Cina, lo yuan diventa il nuovo fronte dello scontro commerciale globale

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
7 min

Bessent esclude scorciatoie in stile “Plaza Accord” e punta il dito contro sovracapacità e domanda interna debole, mentre le minacce di nuove sanzioni per i rapporti con l’Iran rischiano di aprire un secondo fronte nello scontro USA-Cina

Cina, lo yuan diventa il nuovo fronte dello scontro commerciale globale
Il partner ideale che ti supporta nell'investimento azionario. Analisi quotidiane e approfondimenti su tutti i titoli della Borsa Italiana, sugli ETF/ETN, sui titoli quotati a Wall Street e nelle principali piazze azionarie europee. I livelli operativi suggeriti dal nostro algoritmo. Non perdere l'occasione, ti aspettiamo su www.megatrader.it

Cina, lo yuan diventa il nuovo fronte dello scontro commerciale globale

Il G20 finanziario di Asheville sta facendo emergere con sempre maggiore chiarezza un nuovo fronte nella disputa commerciale con la Cina.

Il problema non riguarda più soltanto dazi, auto elettriche, semiconduttori o sovvenzioni industriali: al centro del confronto sta entrando anche il tasso di cambio dello yuan, che secondo il Fondo Monetario Internazionale potrebbe essere sottovalutato fino a circa il 20-21% rispetto ai fondamentali.

La questione è diventata particolarmente delicata perché Pechino sta accumulando un enorme surplus commerciale proprio mentre la domanda interna rimane debole.

Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha sintetizzato la posizione di Washington con un'affermazione molto forte: il mondo, a suo giudizio, non può convivere con una Cina che registra un surplus commerciale di circa 1.200 miliardi di dollari e cerca di compensare la propria debolezza interna esportando sempre di più.

Ma Stati Uniti ed Europa sembrano divergere su un punto fondamentale: il problema è lo yuan oppure il modello economico cinese?

Uno yuan sottovalutato fino al 20-25%

La tesi europea parte da un dato difficile da ignorare. Nonostante lo yuan si sia apprezzato di circa il 9% contro il dollaro negli ultimi due anni, raggiungendo recentemente i livelli più elevati da tre anni e mezzo, rimarrebbe comunque significativamente sottovalutato.

Il FMI ha indicato uno scostamento che può arrivare intorno al 20%, mentre altre valutazioni citate nel dibattito internazionale arrivano nell'ordine del 25% o più.

Uno yuan artificialmente debole produce un vantaggio evidente.

Un esportatore cinese vende un prodotto in euro o dollari e, convertendo il ricavo in yuan, ottiene più valuta domestica. Al contrario, i beni stranieri diventano relativamente più costosi per il consumatore cinese.

Il cambio finisce quindi per agire in due direzioni: favorisce le esportazioni e penalizza le importazioni.

Per questo Francia e Germania stanno aumentando la pressione affinché Pechino consenta un maggiore apprezzamento della propria valuta.

L'Europa è particolarmente esposta perché parte della produzione cinese precedentemente destinata agli Stati Uniti viene ora dirottata verso Europa e America Latina.

Ma Bessent sorprende: il problema non è principalmente lo yuan

La posizione americana è più interessante di quanto possa sembrare.

Si potrebbe immaginare che Washington voglia semplicemente costringere Pechino a rivalutare drasticamente lo yuan. Bessent sta dicendo qualcosa di diverso.

Il segretario al Tesoro considera sbagliata l'idea di risolvere il problema attraverso una sorta di nuovo Accordo del Plaza, simile a quello con cui nel 1985 Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito coordinarono un indebolimento del dollaro.

Secondo Bessent concentrarsi sul cambio sarebbe una scorciatoia che evita il vero problema: sussidi industriali eccessivi e domanda interna cinese troppo debole.

È una distinzione fondamentale.

Washington sostiene sostanzialmente che anche uno yuan più forte non eliminerebbe l'enorme capacità produttiva cinese.

La Cina produce troppo rispetto a quanto consuma internamente e quindi deve necessariamente trovare acquirenti all'estero.

Il vero squilibrio cinese è interno

Qui probabilmente si trova il cuore della questione.

La Cina ha costruito per decenni un modello economico basato su:

investimenti → industria → esportazioni.

Il peso dei consumi delle famiglie rimane invece relativamente contenuto.

La crisi immobiliare ha aggravato il problema. Una quota molto importante della ricchezza delle famiglie cinesi è legata agli immobili; la caduta del settore ha quindi ridotto la fiducia e incentivato il risparmio invece dei consumi.

A questo si aggiungono debolezza del credito, pressioni deflazionistiche e un mercato del lavoro meno dinamico.

Il risultato è quasi paradossale: la Cina dispone di un apparato industriale sempre più efficiente proprio mentre il consumatore cinese è troppo debole per assorbirne la produzione.

La soluzione diventa quindi esportare.

Ed è precisamente ciò che preoccupa Stati Uniti ed Europa.

Perché la Cina non vuole uno yuan molto più forte

La People's Bank of China si trova però davanti a un problema opposto.

Permettere un forte apprezzamento dello yuan significherebbe ridurre la competitività delle esportazioni proprio mentre la domanda interna è debole.

Pechino sta infatti cercando di frenare la recente forza della valuta. La PBOC utilizza il fixing giornaliero e la cosiddetta window guidance, mentre le grandi banche statali sono intervenute acquistando dollari per moderare l'apprezzamento dello yuan.

La banca centrale sta inoltre fissando da novembre 2025 midpoint più deboli rispetto alle aspettative del mercato.

Questo non equivale necessariamente a voler svalutare aggressivamente la valuta.

Significa piuttosto che Pechino cerca una sorta di yuan controllato: abbastanza forte da evitare fughe di capitali e accuse di manipolazione, ma non tanto forte da danneggiare gli esportatori.

Perché un “Plaza Accord cinese” sarebbe difficilissimo

L'idea di un nuovo Plaza Accord è affascinante dal punto di vista storico, ma presenta enormi problemi politici.

Nel 1985 il Giappone era un alleato strategico degli Stati Uniti.

La Cina del 2026 è invece il principale rivale strategico, tecnologico e industriale di Washington.

Chiedere a Pechino di accettare volontariamente una rivalutazione del 20-30% della propria valuta mentre contemporaneamente gli Stati Uniti impongono dazi, restrizioni tecnologiche e sanzioni significherebbe chiedere alla leadership cinese di sacrificare una parte della propria competitività industriale a beneficio dei concorrenti.

È difficile immaginare che Xi Jinping possa accettarlo senza ricevere enormi concessioni in cambio.

E Bessent stesso sembra non considerarlo la soluzione principale.

C’è però un punto debole anche nella posizione americana

Il ragionamento di Washington non è completamente privo di contraddizioni.

Gli Stati Uniti accusano la Cina di produrre troppo, consumare troppo poco e accumulare enormi surplus.

Ma l'altra faccia degli squilibri globali è rappresentata proprio dagli Stati Uniti: Washington consuma più di quanto produce, registra deficit commerciali e finanzia una parte della domanda attraverso enormi deficit pubblici.

Il debito federale americano ha recentemente superato 40.000 miliardi di dollari.

Alcuni economisti sottolineano quindi che una riduzione strutturale degli squilibri mondiali richiederebbe non soltanto una Cina che consuma di più, ma anche Stati Uniti che risparmiano maggiormente e riducono il deficit fiscale.

In altre parole: surplus cinese e deficit americano sono due facce dello stesso squilibrio globale.

E adesso entra in scena anche l’Iran

Il confronto diventa ancora più complesso perché Washington sta collegando la questione commerciale cinese al conflitto iraniano.

Bessent ha annunciato che il Tesoro americano intende introdurre nuove sanzioni secondarie con frequenza settimanale, inizialmente contro banche e intermediari che continuano a facilitare transazioni iraniane.

Dopo le misure contro le filiali negli Emirati della Banque Misr egiziana, Washington potrebbe colpire un'altra istituzione finanziaria.

E la Cina è inevitabilmente al centro della questione perché rappresenta storicamente il principale acquirente del petrolio iraniano.

Bessent ha dichiarato che, riguardo a eventuali misure contro soggetti cinesi, tutte le possibilità rimangono sul tavolo, anche se contemporaneamente Washington e Pechino condividono l'interesse a normalizzare il traffico attraverso Hormuz.

Si crea quindi una situazione delicatissima: Stati Uniti e Cina devono cooperare sulla sicurezza energetica globale proprio mentre Washington minaccia di colpire economicamente società o istituzioni finanziarie cinesi per i rapporti con Teheran.

Il rischio vero è una nuova ondata protezionistica globale

La dichiarazione più importante di Bessent potrebbe quindi non essere quella sullo yuan.

È il suo invito agli altri membri del G20 a riesaminare le condizioni commerciali applicate alla Cina. Washington vorrebbe trasformare un conflitto prevalentemente USA-Cina in una risposta molto più coordinata.

Ed è qui che il problema potrebbe diventare particolarmente serio per Pechino.

Gli Stati Uniti hanno già ridotto fortemente l'accesso delle merci cinesi al proprio mercato.

Se anche l'Europa aumentasse dazi e barriere contro auto, batterie, semiconduttori, acciaio e altri prodotti cinesi, il modello di crescita basato sull'export incontrerebbe progressivamente meno mercati nei quali scaricare la sovracapacità produttiva.

A quel punto Pechino avrebbe essenzialmente tre possibilità: accettare una crescita più bassa, aumentare ulteriormente il sostegno pubblico all'economia oppure compiere finalmente quel grande riequilibrio verso i consumi delle famiglie che Stati Uniti, Europa e FMI chiedono da anni.

Ed è probabilmente questo, più dello yuan, il vero terreno dello scontro economico dei prossimi anni.

Il cambio rimane importantissimo, ma un apprezzamento del 20% dello yuan non trasformerebbe automaticamente un'economia costruita intorno a investimenti, manifattura ed esportazioni in un'economia guidata dai consumi.

Per questo la posizione di Bessent contiene un punto interessante: la “guerra dello yuan” rischia di essere soltanto la parte più visibile di una battaglia molto più profonda sul modello economico cinese.

E se Stati Uniti ed Europa dovessero davvero convergere su questo fronte, per Pechino il problema sarebbe molto più serio di un semplice movimento del cambio.

Sul canale Telegram Econotrade Insights troverai gli aggiornamenti sull'andamento dei mercati, segnali operativi e commenti esclusivi per gestire i prossimi movimenti, richiedi la tua prova gratuita scrivendo a info@ftaonline.com