Germania: Unimpresa, crescita debole ma svolta da 800 miliardi può aprire nuovi spazi a imprese italiane

di FTA Online News pubblicato:
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Inflazione al 2,9%, energia +10,5%, disoccupazione al 6,3%. Il Pil tedesco resta debole, con una crescita stimata tra lo 0,5% e l’1% nel 2026. Berlino cambia però strategia economica e punta su difesa e infrastrutture con investimenti fino a 800 miliardi entro il 2030. Per l’Italia, che nel 2025 ha realizzato con la Germania 157,8 miliardi di interscambio commerciale, la trasformazione del modello tedesco può diventare una nuova occasione industriale. Export italiano verso Berlino a 72,2 miliardi, importazioni a 85,6 miliardi. Automotive, agroalimentare, macchinari ed elettrotecnica restano le filiere maggiormente coinvolte.

La Germania entra nella seconda metà del 2026 con un’economia ancora fragile, un’industria manifatturiera alle prese con una trasformazione strutturale e un’inflazione tornata in accelerazione, ma anche con una politica fiscale radicalmente diversa rispetto al passato e destinata a modificare gli equilibri industriali europei nei prossimi anni. L’inflazione tedesca ha raggiunto ad agosto il 2,9% su base annua, rispetto al 2,8% di luglio e al 2,3% di giugno, con i prezzi dell’energia in aumento del 10,5%. L’inflazione di fondo, al netto di energia e alimentari, si attesta invece al 2,4%, indicando una dinamica dei prezzi ancora fortemente condizionata dalla componente energetica. È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa sul quadro economico tedesco e sui possibili riflessi per l’Italia.  Sul versante della crescita, il prodotto interno lordo, in Germania, è aumentato dello 0,3% nel primo trimestre dell’anno, ma le previsioni per l’intero 2026 restano prudenti. Il governo federale stima una crescita dell’1%, mentre la Bundesbank indica un incremento più contenuto, pari allo 0,5%. Anche il mercato del lavoro mostra segnali di progressivo indebolimento: il tasso di disoccupazione ha raggiunto a giugno il 6,3%, il livello più alto dal 2020, con oltre 2,9 milioni di persone in cerca di lavoro. La principale novità è tuttavia rappresentata dal cambio di politica economica deciso dal governo guidato da Friedrich Merz. Berlino ha superato la tradizionale rigidità sul debito pubblico e ha avviato un programma straordinario di investimenti in difesa e infrastrutture che può arrivare fino a 800 miliardi di euro entro il 2030, all’interno di una manovra di bilancio 2026 da circa 520 miliardi. Parallelamente, il deficit pubblico tedesco è atteso in crescita fino a circa il 3,7% del Pil. Il cambiamento della strategia tedesca rappresenta un passaggio decisivo anche per l’economia italiana. Germania e Italia hanno realizzato nel 2025 un interscambio commerciale pari a 157,8 miliardi di euro, in aumento dell’1,2% rispetto al 2024 e al terzo valore più alto mai registrato. Le esportazioni italiane verso la Germania ammontano a 72,2 miliardi, mentre le importazioni raggiungono 85,6 miliardi, con un saldo favorevole a Berlino di 13,4 miliardi. Tra i settori maggiormente coinvolti figurano automotive e componentistica, con 25,1 miliardi di esportazioni e una crescita del 7,3%, agroalimentare con 20,3 miliardi e un incremento dell’8,6%, macchinari industriali con 20,8 miliardi e una crescita dell’1,5%, ed elettrotecnica-elettronica con 18 miliardi e un aumento del 2,3%. La crisi industriale tedesca non deve pertanto essere interpretata esclusivamente come un fattore negativo per il sistema produttivo italiano. La ristrutturazione dell’automotive e il nuovo ciclo di investimenti pubblici possono infatti creare opportunità per le piccole e medie imprese italiane più specializzate, innovative e integrate nelle filiere europee, in particolare nei comparti della meccanica avanzata, della componentistica, dell’energia, delle infrastrutture e delle tecnologie duali. «La Germania sta attraversando una fase molto delicata, forse la più complessa degli ultimi decenni dal punto di vista industriale, ma sarebbe un errore leggere questa trasformazione soltanto in termini di crisi. Berlino sta cambiando modello economico e sta mettendo in campo una capacità di investimento pubblico molto significativa. Per l’Italia, e soprattutto per le nostre piccole e medie imprese, questa può diventare un’occasione importante, purché il sistema produttivo sappia muoversi per tempo e con una strategia precisa. Il rapporto economico tra Italia e Germania resta troppo importante per essere osservato soltanto attraverso le oscillazioni congiunturali del prodotto interno lordo. Parliamo di quasi 158 miliardi di interscambio commerciale e di filiere industriali profondamente integrate. La difficoltà dell’automotive tedesco inevitabilmente produce conseguenze anche sul nostro Paese, ma contemporaneamente la nuova domanda che nascerà dagli investimenti in infrastrutture, difesa, energia e tecnologie avanzate può aprire spazi molto rilevanti per le imprese italiane. La questione centrale sarà capire se l’Europa riuscirà a trasformare questa nuova fase di investimenti pubblici in una vera politica industriale comune. L’Italia dispone di un patrimonio di piccole e medie imprese molto competitive nelle lavorazioni specialistiche, nella meccanica, nella componentistica e nelle tecnologie ad alto valore aggiunto. Occorre evitare che la nuova stagione di investimenti tedeschi resti confinata all’interno dei grandi gruppi nazionali e costruire invece una partecipazione europea alle nuove catene di fornitura. È su questo terreno che si giocherà una parte importante della competitività industriale europea dei prossimi anni» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

 

Secondo il Centro studi di Unimpresa, il quadro economico tedesco del 2026 presenta caratteristiche molto diverse rispetto a quelle che hanno accompagnato la lunga fase di espansione della Germania negli ultimi due decenni. Il modello fondato sulla combinazione tra grande industria manifatturiera, forte capacità esportatrice, contenimento del costo del lavoro ed energia relativamente conveniente mostra oggi limiti evidenti. Nel primo trimestre del 2026 il prodotto interno lordo ha registrato una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti. Si tratta di un dato positivo, soprattutto dopo la debolezza registrata nel 2025, ma ancora insufficiente per parlare di una vera ripresa. Le previsioni per l’intero anno confermano questa prudenza. Il governo federale stima una crescita dell’1%, mentre la Bundesbank indica un incremento dello 0,5%. La distanza tra le due valutazioni riflette soprattutto l’incertezza sull’effettiva velocità con cui il nuovo programma di investimenti pubblici riuscirà a trasmettersi all’economia reale. Anche la fiducia delle imprese resta su livelli contenuti. L’indice Ifo si attestava a maggio a 84,9 punti, indicando un’economia che ha probabilmente superato la fase più acuta della contrazione, ma che resta ancora fragile.

Inflazione al 2,9%, torna il problema dell’energia. A complicare il quadro è il ritorno delle pressioni inflazionistiche. Ad agosto 2026 l’inflazione tedesca è salita al 2,9% su base annua, rispetto al 2,8% di luglio e al 2,3% di giugno. La dinamica appare tuttavia fortemente concentrata sulla componente energetica. I prezzi dell’energia sono aumentati del 10,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre l’inflazione core, cioè depurata dai prezzi energetici e alimentari, si è fermata al 2,4%. Il dato conferma come uno dei principali problemi strutturali della Germania resti il costo dell’energia. Per una economia caratterizzata da un peso molto elevato dell’industria manifatturiera, l’aumento permanente dei costi energetici rischia infatti di trasformarsi in un problema competitivo di lungo periodo. La perdita delle forniture energetiche a basso costo che avevano sostenuto per anni la competitività dell’industria tedesca impone oggi una profonda riorganizzazione degli approvvigionamenti e degli investimenti.

Il mercato del lavoro perde forza. Un altro segnale di debolezza arriva dal mercato del lavoro, che per molti anni aveva rappresentato uno dei principali punti di forza dell’economia tedesca. A giugno il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 6,3%, il valore più alto dal 2020, con oltre 2,9 milioni di persone in cerca di occupazione. Il peggioramento appare direttamente collegato alla fase di ristrutturazione industriale. Le grandi imprese stanno infatti avviando programmi di riduzione degli organici che coinvolgono soprattutto il settore automobilistico e la sua estesa rete di fornitori. La questione occupazionale rappresenta uno degli elementi decisivi per valutare la sostenibilità sociale della trasformazione tedesca. Se la nuova domanda generata dagli investimenti pubblici riuscirà ad assorbire una parte della manodopera in uscita dall’automotive e dai settori tradizionali, la transizione potrà risultare relativamente ordinata. In caso contrario, la debole crescita potrebbe tradursi in un aumento strutturale della disoccupazione.

La crisi dell’automotive è soprattutto una crisi di modello. Il punto più delicato resta l’automobile. La produzione negli stabilimenti tedeschi si è ridotta del 28% nell’ultimo decennio e i principali produttori hanno annunciato piani di ristrutturazione molto rilevanti. Volkswagen prevede fino a 100.000 esuberi entro il 2030, Audi 7.500 uscite entro il 2029, BMW circa 8.000 tagli entro il prossimo anno, Porsche circa 5.000 posizioni entro il 2035 e Mercedes-Benz circa 5.500 uscite incentivate già in corso. La dimensione degli interventi mostra come non si tratti soltanto di una debolezza ciclica della domanda. Il problema riguarda il modello produttivo complessivo dell’automotive tedesco. La concorrenza cinese si è intensificata rapidamente, soprattutto nel settore dei veicoli elettrici, mentre il valore aggiunto si sta spostando progressivamente dalla meccanica tradizionale verso software, batterie e servizi digitali. Nel primo semestre 2026 le vendite dei grandi marchi tedeschi sul mercato cinese hanno subito riduzioni significative: Volkswagen ha registrato una contrazione del 26%, Mercedes-Benz del 28% e BMW del 20%. Parallelamente, le case tedesche devono confrontarsi con strutture produttive più pesanti rispetto a quelle dei concorrenti asiatici. Volkswagen, secondo le valutazioni considerate nello studio, impiega circa il 60% di personale in più rispetto a Toyota a parità di produzione. Il problema tedesco è quindi duplice: recuperare competitività nei settori tecnologici emergenti e contemporaneamente ridurre il peso delle strutture produttive costruite durante la lunga fase di espansione della motorizzazione tradizionale.

La svolta fiscale cambia la Germania. È dalla politica fiscale che arriva la risposta più significativa. Il governo guidato da Friedrich Merz ha deciso di superare la tradizionale impostazione tedesca fondata sulla rigidità dei conti pubblici e sul contenimento dell’indebitamento. Il nuovo programma prevede investimenti in difesa e infrastrutture che possono arrivare fino a 800 miliardi di euro entro il 2030. Il bilancio federale 2026 raggiunge circa 520 miliardi di euro, mentre a livello europeo è previsto anche un piano di prestiti da 150 miliardi per sostenere gli investimenti nella difesa. La conseguenza è un aumento significativo del deficit pubblico, che nel 2026 dovrebbe raggiungere circa il 3,7% del Pil. Si tratta di un cambio di paradigma. Per molti anni la Germania ha basato la propria strategia economica sulla forza dell’export e sulla disciplina fiscale. Il nuovo modello assegna invece alla spesa pubblica un ruolo molto più rilevante nel sostegno all’economia. Difesa, infrastrutture, energia e tecnologie collegate diventano così i settori intorno ai quali Berlino tenta di costruire un nuovo ciclo di sviluppo industriale.

La vera partita si giocherà tra il 2027 e il 2028. Gli effetti della nuova strategia non saranno immediati. Nel biennio 2026-2027 la crescita tedesca dovrebbe restare debole, probabilmente all’interno di una fascia compresa tra lo 0,5% e l’1%. La ristrutturazione dell’industria automobilistica continuerà a pesare sull’attività economica e sul mercato del lavoro, mentre l’elevato costo dell’energia continuerà a limitare la competitività delle imprese manifatturiere. Gli investimenti pubblici inizieranno invece a produrre effetti più consistenti dalla seconda metà del 2027, quando le nuove commesse, i cantieri infrastrutturali e i programmi legati alla difesa dovrebbero entrare progressivamente a regime. Il vero punto di svolta sarà rappresentato dalla capacità di trasformare lo stimolo pubblico in investimenti privati. Nello scenario più favorevole, il sistema industriale tedesco potrebbe utilizzare le risorse pubbliche per riposizionarsi nei settori della difesa, dell’energia, delle tecnologie duali e delle infrastrutture avanzate. In questo caso una parte delle competenze e degli occupati provenienti dall’automotive potrebbe essere assorbita dalle nuove filiere. Nello scenario più prudente, invece, gli investimenti pubblici potrebbero restare concentrati in un numero limitato di settori, senza riuscire a generare una vera ripresa diffusa dell’economia. In questo secondo scenario, la Germania potrebbe attraversare una lunga fase di crescita debole, accompagnata da un aumento della disoccupazione e da tensioni sociali crescenti.

Cina e Stati Uniti restano i due grandi fattori esterni. Accanto alle dinamiche interne, due variabili continueranno ad avere un peso decisivo. La prima è la Cina. Il mercato cinese resta fondamentale per le grandi imprese industriali tedesche e in particolare per il settore automobilistico. Una ulteriore riduzione della domanda cinese o un aumento della quota di mercato dei produttori locali potrebbe accentuare la pressione sulle case automobilistiche tedesche. La seconda variabile riguarda gli Stati Uniti e l’evoluzione della politica commerciale americana. I dazi rappresentano uno dei principali rischi esterni per il biennio 2026-2027, soprattutto per un’economia fortemente dipendente dalle esportazioni come quella tedesca.

Italia-Germania, un rapporto da quasi 158 miliardi. Per l’Italia, l’evoluzione dell’economia tedesca assume una particolare rilevanza per la dimensione dell’interscambio commerciale. Nel 2025 gli scambi tra i due Paesi hanno raggiunto 157,8 miliardi di euro, con una crescita dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Si tratta del terzo valore più elevato mai registrato. L’Italia ha esportato verso la Germania beni per 72,2 miliardi di euro e ne ha importati per 85,6 miliardi. Il saldo commerciale è quindi favorevole alla Germania per 13,4 miliardi. La dimensione dei flussi conferma quanto i due sistemi produttivi siano integrati. L’automotive e la componentistica rappresentano una delle principali aree di scambio, con esportazioni italiane per 25,1 miliardi di euro nel 2025 e una crescita del 7,3%. L’agroalimentare raggiunge 20,3 miliardi, con un aumento dell’8,6%. I macchinari industriali valgono 20,8 miliardi, in crescita dell’1,5%, mentre il comparto elettrotecnico ed elettronico raggiunge 18 miliardi, con un incremento del 2,3%.

La crisi tedesca non colpisce tutte le imprese italiane nello stesso modo. I dati suggeriscono una lettura più complessa rispetto alla semplice equazione secondo cui una Germania in difficoltà produce automaticamente effetti negativi sull’Italia. Le conseguenze dipendono infatti dalla posizione occupata dalle imprese italiane nelle catene produttive. Le aziende maggiormente dipendenti dai settori tradizionali dell’automotive e della manifattura tedesca possono subire direttamente la riduzione della produzione. Allo stesso tempo, però, la ristrutturazione industriale può creare nuovi spazi per i fornitori più innovativi. La componentistica automobilistica italiana destinata alla Germania è passata da circa 4 miliardi di euro nel 2020 a quasi 5 miliardi nel 2025. Una parte delle imprese italiane ha quindi saputo rafforzare la propria posizione proprio durante la crisi del settore tedesco, sostituendo fornitori locali in alcune produzioni ad alta specializzazione tecnologica. Più complesso il quadro della meccanica generale, dove le esportazioni sono scese da circa 4 miliardi nel 2023 a 3,7 miliardi nel 2025. Anche in questo comparto esistono tuttavia segmenti, come valvole, forni industriali e compressori, che registrano aumenti nell’ordine del 6-7%.

Difesa e infrastrutture possono diventare la nuova frontiera. La principale opportunità per le imprese italiane potrebbe arrivare dal nuovo ciclo di investimenti pubblici tedeschi. Un piano che può raggiungere gli 800 miliardi entro il 2030 richiederà infatti una capacità produttiva molto significativa e difficilmente potrà essere sostenuto esclusivamente dalle imprese tedesche. Si aprirà quindi una competizione per entrare nelle nuove catene di fornitura nei settori della difesa, dell’ingegneria, dell’elettronica, della meccanica avanzata, dell’energia e delle infrastrutture. Per il sistema produttivo italiano, caratterizzato da un elevato numero di piccole e medie imprese specializzate, si tratta di una opportunità potenzialmente importante. La condizione è che le imprese riescano a posizionarsi sui segmenti a maggiore contenuto tecnologico e a maggiore valore aggiunto. La nuova fase industriale tedesca tenderà infatti a premiare la specializzazione e l’innovazione, mentre sarà molto più difficile competere esclusivamente sul costo.

Una Germania diversa cambia anche l’Europa. Il 2026 potrebbe essere ricordato come l’anno nel quale la Germania ha iniziato a modificare radicalmente il proprio modello economico. La locomotiva europea non può più affidarsi esclusivamente all’export manifatturiero che ne ha sostenuto la crescita negli ultimi vent’anni. La crisi dell’automotive, il costo dell’energia e la crescente concorrenza asiatica hanno reso necessario un nuovo equilibrio. La risposta scelta da Berlino passa attraverso un forte aumento degli investimenti pubblici. Per l’Italia questo cambiamento rappresenta contemporaneamente un rischio e una opportunità. Il rischio riguarda le imprese troppo dipendenti dalle vecchie filiere industriali tedesche. L’opportunità riguarda invece quelle aziende in grado di inserirsi nelle nuove catene produttive che nasceranno intorno a difesa, infrastrutture, energia, meccanica avanzata e tecnologie duali. La Germania resta quindi uno dei mercati decisivi per il sistema produttivo italiano. Ma nei prossimi anni cambieranno probabilmente i settori, le modalità e soprattutto il tipo di domanda proveniente da Berlino. La capacità delle imprese italiane di comprendere per tempo questa trasformazione potrà fare la differenza tra subire il rallentamento della vecchia industria tedesca e partecipare alla costruzione del nuovo ciclo di investimenti europei.

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