Tassi: la Fed mette i primi paletti, freneremo se necessario

Qualcosa è cambiato. La Fed ha infatti mantenuto i tassi allo 0,0-0,25% e gli acquisti ad 80 miliardi di dollari di bond al mese più 40 mld di ABS, ma lo scenario prospettico è mutato e la banca centrale Usa ha aperto un varco, ancorché distante, nella politica monetaria ultra-espansiva senza se e senza ma dell’ultimo anno.

E siccome sono i segnali che contano in questo campo, il mercato ha reagito, con forti vendite che hanno superato lo 0,9% per i maggiori indici di Wall Street prima di ricondurre le vendite su un percorso più controllato: -0,54% per l’S&P 500, -0,24% per il Nasdaq e -0,77% per DJIA, una brutta seduta comunque per elaborare le dichiarazioni del FOMC.

Ma in concreto cosa ha detto il numero uno della Fed Jerome Powell per spaventare tanto? Ha preso atto di una situazione che i mercati discutono da tempo e ammesso che la Fed non potrà restare troppo a lungo inerte. La parola magica è inflazione ed è sotto gli occhi di tutti, soprattutto dopo che il petrolio è tornato sui livelli del 2018 e dopo che in un anno il Brent ha guadagnato il 65% e il WTI il 71 per cento. D’altronde i famigerati “colli di bottiglia” che stanno gonfiando i prezzi delle maggiori commodity mentre intere filiere lavorano a singhiozzo a causa della carenza di microprocessori completano il quadro di un inceppo della ripresa, di una produzione che tornata a correre, ma fatica a stare dietro alla domanda.

Powell ha ovviamente ribadito che i fattori che gonfiano l’inflazione sono temporanei, ma di fatto le previsioni sono state tutte portate al rialzo, dal Pil all’occupazione, all’inflazione. Il Pil continuerà a crescere sopra il potenziale e quindi ad alimentare il rischio di un surriscaldamento dell’economia. D’altronde anche il predecessore di Powell che ora fa la segretaria del Tesoro, Janet Yellen, aveva ammesso che un rialzo dell’inflazione era accettabile a fronte del massiccio piano di investimenti pubblici dell’Amministrazione Biden e della crescita economica prevista. Il rischio ancora una volta è il troppo, insomma ripresa sì ma lontano dagli scogli della spirale inflazionistica.

Il Pil USA ha una crescita potenziale dell’1,8%, le nuove previsioni di ieri sono di un +7% quest’anno a fronte del 6,5% previsto a marzo. Nel 2022 la stima resta al +3,3% e nel 2023 risale al 2,4% dalla valutazione di marzo su un +2,2 per cento. È chiaro che per tutto il periodo l’economia va oltre il potenziale e la ripresa dalla pandemia potrebbe avere effetti negativi incontrollati.

Sul fronte dell’occupazione, anzi della disoccupazione si dovrebbe passare dal 4,5% di quest’anno al 3,8% nel 2022 e al 3,5% nel 2023. A maggio era ancora al 5,8 per cento. Non si tratta di dettagli, perché come noto, la Fed – a differenza della BCE – non controlla solo i prezzi ma ha anche l’obiettivo della piena occupazione.

Sui prezzi si arriva al punto perché rispetto a marzo c’è stato un altro aumento delle stime. Dal 2,4% di inflazione prevista tre mesi fa, ora si passa a un 3,4% nel 2021, un bel punto in più. Sale poi dal 2% delle stime a un 2,1% delle nuove proiezioni il livello previsto per l’anno 2022 e dal 2,1 al 2,2% quello del 2023. Insomma le proiezioni dell’inflazione, in particolare la PCE Inflation, ossia le Price Consumer Expenditures (che ad aprile sono balzate dal 2,4% di marzo al 3,6%) sono ben oltre il percorso della mission.

“Se dovessimo vedere i segni di un percorso dell’inflazione o di attese sull’inflazione di più lungo termine che si muovessero in maniera significativa e persistente oltre i livelli coerenti con il nostro obiettivo, dovremmo essere pronti a correggere l’orientamento della politica monetaria”, ha precisato infatti Powell. 

È vero che l’obiettivo del 2% è da tempo simmetrico, ossia lo si può superare per un periodo limitato di tempo purché poi la media sottostante si mantenga nei range prefissati, ma qui parliamo di 1,4 punti percentuali in più, così è inevitabile ragionare su politiche monetarie più restrittive e affidarsi agli ormai famosi dot plot. Questi infatti hanno alzato allo 0,6% la mediana delle attese sui tassi nel 2023, due rialzi entro la fine di quell’anno sintetizza qualche osservatore, una stretta dunque tra due anni, ma preparata per la prima volta all’ultima riunione della Fed. Fino ad allora saranno da verificare le condizioni di mercato.

Probabilmente la ripresa rapida del Baltic Dry Index, un proxy dei prezzi di trasporto globali via mare e quindi dei prezzi in generale, dopo la discesa dai massimi di maggio (da 3266 punti fino a poco più 2400 punti, salvo il ritorno sui massimi in questi giorni) è stato un segnale troppo rapidamente letto dal mercato come una fine della spirale inflazionistica che sta coinvolgendo i mercati. Appare però chiaro che dopo il balzo annuale di oltre il 50% dei prezzi dell’alluminio, del 66% di quelli del rame, del 36% del nickel e dell’84% dello stagno non si può più fare finta di niente.

I segnali per ora restano contrastanti, basti pensare che anche a maggio invece la spesa per i consumi USA ha deluso i mercati con un -1,3% che non si aspettava nessuno, ma che, secondo il Wall Street Journal, potrebbe dipendere dal ritorno dei consumi sui servizi, sugli acquisti di abbigliamento e di altri beni trascurati durante la pandemia (non catturati dai dati retail e alimentari dell’altro indicatore).
Per ora la ripresa prosegue, ma la Fed ha deciso fare un primo passo, di inviare un segnale di controllo dell’inflazione. Se poi sarà una frenata - come direbbe il Financial Times - o solo un rallentamento dipenderà dai dati macro. L’Europa e la Bce dovranno ridisegnare la propria posizione, ma con meno fretta. Il 5% di aumento dei prezzi al consumo USA a maggio è finito pure nella call con Christine Lagarde, la presidente dell’Eurotower ha però spiegato: sono storie diverse dal punto di vista dei prezzi e degli interventi fiscali.