Banche USA: l’ottimismo sulla ripresa gonfia gli utili, ma lo scenario muta rapidamente

Il 13 luglio a Wall Street è cominciata la pubblicazione delle relazioni trimestrali dei maggiori gruppi bancari e tutto il mercato ha cominciato a valutare i dati forniti dagli istituti di credito per cercare di comprendere lo stato attuale della ripresa. Non solo per le grandi banche di New York, ma anche per tutta l’economia statunitense che ha chiaramente nella finanza un termometro importante.

È stata JP Morgan ad aprire le danze, ma con indicazioni contrastanti che il mercato ha penalizzato con delle vendite sul titolo (aveva però guadagnato più del 20% quest’anno e aggiornato i massimi a giugno). Il colosso ha chiuso il secondo trimestre del 2021 con ricavi da 30,48 miliardi di dollari, -8% sul difficile secondo quarto del 2020. Un giro d’affari comunque superiore alle attese del consensus Refinitiv che non raggiungeva i 30 miliardi di dollari. L’utile netto era invece più che raddoppiato passando da 4,68 mld a 11,95 miliardi di dollari, da 1,38 a 3,78 dollari per azione e ben al di sopra del consensus ($ 3,2). Decisivo il confronto del rilascio di riserve per perdite su crediti da 3 miliardi di dollari in questo trimestre, contro l’accumulo da 8,9 mld un anno fa. Un segnale importante per le prospettive sull’economia USA.

Il copione è stato simile per Goldman Sachs, in questo caso sia i ricavi ($ 15,39 mld) che l’utile netto ($ 5,49 mld, pari a 15,02 dollari per azione) hanno mostrato un forte recupero dal secondo trimestre del 2020 e battuto ampiamente le attese degli analisti su entrambi i fronti ($ 12,17 mld e $ 10,23 rispettivamente). A incoraggiare i risultati il numero record di IPO e operazioni straordinarie che ha compensato il calo del trading (ricavi global market -32% a $ 4,9 mld). Da notare che anche JP Morgan aveva registrato delle debolezze nei ricavi dal mercato con un calo delle revenue provenienti dalla unit Markets & Securities Services (divisione CIB) del 28% a 8,1 miliardi di dollari.

Il giorno dopo ha allargato lo show-down finanziario di Wall Street con altri colossi come Bank of America, BlackRock, Citigroup, Wells Fargo.

Gli utili del trimestre di Bank of America sono schizzati a 9,2 miliardi di dollari (contro i 3,5 mld del secondo quarto del 2020), ma i ricavi sono scesi a 21,5 miliardi dai 22,3 di un anno fa (consensus $ 21,83 mld). Rilasciate riserve per $ 2,2 mld con accantonamenti per perdite su crediti diminuite di 6,7 miliardi di dollari fino a un saldo positivo di 1,6 miliardi di dollari. I depositi sono cresciuti del 14% a 1,9 trilioni complessivi, ma BofA ha fornito indicazioni contrastanti sul trading: al riguardo da notare che i ricavi della unit FICC (bond) sono diminuiti del 38% a 2 miliardi di dollari mentre quelli della unit Equities sono cresciuti del 33% a 1,6 miliardi di dollari. Il saldo della divisione Global Markets ha comunque registrato un utile dimezzato a 908 milioni di dollari. L’EPS del gruppo in crescita da 0,37 a 1,03 dollari per azione ha battuto di misura il consensus posto a 0,77, ma il titolo ha subito delle vendite attribuite da alcuni osservatori al calo del 6% del margine d’interesse a 10,2 miliardi di dollari.

Il gigante globale della gestione finanziaria BlackRock ha annunciato nello stesso giorno i dati del trimestre: balzo dei ricavi dai $ 3,65 mld del secondo quarto 2020 a 4,82 mld lo scorso 30 giugno (consensus Refinitiv 4,61 mld). Utile operativo da 1,4 a 1,93 miliardi. Utile netto da 1,4 a 1,93 mld. L’eps adjusted è balzato da 7,85 a 10,03 dollari, battendo di misura il consensus posto a 9,36 dollari (Refinitiv). Le masse in gestione (AUM) sono cresciute dai 7,31 trilioni di un anno fa a quasi 9,5 trilioni. I flussi netti sono per 80,9 miliardi di dollari nel trimestre, in gran parte collegati al mercato degli ETF che il gruppo presidia con iShare. BlackRock ha evidenziato la crescita organica (+32%) sostenuta anche da commissioni di performance e servizi tecnologici. Anche con il colosso guidato da Larry Fink, il mercato non è stato generoso e ha accolto i dati con vendite diffuse sul titolo.

Quello stesso giorno Citigroup dichiarava un utile da $ 6,19 mld nel secondo trimestre, più di sei volte il profitto di un anno prima, e ricavi complessivi da 17,47 miliardi in calo del 12% (17,2 mld il consensus). A pesare sul giro d’affari della banca guidata da Jane Fraser ancora una volta i mercati del fixed income con un calo del giro d’affari specifico del 43% da 5,59 a 3,21 miliardi di dollari che il balzo del 37% dell’Equity Markets a 1 miliardo non è riuscito a bilanciare. Conclusione la divisione ICG (Institutional Clients Group) ha perso il 14% di revenue a 10,4 miliardi e ha pesato sulle performance dell’intero gruppo. Anche in questo caso il costo del credito con saldo positivo per 1,1 miliardi contro gli accantonamenti (saldo negativo) per 8,2 mld di un anno fa ha dato una spintarella all’utile finale. Anche in questo caso l’eps da 2,85 dollari per azione ha battuto di misura il consensus ($ 1,96), ma non ha salvato il titolo dalle vendite a Wall Street.

Wells Fargo, gigante storico dei mutui Usa, ha visto nel secondo trimestre una crescita tendenziale del giro d’affari da 18,28 a 20,27 miliardi di dollari e ha chiuso il periodo con un utile da oltre $ 6 mld a fronte del rosso da 3,84 mld di un anno fa. Si segnala il passaggio da accantonamenti per perdite su crediti per 9,5 miliardi di dollari a un prelevamento di 1,26 miliardi che ha incoraggiato le performance della bottom line del conto economico. Il confronto a un anno vede i depositi crescere da 1,38 a 1,44 trilioni e i prestiti flettere da 971 a 854 mld. L’eps da 1,38 dollari (rosso da 1,01 un anno fa) ha battuto le attese (consensus Refinitiv a $ 0,97). In questo caso però il mercato ha comprato il titolo dopo la pubblicazione dei dati, e la banca ha segnato una bella performance a Wall Street.

Dopo la pubblicazione dei risultati, ha registrato performance leggermente positive a New York anche Morgan Stanley il 15 luglio. La banca d’affari ha registrato nel secondo trimestre ricavi in crescita da 13,6 a 14,76 miliardi di dollari (consensus Refinitiv 13,96 mld) e l’utile netto è cresciuto da 3,19 a 3,51 miliardi di dollari. L’utile per azione è calato da 1,96 dollari nel secondo quarto del 2020 a 1,85 dollari, ma ha comunque battuto di misura gli 1,65 dollari attesi dagli analisti. Il presidente e CEO James Gorman ha parlato di “un altro trimestre molto forte” con 120 miliardi di flussi nell’Investment Management e l’annuncio di un dividendo trimestrale raddoppiato a 0,70 dollari e di una crescita del buyback a 12 miliardi di dollari. I ricavi della divisione investment banking sono cresciuti del 16% ($ 2,37 mld), quelli dell’equity dell’8% ($ 2,82 mld), ma il fixed income ha registrato una flessione del giro d’affari del 45% ($ 1,68 mld).

La settimana di Wall Street, con il suo avvio della earnings season a partire dalle banche è stata dunque scoppiettante. I colossi della finanza di New York hanno spesso battuto le attese e inviato segnali di fiducia al mercato sulla ripresa dell’economia e il ritorno alla normalità. Il rilascio di accantonamenti miliardari appostati in bilancio contro la pandemia ha confermato che ad oggi non si è verificata quell’esplosione di deteriorati che si temeva, ma non sono mancate le incertezze.
La maggior parte dei titoli, nonostante i buoni dati, ha sofferto qualche vendita e quasi sempre il trading e in particolare la divisione fixed income hanno pesato sul giro d’affari, a volte comprimendolo sul dato di un anno fa. Sullo sfondo di tutti gli annunci sono rimaste le incertezze peculiari di questa fase, con il pericolo di nuove fiammate pandemiche dettate dalle nuove varianti e l’inflazione galoppante Usa che lascia ipotizzare qualche stretta dalle banche centrali che ovviamente peserebbe sui mercati. Sono cresciuti spesso i depositi e c’è qualche reazione nei prestiti, mentre i consumi tramite carta di credito sostengono la ripresa. Il numero uno di JP Morgan Jamie Dimon ha confermato di puntare sulla cassa per prepararsi a una rapida crescita dell’economia Usa che potrebbe portare con sé un rialzo dei tassi, ma ci sono anche colossi bancari che stanno gestendo in un altro modo la crescita dei depositi.

C’è poi il tema del cambiamento dei modelli di consumo, della digitalizzazione che sfida tutto il settore finanziario. Le pressioni sul business del trading, dopo il boom dell’ultimo anno, sembrano condurre a una normalizzazione in questa nuova fase di crescita dell’economia reale che potrebbe anche portare a un maggior costo del denaro. Insomma fin qui tutto bene, con cauto ottimismo, ma lo scenario cambia rapidamente.