitto in Medio Oriente, maggiori saranno i rischi sia per l'inflazione sia per la crescita economica europea.
Perché è un problema per l'Italia
Per l'Italia la questione è particolarmente delicata.
Con un debito pubblico superiore ai 3.000 miliardi di euro, ogni aumento del costo del denaro si traduce progressivamente in una maggiore spesa per interessi.
Non si tratta di un effetto immediato, ma di una pressione che cresce nel tempo man mano che il Tesoro rinnova i titoli in scadenza a rendimenti più elevati.
La conseguenza è una riduzione dello spazio fiscale disponibile per:
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investimenti pubblici;
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riduzioni delle imposte;
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sostegno a famiglie e imprese;
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nuove misure di crescita economica.
In altre parole, una quota crescente delle risorse dello Stato rischia di essere assorbita dal servizio del debito.
I mercati devono rivedere le aspettative
Fino a poche settimane fa molti operatori si aspettavano ulteriori tagli dei tassi nel corso del 2026.
Oggi quello scenario appare molto meno probabile.
La stessa BCE ha sottolineato che le prospettive restano incerte, con rischi al rialzo per l'inflazione e rischi al ribasso per la crescita. Per questo motivo Francoforte continuerà a muoversi "riunione per riunione", senza impegnarsi in un percorso prestabilito.
Il risultato è che il mercato deve fare i conti con una realtà diversa da quella immaginata a inizio anno: i tassi potrebbero rimanere elevati più a lungo del previsto.
L'inflazione sembrava un problema archiviato, il suo recente andamento suggerisce invece che potrebbe essere stata soltanto una pausa. E per un Paese fortemente indebitato come l'Italia questa è una notizia che merita molta attenzione.
Anche gli Stati Uniti tornano a fare i conti con l'inflazione
Il problema, però, non riguarda soltanto l'Europa. Anche negli Stati Uniti l'inflazione sta tornando a mostrare segnali di accelerazione. A maggio l'indice dei prezzi al consumo è salito al 4,2% su base annua, il livello più alto degli ultimi tre anni, trainato soprattutto dall'aumento dei prezzi energetici legato alla crisi in Medio Oriente.
Pur rimanendo più contenuta nelle componenti core, l'inflazione americana continua a viaggiare ben al di sopra dell'obiettivo del 2% della Federal Reserve.
Questo significa che anche negli Stati Uniti i mercati stanno progressivamente abbandonando l'idea di imminenti tagli dei tassi e iniziano addirittura a considerare la possibilità di ulteriori strette monetarie se il petrolio dovesse tornare a correre.
Si sta quindi delineando uno scenario particolarmente delicato: da una parte la crescita economica globale rischia di rallentare sotto il peso di energia più cara e maggiore incertezza geopolitica, dall'altra le principali banche centrali potrebbero essere costrette a mantenere i tassi elevati più a lungo del previsto per impedire che l'aumento dei prezzi dell'energia si trasmetta al resto dell'economia.
È la combinazione più difficile da gestire per i mercati finanziari e per i governi: inflazione persistente, crescita più debole e costo del denaro elevato.
Una situazione che ricorda agli investitori che la battaglia contro l'inflazione, sia in Europa sia negli Stati Uniti, è tutt'altro che conclusa.