L’inflazione salirà, come investire adesso?

L’andamento crescente dei rendimenti sui titoli di stato Usa ha messo in evidenza di recente una propensione al mercato a scommettere su di una prossima ripresa dell’inflazione. Gli operatori del resto hanno semplicemente fatto due più due, da un lato hanno valutato la risposta delle banche centrali e dei governi alla pandemia di Covid, una risposta senza precedenti per entità, dall’altro hanno iniziato a scontare una ripresa dell’economia successiva alle ormai avviate campagne di vaccinazione. I bilanci delle banche centrali, se misurati con l’aggregato M2, è stata del 25% negli Usa, del 12% nell’area dell’euro e del 13% nel Regno Unito. Storicamente crescita della M2 e dell’inflazione sono andate di pari passo, almeno nel lungo periodo. Se poi si considera che la Federal Reserve ha cambiato atteggiamento nei confronti dell’inflazione, dicendosi disposta ad accettare anche temporanei sforamenti oltre la soglia del 2%, è normale che i mercati stiano scommettendo proprio su questa eventualità. 

Attualmente, secondo i dati del FMI, il rapporto debito/Pil è al 125% negli Usa, al 100% nell’area euro (e al 260% in Giappone). E’ possibile che i governi, sulla scia di quanto lasciato trapelare dalla Fed, decidano di seguire la strada di una inflazione relativamente alta per diminuire il valore reale di questi debiti che si stanno accumulando.

Come dovrebbe comportarsi l’investitore a fronte di un tale scenario? Una strada percorribile ovviamente, almeno per chi detiene un portafoglio obbligazionario, è puntare sui titoli “inflation linked”. Una alternativa potrebbe essere quella di puntare su emissioni in valute che storicamente tendono ad apprezzarsi nelle fasi di espansione del ciclo economico perché legate alle materie prime, come ad esempio il dollaro australiano, quello canadese o la corona norvegese. E data la prospettiva di una fase espansiva dell’economia anche per quello che riguarda il mercato azionario saranno da privilegiare i settori ciclici, come i finanziari (che si potranno avvantaggiare anche dalle aspettative di tassi di interesse in crescita), l’energetico e quello legato alle materie di base. Per lo stesso motivo anche l’investimento diretto nelle materie prime, magari attraverso i future o gli Etf, potrebbe essere una strada da percorrere, del resto il recente rialzo del prezzo del greggio o del rame, ma anche delle materie agricole come il grano o i germogli di soia, conferma la validità di questa strategia.

In particolare nel caso del rame (LME 3MD) le quotazioni si sono spinte ormai da alcune sedute al di sopra del 61,8% di ritracciamento, collocato a 7950 dollari circa, inviando un segnale di forza che anticipa nuovi rialzi. Del resto i prezzi avevano completato a fine novembre l'ampio doppio minimo, figura rialzista, disegnato in area 4300 dall'inizio del 2016. Il target della figura, calcolato proiettando l'ampiezza verso l'alto dal punto di rottura, si colloca in area 10400, praticamente coincidente quindi con i massimi del febbraio 2011.