Fed, Bce e mercati, continua la moral suasion

Fed, Bce e mercati, continua la moral suasion

Che gli occhi degli investitori siano puntati ormai da qualche mese sull’inflazione è cosa nota: i segnali di una ripresa della crescita dei prezzi ci sono tutti, e le borse non sanno se considerarli positivi, un indizio di una robusta espansione dell’economia, o negativi, l’anticipo di un cambio di rotta per quello che riguarda la politica monetaria delle banche centrali. Per il momento i segnali più evidenti arrivano dagli Usa, ma come spesso accade non si deve pensare che un aumento dell’inflazione in quel paese non abbia delle ripercussioni anche per l’Europa, dal momento ad esempio che un incremento dei rendimenti sui titoli di Stato americani si trasmette in diretto anche sugli analoghi europei. 

Non è un caso che sia la Fed sia la Bce continuino a lanciare segnali rassicuranti ai mercati, nel tentativo di convincerli che per il momento la politica monetaria rimarrà invariata, indipendentemente dall’andamento dell’inflazione. 

Per la Bce è intervenuto di recente Panetta, che in una intervista ha messo in chiaro che il miglioramento dell’economia  è atteso nella seconda parte dell’anno e che per adesso è prematuro pensare di apportare dei cambiamenti di rotta: “il PIL dell’area dell’euro è tuttora inferiore del 5,5 per cento rispetto al livello pre-crisi e ancor di più rispetto al trend di crescita precedente la pandemia. Ciò significa che milioni di posti di lavoro persi non sono stati recuperati”. L’Eurozona è ancora fortemente dipendente dai sussidi governativi e dal supporto della banca centrale, il vecchio continente non è quindi fuori dal tunnel e l’inflazione sta crescendo ma solo in modo transitorio. “Il Consiglio direttivo ha stabilito che continueremo a effettuare acquisti netti di titoli nell’ambito del PEPP almeno sino alla fine di marzo del 2022, e in ogni caso finché non sarà conclusa la crisi legata al coronavirus. Il nostro obiettivo è stimolare l’economia in misura sufficiente per superare questa fase critica” ha aggiunto Panetta. Non ci sono quindi le condizioni che giustifichino una riduzione degli acquisti di bond. Dichiarazioni analoghe sono venute anche da Yannis Stournaras, del board BCE, secondo il quale non ci sono le condizioni per variare il ritmo attuale di acquisti del PEPP. 

Ma tornando agli Usa è possibile notare che il PCE Core (Personal Consumption Expenditures), una misura dell'inflazione molto seguita dalla Federal Reserve, è salito del 3,5% nel primo trimestre (dal precedente 1,7%), il secondo tasso più veloce di crescita dal 2011. Il CPI invece (Consumer Price Index) è in aumento del 4,2% (non aggiustato per fattori stagionali). 

Il presidente della Fed Jerome Powell ha detto più volte che l'aumento dei prezzi è "transitorio" e che è destinato a rientrare nel momento in cui l'attività economica si normalizzerà dopo l'attuale balzo favorito dai programmi di stimolo. Tale ipotesi è tutto sommato credibile, almeno per quello che riguarda il medio periodo: prima della pandemia il tasso di disoccupazione negli USA era al 3,5% e l'inflazione era sotto il 2%, una situazione che potrebbe tornare a proporsi anche in futuro nel momento in cui le distorsioni introdotte dagli interventi di stimolo all'economia verranno riassorbite. 

L'utilizzo della capacità produttiva pre-pandemia era al 77% circa mentre attualmente non arriva al 75%, anche questo è un elemento che può essere considerato in favore di quelli che ritengono l'inflazione un fenomeno temporaneo: l'andamento della capacità produttiva descrive molto bene lo stato di sovra riscaldamento dell'economia. Dall'altra parte c'è però l'andamento dei prezzi delle materie prime, che ha già fatto lievitare i prezzi alla produzione e che prima o poi filtrerà in quelli al consumo. Se per le materie prime fosse iniziato un superciclo rialzista, cosa del tutto possibile, le pressioni sui prezzi al consumo rischiano di essere durature. 

Il problema ovviamente è la tempistica della normalizzazione dell'inflazione: dal momento che il boom economico potrebbe durare anche un biennio c'è il rischio che la Fed non possa stare semplicemente a guardare per un periodo così rilevante. E' questa sostanzialmente la diatriba che impegna in questo momento gli osservatori dei mercati finanziari: la Fed rimarrà alla finestra oppure, come molti sostengono (anche all'interno della stessa banca centrale) già entro la fine del 2021 o al più tardi nel 2022 saranno necessari interventi per riportare l'inflazione sotto controllo?

Tra le voci che hanno ribadito il mantenimento di una posizione di politica monetaria accomodante, fornendo ulteriori garanzie agli investitori preoccupati per l'outlook dell'inflazione, c’è quella di Richard Clarida, vice chairman del Board of Governors della Fed, il quale ha dichiarato che l'istituto è in grado di frenare un'impennata dei prezzi e gestire un "atterraggio morbido" senza mandare fuori strada la ripresa dell'economia Usa. Tra qualche riunione della Fed, quindi tradotto tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, potrebbe essere necessario ridimensionare gli acquisti mensili di bond, attualmente pari a 120 miliardi di dollari mese

Unica voce fuori dal coro quella di Esther George, president e chief executive della Federal Reserve di Kansas City, che mette in guardia gli altri membri della banca centrale da un approccio rigido alla politica monetaria nel post-pandemia: la crisi e gli strumenti usati per combatterla potrebbero dare luogo a dinamiche di inflazione e impiego che sono diverse da quelle sperimentate negli ultimi anni. La George ha dichiarato "Sebbene sia chiaro che fattori temporanei stanno spingendo l'inflazione non sono propensa a ignorare gli attuali segnali sui prezzi" dal momento che "Nel lungo periodo, le prospettive per l'inflazione sono influenzate dalla domanda che è sufficientemente solida per un'ampia gamma di beni e servizi da spingere l'economia complessiva contro la sua capacità produttiva”. In altre parole se l’utilizzo della capacità produttiva dovesse salire oltre i livelli pre-pandemia l’aumento dei prezzi potrebbe rivelarsi duraturo. 

In questo momento dati macro non particolarmente brillanti sono tutto sommato graditi agli investitori, dal momento che allontanano il rischio di una stretta di politica monetaria, e negli ultimi giorni il mercato si è concentrato in particolare sull’andamento del mercato immobiliare e sulla fiducia dei consumatori.

Il Dipartimento del Commercio (congiuntamente al Census Bureau) ha comunicato che ad aprile le vendite di nuove abitazioni sono diminuite del 5,9% rispetto al mese precedente, attestandosi a 863 mila unità, in calo rispetto alle 917 mila unità della rilevazione precedente (rivista da 1021 mila unità). Le attese erano fissate a 970 mila unità. 

Il sondaggio del Conference Board sul sentiment dei consumatori statunitensi ha segnalato per il mese di maggio un calo a 117,2 punti dai 117,5 punti del mese di aprile (rivisti da un preliminare 121,7), collocandosi al di sotto delle aspettative degli analisti che erano per un indice in crescita a 119,2 punti. 

La pausa laterale disegnata dall'indice S&P500 nelle ultime settimane può essere letta in questa ottica: se la crescita dell'inflazione ha fatto alzare il piede dall'acceleratore del rialzo le continue rassicurazioni da parte della banca centrale hanno permesso di evitare che il piede si spostasse ora sul freno. Per adesso le quotazioni si sono limitate a testare, il 12 e il 19 maggio, la media mobile esponenziale a 50 giorni, indicatore che sintetizza con la sua posizione rispetto ai prezzi la condizione della tendenza di medio periodo, che rimane quindi per ora al rialzo. Solo la violazione della media, passante a 4095 punti, potrebbe essere letta come una prima crepa nella struttura rialzista che si sta sviluppando dai minimi di ottobre (a sua volta facente parte di un rialzo più ampio, quello partito a marzo 2020). Sotto area 4095 l'indice potrebbe scendere a testare in area 3980 la media mobile esponenziale e i massimi di metà marzo, un'area di supporto decisamente più significativa che dovrà essere rispettata, se raggiunta, per evitare un deterioramento duraturo dell'uptrend. Se l'indice, facendo leva sulla media esponenziale a 50 giorni, troverà la forza per lasciarsi alle spalle il record del 7 maggio a 4238 punti, le attese saranno in favore di una estensione del rialzo almeno fino in area 4400. Sopra quei livelli si aprirebbero ampi spazi di rialzo, fino in area 5250 almeno. 

Rivolgendo l'attenzione ai tassi di interesse, il cui compartamento è cruciale per leggere l'atteggiamento del mercato nei confronti dell'inflazione, non sorprende scoprire che anche sul grafico dei rendimenti dei bond governativi decennali Usa si è delineata nelle ultime settimane una fase laterale. La curva dell'inflazione prevista è tornata di recente ad essere invertita, quella relativa ai due anni è di circa 40 punti base al di sopra di quella a dieci anni, i timori di una impennata duratura dei prezzi si sono ridimensionati e questo ha tolto forza all'uptrend dei rendimenti. Certo, se la quotazioni dovessero tornare al di sopra dell'1,75/1,80% diverrebbe difficile non prospettare il raggiungimento almeno del 2,15%, 61,8% di ritracciamento (percentuale di Fibonacci) del ribasso dal top di fine 2018. Uno scenario di questo tipo sarebbe compatibile con una discesa consistente dell'S&P500. Senza la rottura di area 1,75/1,80% e con la violazione di area 1,50% sarebbe invece possibile pronosticare uno sgonfiarsi dei rendimenti almeno fino in area 1,20%, una eventualità della quale il mercato azionario riuscirebbe sicuramente ad avvantaggiarsi.