Cina, il debito delle imprese fa paura: rischio crisi o falso allarme?

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
5 min

Pechino potrà evitare un nuovo "momento Lehman"?

Cina, il debito delle imprese fa paura: rischio crisi o falso allarme?

Tra le principali economie mondiali, la Cina si distingue per uno dei più elevati livelli di indebitamento del settore corporate.

Un dato che alimenta i timori di una possibile crisi finanziaria, soprattutto dopo le difficoltà emerse negli ultimi anni nel comparto immobiliare.

Se si considera il debito complessivo di famiglie, imprese e settore pubblico, il Paese più indebitato tra quelli principali è il Giappone, con un valore pari al 354% del PIL. Seguono la Francia con il 324%, la Cina con il 300% e la Svizzera con il 278%.

Gli Stati Uniti si collocano al quinto posto con un indebitamento totale pari al 251% del PIL, davanti all'Eurozona nel suo complesso (239%) e all'Italia (232%). Più in basso si trovano il Regno Unito (221%), la Spagna (217%) e la Germania (196%), mentre la Russia chiude la classifica con il 125% del PIL.

La composizione del debito varia però sensibilmente da Paese a Paese. In Giappone e Italia il principale problema è rappresentato dal debito pubblico. In Cina e Francia pesa soprattutto l'elevato indebitamento delle imprese, mentre negli Stati Uniti il debito è distribuito in modo più equilibrato tra famiglie, aziende e Stato.

La fotografia che emerge è quindi più complessa di quanto spesso si creda: l'Italia ha certamente un debito pubblico molto elevato, ma se si considera l'intero sistema economico non è il Paese più indebitato del mondo. Anzi, diverse grandi economie presentano livelli di leva finanziaria complessiva superiori, con rischi che derivano non solo dai conti pubblici ma anche dall'indebitamento del settore privato.

Nonostante i numeri impressionanti, il sistema cinese presenta comunque caratteristiche molto diverse rispetto alle economie occidentali: forte controllo statale sul sistema bancario, ampia capacità di intervento governativo e un elevato risparmio interno potrebbero consentire di gestire il problema senza sfociare in un vero e proprio crack sistemico.

Guardando alla Cina colpisce soprattutto il dato del debito delle imprese pari al 143% del PIL, uno dei livelli più elevati al mondo. Se si aggiunge il debito pubblico (99%) e quello delle famiglie (58%), si arriva a circa 300% del PIL complessivo.

La domanda quindi è inevitabile: rischio crack?

La risposta è: sì per alcuni settori, molto meno per l'intero sistema Cina.

Perché la situazione è diversa dal Lehman Brothers del 2008

Il punto chiave è che gran parte del debito cinese è:

  • interno al Paese;

  • detenuto da banche controllate dallo Stato;

  • contratto da imprese pubbliche o semi-pubbliche;

  • finanziato prevalentemente con risparmio domestico.

Negli Stati Uniti nel 2008 il problema era un sistema fortemente interconnesso a livello globale e basato sulla leva finanziaria privata.

In Cina il governo può intervenire molto più direttamente:

  • ricapitalizzando banche;

  • allungando le scadenze;

  • imponendo fusioni;

  • monetizzando parte delle perdite.

Per questo motivo il rischio di un "Lehman Moment" improvviso è relativamente basso.

Dove si trova il vero problema

Il problema è che una parte consistente di quel 143% di debito aziendale è stata accumulata da:

  • settore immobiliare;

  • governi locali;

  • società veicolo utilizzate per finanziare infrastrutture;

  • imprese pubbliche poco redditizie.

Il caso di Evergrande e di Country Garden è stato solo la punta dell'iceberg.

Molti investimenti realizzati negli ultimi vent'anni hanno prodotto crescita economica, ma anche rendimenti sempre più bassi.

In altre parole, la Cina continua a investire enormi quantità di capitale per ottenere ogni anno meno crescita aggiuntiva.

Il rischio vero è la "giapponesizzazione"

Ecco perché non è improbabile uno scenario stile Giappone anni '90, è invece meno probabile un crack improvviso.

Questo significherebbe:

  • crescita economica più lenta;

  • pressione deflazionistica;

  • mercato immobiliare debole;

  • banche piene di crediti poco redditizi;

  • tassi bassi per molti anni.

In pratica non un collasso, ma una lunga fase di crescita modesta.

Però attenzione: l'AI e la manifattura aiutano

La Cina oggi ha un vantaggio che il Giappone non aveva.

Sta investendo massicciamente in:

  • semiconduttori;

  • intelligenza artificiale;

  • robotica;

  • batterie;

  • veicoli elettrici;

  • energie rinnovabili.

Questi settori stanno compensando parte della crisi immobiliare.

Il governo cinese sembra aver accettato di sacrificare il vecchio modello basato sul mattone per costruirne uno nuovo basato sulla tecnologia avanzata.

La vera ironia della classifica

Osservando la classifica dell'indebitamento dei maggiori paesi, il dato che sorprende di più non è la Cina ma il Giappone.

Con un debito complessivo vicino al 354% del PIL e un debito pubblico al 179%, il Giappone avrebbe dovuto essere in crisi permanente da decenni.

Eppure non è successo.

Questo dimostra che il problema non è tanto il livello assoluto del debito, quanto:

  • chi lo detiene;

  • in quale valuta è denominato;

  • quanto cresce l'economia;

  • quanto costa finanziarlo.

Per questo motivo la Cina può probabilmente convivere ancora per molti anni con un debito molto elevato.

Il rischio principale non è un crack improvviso, ma che il peso di quel debito riduca gradualmente la crescita potenziale del Paese, trasformando quello che era il motore dell'economia mondiale in un'economia molto più lenta e meno dinamica di quanto gli investitori si siano abituati a vedere negli ultimi vent'anni.