FMI: Unimpresa, stime su Italia ignorano risanamento in atto, mercati raccontano storia diversa

di FTA Online News pubblicato:
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Le previsioni dell'Article IV del Fondo Monetario Internazionale, che stimano per l'Italia una crescita del PIL reale dello 0,5% fino al 2027 e segnalano il debito pubblico come fattore di rischio strutturale, non tengono conto della traiettoria di risanamento in atto nei conti pubblici italiani né del giudizio che i mercati finanziari internazionali stanno esprimendo in tempo reale sul profilo di rischio del Paese, raccontando una storia diversa. Lo sostiene il Centro studi di Unimpresa, che ha elaborato una lettura comparata degli indicatori disponibili. Sul fronte del debito, Unimpresa osserva che il Fmi isola il dato stock - 137% del PIL a fine 2025 - senza valorizzare adeguatamente i fattori che ne determinano la dinamica futura. Il saldo primario è tornato positivo: +0,7% del PIL nel 2025, in miglioramento rispetto al +0,4% del 2024. Il deficit si è ridotto al 3,1% per il secondo anno consecutivo al di sotto degli obiettivi iniziali, con una traiettoria attesa al 2,9% nel 2026. La crescita nominale del PIL si è attestata al 2,5% nel 2025: una combinazione, quella tra avanzo primario e crescita nominale superiore al tasso medio del debito, che crea le condizioni strutturali per la stabilizzazione e il successivo calo del rapporto debito/PIL. Sul fronte della credibilità esterna, lo spread BTP-Bund si mantiene intorno ai 70-75 punti base, livelli che non si registravano da oltre quindici anni. I titoli di Stato italiani rendono meno di quelli francesi. Tutte e cinque le principali agenzie di rating - Fitch, S&P, DBRS Morningstar, Scope Ratings e Moody's - hanno migliorato il giudizio sul debito sovrano italiano nell'arco degli ultimi dodici mesi. Il tasso di disoccupazione è al 5,7%, minimo storico. I credit default swap sull'Italia si collocano su livelli contenuti. Il Fondo descrive un debito 'vulnerabile agli shock' senza considerare che gli stessi mercati, i quali quegli shock li prezzano ogni giorno, hanno compresso il premio di rischio sull'Italia ai minimi da tre lustri. Questa contraddizione non è secondaria: o i mercati sbagliano, o la narrativa del rischio-Italia necessita di un aggiornamento sostanziale.

"C'è qualcosa di paradossale nel modo in cui le istituzioni finanziarie internazionali continuano a raccontare l'Italia. L'Article IV del Fondo Monetario Internazionale pubblicato oggi non fa eccezione: crescita "modesta", debito "troppo elevato", dinamica "vulnerabile". Un copione che si ripete con tale regolarità da sollevare una domanda legittima: quanto di questo giudizio è analisi aggiornata, e quanto è inerzia narrativa? Partiamo dai fatti. Il saldo primario italiano è positivo e in miglioramento: +0,7% del PIL nel 2025. Il deficit si è ridotto per il secondo anno consecutivo al di sotto degli obiettivi iniziali. La crescita nominale dell'economia - che è la variabile che conta davvero per la sostenibilità del debito, non quella reale - si è attestata al 2,5% nel 2025. Quando il tasso di crescita nominale supera il costo medio del debito e il saldo primario è in avanzo, la dinamica del rapporto debito/PIL tende alla stabilizzazione. Questo non è ottimismo: è aritmetica" commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. Il Fondo avverte che la dinamica del debito è "vulnerabile agli shock legati alla crescita, ai tassi di interesse e alla fiducia". È vero, e sarebbe ingenuo negarlo. Ma questa vulnerabilità vale per qualsiasi economia con un debito significativo, incluse quelle che il Fondo tratta con ben altro riguardo. Quello che il documento non dice è che i mercati - che quella fiducia la misurano ogni ora, non due volte l'anno - stanno esprimendo un giudizio diametralmente opposto. Lo spread BTP-Bund a 70 punti base è il livello più basso da quindici anni. I BTP rendono meno degli OAT francesi. Cinque agenzie di rating su cinque hanno promosso l'Italia negli ultimi dodici mesi. Se il rischio fosse davvero quello descritto dall'Article IV, i mercati farebbero l'esatto contrario. Il problema del FMI - come già quello della Commissione europea - non è la malafede, ma un difetto metodologico strutturale: i modelli istituzionali incorporano i miglioramenti con ritardo e pesano le fragilità storiche più dei segnali di inversione recenti. Il caso del Superbonus è emblematico: ha distorto i conti per anni, ha gonfiato il debito, ha condizionato ogni previsione. Ma il suo impatto residuo si sta esaurendo, e questa discontinuità non è ancora pienamente scontata nei modelli di Washington. L'Italia ha un debito elevato. Questo è un fatto. Ma è un fatto che convive con un altro fatto: che il Paese sta correggendo i suoi conti in modo credibile, riconoscibile dai mercati, confermato dalle agenzie di rating, e lo fa in un contesto internazionale - guerra in Medio Oriente, shock energetico, dazi - che nessun governo europeo poteva prevedere né controllare. Raccontare solo metà della storia non è analisi: è distorsione" aggiunge il presidente di Unimpresa.

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