Fed sempre più divisa, i mercati temono rendimenti in crescita
pubblicato:I rendimenti dei Treasury sono saliti con decisione, con il trentennale oltre il 5,2%, sui livelli più elevati degli ultimi diciannove anni

I falchi della Fed chiedono un intervento immediato contro l'inflazione
Dopo la riunione che ha lasciato i Fed Funds invariati tra il 3,50% e il 3,75%, il dibattito all'interno della Federal Reserve si sta facendo sempre più acceso.
Le dichiarazioni rilasciate nelle ultime ore da diversi esponenti della banca centrale mostrano infatti un orientamento sempre più restrittivo.
Il presidente della Fed di Richmond, Tom Barkin, ha definito "molto delicata" la valutazione sull'attuale livello dei tassi, sottolineando come esistano validi motivi per rendere la politica monetaria più restrittiva, cancellando parte dei tagli effettuati lo scorso anno.
Secondo Barkin, inoltre, le pressioni inflazionistiche continuano a diffondersi in modo disomogeneo nei vari settori dell'economia.
Ancora più esplicita la posizione del presidente della Fed di St. Louis, Alberto Musalem, che ha dichiarato al Financial Times di aver preferito un rialzo immediato di 25 punti base già nella riunione di questa settimana.
Secondo Musalem, un intervento "anticipato, incrementale e graduale" sarebbe meno costoso e meno destabilizzante rispetto alla necessità di dover ricorrere in futuro a rialzi molto più consistenti.
Le dichiarazioni dei due banchieri centrali rafforzano il messaggio emerso dal meeting della Fed, nel quale ben tre membri del FOMC hanno votato contro la decisione di mantenere invariati i tassi, chiedendo invece un rialzo immediato.
Si tratta del livello di dissenso più elevato degli ultimi anni e testimonia come la preoccupazione per un'inflazione stabilmente superiore al target del 2% stia aumentando all'interno della banca centrale.
Secondo il FedWatch Tool del CME, il mercato attribuisce ormai una probabilità di circa due terzi (67%) a un rialzo dei tassi nella riunione di settembre.
Warsh vuole cambiare anche il funzionamento della Federal Reserve
Oltre al dibattito sui tassi, il presidente della Fed Kevin Warsh ha aperto un nuovo fronte proponendo di ridurre il numero delle riunioni annuali di politica monetaria.
Se adottata, la riforma rappresenterebbe la più importante modifica organizzativa dai tempi di Paul Volcker e romperebbe una prassi in vigore da oltre quarant'anni.
Una riduzione delle riunioni comporterebbe una minore frequenza delle comunicazioni ufficiali della Fed, riducendo anche le occasioni in cui la banca centrale aggiorna il mercato sulla propria valutazione di inflazione, crescita economica e mercato del lavoro.
Una simile scelta potrebbe aumentare l'incertezza degli investitori e rendere ancora più sensibili i mercati alle dichiarazioni dei singoli esponenti della banca centrale.
I Treasury confermano il messaggio della Fed: rendimenti elevati ancora a lungo
Anche il mercato obbligazionario continua a inviare un segnale coerente con le dichiarazioni dei membri più restrittivi della Fed.
I rendimenti dei Treasury sono infatti saliti con decisione dopo il meeting, con il trentennale oltre il 5,2%, sui livelli più elevati degli ultimi diciannove anni.
Dal punto di vista tecnico, il future sul Treasury decennale americano continua a rappresentare uno dei grafici più deboli dell'intero panorama finanziario.
Dopo oltre due anni di movimento laterale all'interno di un ampio triangolo, i prezzi hanno violato il lato inferiore della figura, tornando anche sotto la media mobile di lungo periodo, la esponenziale a 100 settimane: un segnale che conferma la pressione ribassista sul comparto obbligazionario.
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Il mercato continua infatti a scontare quattro elementi fondamentali:
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inflazione ancora superiore all'obiettivo della Fed;
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forte emissione di debito pubblico americano, che aumenta l'offerta di Treasury;
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economia statunitense ancora resiliente, nonostante il rallentamento del PIL;
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ingenti investimenti nell'intelligenza artificiale, che mantengono elevata la domanda interna e rendono meno urgente un allentamento della politica monetaria.
Finché questo quadro non cambierà in modo significativo, appare difficile immaginare una ripresa sostenibile dei Treasury.
Lo scenario più probabile resta quello di rendimenti strutturalmente elevati ancora per diversi trimestri, con il rischio che la Federal Reserve sia costretta a mantenere un'impostazione restrittiva più a lungo del previsto o addirittura a tornare ad alzare i tassi nei prossimi mesi.
Se la Fed dovesse realmente imboccare un nuovo ciclo di rialzi, o anche solo convincere il mercato che i tassi resteranno elevati più a lungo, l'impatto sull'azionario sarebbe significativo, anche se non uniforme tra i vari settori.
Tassi più alti significano valutazioni più basse
Il primo effetto riguarda le valutazioni.
Un aumento dei rendimenti dei Treasury incrementa il tasso di sconto utilizzato per valutare gli utili futuri delle aziende.
Di conseguenza, soprattutto i titoli con valutazioni elevate tendono a perdere appeal.
È uno dei motivi per cui, nelle ultime settimane, il mercato è diventato molto più severo nei confronti di alcune Big Tech.
Gli investitori non contestano il potenziale dell'intelligenza artificiale, ma iniziano a chiedersi se società come Meta, Alphabet o Apple possano giustificare investimenti sempre più elevati in un contesto di capitale più costoso.
Il Nasdaq resta il listino più sensibile
L'impatto maggiore ricadrebbe probabilmente sul comparto tecnologico.
I titoli growth, caratterizzati da utili attesi soprattutto negli anni futuri, sono quelli che soffrono maggiormente un aumento dei rendimenti obbligazionari.
Non a caso, ogni volta che il Treasury decennale si avvicina al 5%, il Nasdaq tende ad attraversare fasi di maggiore volatilità.
Va però sottolineato che il mercato sta diventando più selettivo: Microsoft e Amazon hanno dimostrato di riuscire già oggi a monetizzare gli investimenti nell'AI, mentre società che continuano ad aumentare la spesa senza evidenti ritorni economici rischiano di essere penalizzate molto di più.
Il vero rischio è un rialzo dei tassi accompagnato da rendimenti oltre il 5%
L'aspetto che preoccupa maggiormente Wall Street non è tanto un singolo rialzo di 25 punti base, quanto il messaggio che la Fed potrebbe trasmettere.
Se gli investitori arrivassero a credere che:
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il tasso terminale sia più alto del previsto;
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i tassi resteranno elevati fino al 2027;
- •
il Treasury decennale possa stabilizzarsi sopra il 5%;
allora le valutazioni dell'intero mercato azionario potrebbero subire una revisione al ribasso.
Perché oggi il rischio è maggiore rispetto a due anni fa
La situazione è diversa rispetto al 2022-2023.
Oggi le valutazioni azionarie sono tornate molto elevate, soprattutto negli Stati Uniti, mentre gli utili incorporano aspettative molto ottimistiche sul boom dell'intelligenza artificiale.
Contemporaneamente:
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il rendimento del Treasury offre un'alternativa sempre più interessante alle azioni;
- •
il costo del capitale aumenta per imprese e famiglie;
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il mercato obbligazionario continua a segnalare che l'inflazione potrebbe rimanere persistentemente sopra il 2%.
In questo scenario basta una delusione sulle trimestrali o una revisione al rialzo delle aspettative sui tassi per innescare prese di beneficio anche violente.
Lo scenario da monitorare
Se nelle prossime settimane altri membri della Fed dovessero allinearsi alle posizioni di Barkin e Musalem, la probabilità di un rialzo a settembre aumenterebbe ulteriormente.
Per l'azionario questo significherebbe un contesto più difficile, soprattutto per i titoli growth e per le società con multipli molto elevati.
Al tempo stesso, però, non sarebbe necessariamente la fine del mercato rialzista.
Potrebbe piuttosto accelerare la rotazione settoriale già in atto: meno concentrazione sulle Big Tech e maggiore contributo di banche, energia, difesa, industriali e altri comparti "value".
Se questo allargamento della partecipazione continuerà, il bull market potrebbe proseguire, ma con una leadership molto diversa rispetto a quella degli ultimi due anni.
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