Basta propaganda: la “manovrina” elettorale e il racconto deformato delle proteste

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
6 min

La montagna ha partorito una “manovrina”. Con 26 miliardi di risorse complessive, il governo Meloni ha scelto di evitare interventi strutturali e di distribuire una serie di misure capaci di accontentare le diverse anime della maggioranza

Basta propaganda: la “manovrina” elettorale e il racconto deformato delle proteste

Scuola, sanità e pensioni mostrano numeri poco rassicuranti

La legge di Bilancio da 26 miliardi di euro viene presentata come una risposta concreta ai problemi del Paese. Ma, dietro gli annunci, emerge una manovra costruita soprattutto per tenere insieme la maggioranza e distribuire interventi immediatamente spendibili sul piano elettorale.

Il tutto mentre scuola, sanità e pensioni mostrano numeri assai meno rassicuranti di quelli evocati dalla comunicazione governativa.

Il problema non è soltanto ciò che viene deciso, ma anche come viene raccontato. Lo stesso meccanismo si ritrova nell’informazione televisiva sulle manifestazioni del 30 ottobre: le violenze marginali diventano l’immagine dominante, mentre la dimensione nazionale e prevalentemente pacifica della protesta arriva soltanto dopo.

Una gerarchia delle notizie che può trasformare il racconto dei fatti in propaganda.

Una legge di Bilancio fatta di annunci e misure spot

La montagna ha partorito una “manovrina”. Con 26 miliardi di risorse complessive, il governo Meloni ha scelto di evitare interventi strutturali e di distribuire una serie di misure capaci di accontentare le diverse anime della maggioranza: dal salvadanaio per i nuovi nati all’intervento sull’Irpef per il ceto medio, fino all’abolizione del bollo auto.

Provvedimenti facilmente comunicabili, ma la cui efficacia concreta dovrà essere valutata alla luce della loro durata, della platea effettivamente coinvolta e delle coperture.

Il rischio è quello di frammentare risorse limitate in numerose iniziative dal forte richiamo mediatico ma dall’impatto economico modesto.

Emblematico il contributo destinato ai nuovi nati: 100 euro all’anno fino al compimento dei 18 anni, per un totale nominale di 1.800 euro.

Una cifra che difficilmente può essere presentata come uno strumento decisivo di sostegno alla natalità e il cui valore reale, nel corso di quasi due decenni, sarà inevitabilmente eroso dall’inflazione.

Anche il taglio dell’Irpef destinato al ceto medio rischia di risultare meno generoso di quanto suggerisca la comunicazione politica: bisognerà valutarne carattere permanente, beneficio netto per fascia di reddito e interazione con detrazioni e altre imposte.

Sanità: 3,4 miliardi in più, ma le Regioni ne chiedevano almeno sei

Il Fondo sanitario nazionale dovrebbe aumentare di 3,4 miliardi di euro. La cifra è significativa in termini assoluti, ma rimane distante dai circa sei miliardi richiesti dalle Regioni, molte delle quali governate dallo stesso centrodestra.

Soprattutto, un aumento nominale non equivale automaticamente a un rafforzamento reale del servizio sanitario.

Bisogna sottrarre l’effetto dell’inflazione, dei rinnovi contrattuali, dell’aumento dei costi energetici e farmaceutici e della crescente domanda determinata dall’invecchiamento della popolazione.

Se le risorse aggiuntive non saranno sufficienti, il rischio è quello di alimentare ulteriormente liste d’attesa, carenza di personale e ricorso alla sanità privata.

In altre parole, il finanziamento cresce sulla carta, mentre per il cittadino la possibilità di ricevere una prestazione in tempi ragionevoli potrebbe non migliorare affatto.

Scuola: quasi settemila posti in meno

La relazione tecnica, secondo quanto riportato da Domani, prevede dall’anno scolastico 2027-2028 una riduzione di 4.925 posti nell’organico dell’autonomia e di 2.049 unità tra il personale amministrativo, tecnico e ausiliario.

Complessivamente, quasi settemila posizioni in meno.

Il governo potrà sostenere che il ridimensionamento risponde alla diminuzione della popolazione scolastica.

Ma il calo degli studenti non rende automaticamente superflui docenti e personale ATA: classi meno affollate, maggiore tempo pieno, sostegno, recupero delle fragilità e presidio degli istituti richiederebbero semmai di utilizzare la transizione demografica per migliorare la qualità del servizio.

Non sorprende, quindi, la protesta della Cisl: «Servono investimenti e personale, a partire da docenti e ATA, e non certamente tagli».

È difficile conciliare questi numeri con la narrazione di un governo che considera l’istruzione una priorità strategica.

Pensioni: le promesse rinviate, i risparmi già contabilizzati

Anche sulle pensioni la distanza tra annuncio e provvedimento appare evidente.

Il fondo da 850 milioni di euro destinato a favorire l’uscita anticipata dal lavoro non definisce ancora una nuova “quota 100”: rinvia a un successivo intervento legislativo la disciplina concreta delle misure.

La promessa, dunque, rimane da scrivere. I risparmi, invece, risultano già individuati attraverso una minore rivalutazione degli assegni superiori a quattro volte il trattamento minimo dell’INPS.

Secondo i calcoli riportati, il saldo produrrebbe nel 2027 un risparmio netto superiore a 600 milioni di euro e, nell’arco di dieci anni, un minore esborso previdenziale per oltre 14 miliardi.

In questo caso non siamo davanti a una piccola misura temporanea, ma a un intervento capace di incidere strutturalmente sul potere d’acquisto dei pensionati interessati.

Il contrasto è evidente: la flessibilità in uscita viene annunciata ma rinviata, mentre la stretta sulla rivalutazione è immediata e contabilizzata.

Una manovra elettorale più che strategica

Il difetto principale della legge di Bilancio non è necessariamente la sua dimensione ridotta.

Con un debito pubblico elevato, rendimenti in crescita e margini di bilancio limitati, sarebbe irresponsabile promettere spese senza coperture.

Il problema è un altro: risorse scarse sembrano essere state disperse in numerose misure visibili e politicamente rivendicabili, invece di concentrarle su poche priorità strutturali.

Produttività, salari, scuola, sanità, partecipazione al lavoro e crescita demografica richiedono politiche pluriennali, non una collezione di bonus.

Una manovra prudente potrebbe essere difendibile. Una manovra prudente mascherata da svolta epocale lo è molto meno.

Le manifestazioni raccontate partendo dai cassonetti

Lo stesso scarto tra realtà e rappresentazione si è visto nel racconto televisivo delle manifestazioni del 30 ottobre.

Chi avesse acceso il Tg1 delle 20 avrebbe visto anzitutto fiamme, cassonetti rovesciati, fumogeni, scontri con la polizia e piccoli gruppi vestiti di nero.

Soltanto diversi minuti dopo sarebbe emersa l’espressione decisiva: «corteo pacifico».

Nessuno dovrebbe nascondere violenze, danneggiamenti o aggressioni.

Sono notizie e devono essere documentate.

Ma il compito dell’informazione è anche rispettare le proporzioni: se centinaia di migliaia di persone manifestano pacificamente e le tensioni riguardano gruppi circoscritti, partire e insistere sulle immagini degli scontri altera la percezione complessiva dell’evento.

Più corretta appariva la gerarchia scelta da RaiNews: prima lo sciopero generale e la partecipazione nazionale, poi le tensioni avvenute al Colosseo e a Torino. Gli stessi fatti, ma disposti secondo il loro peso reale.

Non è censura: è selezione orientata della realtà

La propaganda moderna raramente consiste nell’inventare fatti inesistenti.

È molto più efficace scegliere quali fatti mostrare per primi, quanto spazio dedicare a ciascuno e quali immagini ripetere.

Una telecamera puntata per minuti su un cassonetto in fiamme può oscurare decine di migliaia di persone che sfilano senza incidenti.

Allo stesso modo, l’annuncio di un bonus può coprire un taglio strutturale contenuto nelle pagine della relazione tecnica.

Il meccanismo è identico: mettere in primo piano ciò che rafforza la narrazione desiderata e relegare il resto nei dettagli.

La critica al governo non autorizza a negare i vincoli di bilancio; la critica al servizio pubblico non impone di occultare le violenze.

Ma gli italiani hanno diritto a conoscere contemporaneamente entrambe le facce della realtà: le risorse stanziate e quelle sottratte, la protesta pacifica e gli incidenti marginali.

Meno slogan, meno immagini selezionate per provocare paura e più numeri verificabili.

Perché un’informazione che rispetta formalmente i fatti ma ne altera sistematicamente le proporzioni non aiuta i cittadini a capire: li orienta.

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Informazioni sull'autore:

Alessandro Magagnoli
Alessandro Magagnoli

Nato nel 1966, mi sono laureato a Londra in economia applicata presso la University of East London nel luglio 1991, per poi conseguire un Master of Science nella stessa disciplina al Queen Mary and Westfield College nell'agosto 1992. La mia passione per l'analisi tecnica è nata nel 1992, e nel maggio 1993 ho ottenuto il diploma in Technical Analysis rilasciato dalla Society of Technical Analysis (STA). Ho insegnato nei dipartimenti di econometria all'Università Bicocca e all'Università Cattolica.