Il capitalismo dei fondi: quando la finanza globale decide il futuro dell’industria

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
5 min

Dai 14.000 miliardi di BlackRock al dominio delle Big Three: il potere silenzioso dei grandi gestori sulle imprese strategiche mondiali

Il capitalismo dei fondi: quando la finanza globale decide il futuro dell’industria

Il potere sistemico dei grandi gestori: numeri che cambiano la politica industriale

Il dominio di BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity rappresenta uno dei fenomeni più rilevanti – e meno discussi – del capitalismo contemporaneo.

Non si tratta solo di dimensioni finanziarie impressionanti, ma di potere strutturale sull’economia reale, sulle imprese e, indirettamente, sulle scelte di politica industriale degli Stati.

BlackRock, in particolare, ha chiuso il 2025 con 14.040 miliardi di dollari di masse gestite, in crescita di circa il 22% su base annua. Un dato che assume contorni ancora più rilevanti se si considera la composizione della crescita:

  • fortissimi afflussi nel reddito fisso (oltre 83 miliardi nel trimestre),

  • afflussi netti a lungo termine per circa 268 miliardi,

  • e soprattutto il ruolo centrale degli ETF, vero motore di crescita organica del gruppo.

Questa espansione non è episodica: BlackRock ha superato i 1.000 miliardi nel 2006, i 10.000 miliardi nel 2021 e oggi gestisce un ammontare paragonabile alla capitalizzazione complessiva di tutte le Borse europee messe insieme.


Un confronto che fa riflettere: finanza globale vs Europa reale

Per dare un ordine di grandezza:

  • Euronext capitalizza circa 6.400 miliardi di dollari,

  • Francoforte circa 1.750 miliardi,

  • Londra 3.070 miliardi,

  • Zurigo 1.800 miliardi.

Sommandole, si arriva a un valore complessivo vicino ai 14.000 miliardi di dollari: esattamente l’ordine di grandezza delle masse gestite da BlackRock.

Naturalmente BlackRock non può – né vuole – “comprare l’Europa”, ma il paragone serve a chiarire un punto chiave: il baricentro del potere economico si è spostato dalla produzione alla gestione del capitale.


La presenza pervasiva nelle Big Tech e nei settori strategici

Questi grandi fondi sono presenti stabilmente nel capitale delle principali Big Tech globali – Amazon, Alphabet, Microsoft, Apple, Meta – ma anche in settori altrettanto cruciali come:

  • difesa (es. Lockheed Martin),

  • pagamenti (Visa, Mastercard),

  • alimentare e beni di consumo (Coca-Cola, PepsiCo).

La novità storica non è la presenza del capitale finanziario, ma la sua concentrazione simultanea in imprese concorrenti, che trasforma i fondi in una sorta di “azionista universale”.


Il caso italiano: un capitalismo sempre più finanziarizzato

In Italia, la presenza dei grandi fondi è ormai sistemica. Li ritroviamo nel capitale di:

  • utility e infrastrutture strategiche come Enel, Eni, Terna, A2A, Hera;

  • industria e difesa come Leonardo, Fincantieri, Iveco, Brembo;

  • automotive e manifattura come Stellantis;

  • lusso e lifestyle come Ferrari, Brunello Cucinelli, Moncler.

Questa presenza non è neutrale: tende a finanziarizzare le imprese, orientandole verso:

  • dividendi elevati,

  • buyback,

  • ottimizzazione dei margini di breve periodo,
    a scapito di investimenti industriali di lungo termine, ricerca, filiere nazionali e occupazione stabile.


Il nodo centrale: breve termine contro visione industriale

Il problema non è “ideologico”, ma strutturale. I grandi fondi devono garantire:

  • liquidità,

  • rendimento costante,

  • tracciabilità delle performance.

Questo spinge le aziende partecipate a privilegiare risultati immediati, riducendo lo spazio per strategie industriali decennali, esattamente quelle di cui l’Italia avrebbe bisogno per:

  • transizione energetica,

  • rilancio manifatturiero,

  • autonomia tecnologica,

  • difesa e infrastrutture.

In questo contesto, una vera politica industriale diventa quasi impossibile se la governance delle imprese è dominata da logiche finanziarie globali.


Il ruolo ambiguo delle risorse pubbliche italiane

Il quadro è aggravato dal fatto che anche gli strumenti pubblici italiani si sono progressivamente allineati a questa logica:

  • Cassa Depositi e Prestiti opera sempre più come un fondo d’investimento,

  • il Fondo Italiano d’Investimento è stato privatizzato,

  • F2i privilegia progetti ad alto rendimento e rapida monetizzazione.

Il risultato è un vuoto di visione pubblica: mancano soggetti capaci di accettare ritorni più lenti in cambio di benefici industriali, tecnologici e sociali di lungo periodo.


Conclusione: perché questo tema è cruciale per l’Italia

La crescita dei grandi fondi non è solo un fenomeno finanziario, ma una trasformazione del capitalismo.

Dopo il 2008, la finanza è stata salvata con risorse pubbliche; oggi, però, la sua pervasività rischia di condizionare in modo permanente le scelte industriali, l’energia, l’occupazione e persino la sicurezza nazionale.

Per un Paese come l’Italia, con una struttura produttiva complessa ma fragile, il nodo è chiaro:
👉 senza un contrappeso pubblico e strategico, la logica del breve termine continuerà a prevalere, rendendo sempre più difficile costruire quelle politiche industriali di lungo periodo che sarebbero invece decisive per crescita, competitività e coesione sociale.

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