MPS, difesa del territorio o doppio standard?
pubblicato:Il doppio standard esiste, ma non rende infondate le preoccupazioni: a Siena dipendono dal gruppo migliaia di lavoratori e una parte rilevante dell’economia locale. Servono garanzie vincolanti, non retorica

Ora che Monte dei Paschi di Siena potrebbe passare sotto il controllo di Intesa Sanpaolo, a Siena si moltiplicano gli appelli alla tutela dell’occupazione, del marchio, delle funzioni direzionali e del rapporto con il territorio.
La domanda, inevitabilmente, è scomoda: dov’era questa sensibilità quando MPS guidava il processo di aggregazione?
Quando il Monte incorporava banche radicate in altre regioni, integrandone progressivamente marchi, strutture e reti nella capogruppo, queste operazioni venivano presentate come parte di un necessario processo di consolidamento.
Oggi che dinamiche simili potrebbero interessare Siena, l’operazione viene descritta come una possibile minaccia all’identità economica e sociale della città.
Da questa prospettiva emerge un doppio standard difficile da ignorare. Sarebbe però troppo semplice concludere che le preoccupazioni attuali siano soltanto una forma di vittimismo.
La memoria selettiva che affiora in una parte del dibattito senese non cancella i rischi concreti per lavoratori, imprese, indotto e concorrenza.
Quando MPS guidava il consolidamento
Monte dei Paschi non è sempre stata una banca assediata. Per molti anni ha perseguito una strategia di espansione nazionale attraverso acquisizioni e incorporazioni.
Banca Toscana e Banca Agricola Mantovana furono incorporate nel Monte, con la conseguente revoca delle rispettive azioni dalla quotazione e la successiva integrazione delle attività nelle strutture del gruppo.
A queste operazioni si aggiunse l’acquisizione di Antonveneta, destinata a diventare uno dei passaggi più onerosi e controversi della storia recente della banca senese.
Le motivazioni industriali utilizzate erano quelle tipiche di ogni processo di aggregazione:
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necessità di raggiungere dimensioni maggiori;
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economie di scala;
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eliminazione delle sovrapposizioni;
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integrazione delle reti;
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rafforzamento della capacità competitiva;
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riduzione dei costi;
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maggiore efficienza nell’impiego del capitale.
Le successive integrazioni comportarono, con modalità e tempi differenti, il progressivo assorbimento di marchi e funzioni nelle strutture del gruppo.
Non si trattava di un effetto imprevedibile, ma di una conseguenza ordinaria delle strategie di concentrazione bancaria.
Quando MPS si espandeva in Lombardia, Veneto e nel resto della Toscana, queste operazioni venivano generalmente interpretate come una prova di forza industriale. Ora che il centro decisionale potenzialmente interessato dal ridimensionamento è quello senese, la concentrazione viene descritta come uno “smembramento”.
La contraddizione merita almeno di essere riconosciuta.
Anche il piano Lovaglio prevedeva nuove aggregazioni
Il paradosso diventa ancora più evidente considerando il piano difensivo proposto dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio.
Per contrastare l’Opas di Intesa, il progetto sottoposto agli azionisti prevedeva operazioni su Banco BPM e Banca Generali, oltre alla proposta di fusione per incorporazione di Mediobanca.
In altre parole, per difendere la propria autonomia MPS avrebbe dovuto aumentare ulteriormente le dimensioni aggregando altre realtà.
Secondo la narrazione del Monte, queste operazioni avrebbero creato un nuovo polo bancario nazionale, rafforzato la concorrenza e generato valore. L’offerta di Intesa viene invece associata al rischio di perdere identità, occupazione e centri decisionali.
È l’asimmetria tipica di molti processi di consolidamento: le aggregazioni appaiono strategiche quando le si guida e pericolose quando le si subisce.
La bocciatura assembleare del piano Lovaglio non rappresenta quindi soltanto una battuta d’arresto per l’amministratore delegato.
Segna anche la fine, almeno per ora, del progetto con cui MPS avrebbe cercato di evitare l’acquisizione diventando a sua volta il centro di una nuova concentrazione.
E allora cosa dovrebbero dire quelli di Mediobanca?
Con il passaggio di Mediobanca sotto il controllo di MPS, anche i dipendenti e gli azionisti di Piazzetta Cuccia avrebbero potuto interrogarsi sulla futura autonomia industriale della banca, sulla localizzazione delle funzioni decisionali e sulla tutela delle sue competenze specialistiche.
Mediobanca non rappresenta un territorio nello stesso modo in cui MPS rappresenta Siena, ma possiede un’identità industriale molto precisa, costruita in quasi ottant’anni di storia: investment banking, credito al consumo, gestione del risparmio, relazioni con grandi imprese e investitori istituzionali, oltre alla partecipazione strategica in Generali.
La tutela del territorio, in questo caso, non riguarda soltanto filiali e credito alle imprese locali.
Esiste anche un territorio finanziario, formato da professionalità, relazioni internazionali, capitale umano e centri decisionali che potrebbero essere indeboliti da un’integrazione non adeguatamente gestita.
La proposta di fusione per incorporazione di Mediobanca è stata respinta dall’assemblea di MPS. Ciò non elimina però il tema della sua autonomia futura all’interno del gruppo controllante.
La domanda retorica che potrebbe arrivare da Piazzetta Cuccia è inevitabile: quando MPS acquisisce un’altra banca si parla di strategia e creazione di valore; perché, quando l’acquirente è Intesa, una logica analoga diventa uno smembramento?
Non è una ragione sufficiente per approvare l’offerta di Ca’ de Sass. È però una contraddizione che rende meno convincente qualsiasi pretesa di immunità per il Monte.
La memoria selettiva della politica locale
Per decenni il legame tra banca, Fondazione, istituzioni locali e città è stato presentato come un modello da difendere.
Quel sistema ha finanziato università, sanità, cultura, associazioni e numerose iniziative pubbliche.
Ha però determinato anche una forte dipendenza dell’economia locale da un’unica istituzione e una sovrapposizione particolarmente stretta tra banca, Fondazione, amministrazioni cittadine e vita economica del territorio.
I limiti di questo modello sono emersi con particolare evidenza durante la crisi del gruppo.
La città ha beneficiato a lungo della crescita del Monte, anche quando tale espansione veniva realizzata attraverso l’assorbimento di banche appartenenti ad altre aree del Paese.
Oggi rivendicare una protezione speciale senza riconoscere quel passato rischia di apparire poco coerente.
Il principio non può essere che i centri decisionali altrui possano essere sacrificati alla crescita di MPS, mentre quello senese debba essere considerato intoccabile.
I lavoratori non sono responsabili delle strategie del passato
Questo non significa che chi oggi manifesta preoccupazione debba essere liquidato come un nostalgico o un difensore di privilegi. Occorre distinguere con chiarezza le responsabilità.
Le acquisizioni del passato furono decise dai vertici aziendali, dagli azionisti di riferimento e dalla classe politica dell’epoca.
I dipendenti, le piccole imprese, i commercianti e i cittadini senesi non possono essere considerati responsabili di quelle strategie.
Non avrebbe senso rispondere ai lavoratori: “MPS lo ha fatto agli altri, quindi ora tocca a voi”. Il consolidamento bancario non dovrebbe essere interpretato come una forma di compensazione o vendetta territoriale.
Nella provincia di Siena lavorano circa 2.200 dipendenti diretti del Monte, oltre 1.600 dei quali nelle strutture della direzione generale. A questi si aggiunge un indotto che, secondo le stime sindacali, comprende diverse centinaia di persone.
Per una città delle dimensioni di Siena non si tratta di numeri marginali.
La riduzione delle funzioni direzionali, il mancato ricambio del personale in uscita e il trasferimento di attività verso altri centri potrebbero produrre conseguenze più profonde della semplice chiusura di qualche sportello.
La preoccupazione è quindi legittima. Ciò che va evitato è trasformarla nella pretesa che nessuna operazione possa interessare MPS proprio perché si tratta di MPS.
Il rischio di una divisione della rete è concreto
L’offerta di Intesa non comporterebbe necessariamente l’assorbimento unitario dell’intera rete del Monte.
Tra i rimedi prospettati per affrontare le possibili criticità concorrenziali figura la cessione di una parte rilevante degli sportelli a Unipol, in vista di una successiva integrazione con BPER. Perimetro e condizioni definitive dipenderanno tuttavia dalle valutazioni delle autorità competenti.
L’Antitrust ha aperto un’istruttoria per esaminare gli effetti dell’operazione sui mercati bancari e assicurativi, sia locali sia nazionali.
Secondo le ipotesi circolate, potrebbe essere ceduta circa la metà degli oltre 1.200 sportelli di MPS. Si tratta ancora di uno scenario sottoposto alle verifiche delle autorità, ma sufficiente a spiegare parte delle preoccupazioni espresse dal territorio.
Una riorganizzazione di queste dimensioni potrebbe determinare:
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sovrapposizioni tra filiali;
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riduzione delle funzioni centrali;
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mobilità geografica del personale;
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dispersione di alcune competenze;
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chiusura degli sportelli meno redditizi;
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cambiamenti nei rapporti di credito con imprese e famiglie;
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ridimensionamento dell’indotto locale.
Non sono conseguenze certe né già deliberate, ma rischi tipici delle grandi concentrazioni bancarie.
Proprio per questo devono essere affrontati nel piano industriale e negli accordi con i lavoratori.
L’autorizzazione della BCE non risolve il problema territoriale
Intesa Sanpaolo ha ottenuto l’autorizzazione preventiva della BCE all’acquisizione del controllo di MPS e delle relative partecipazioni indirette. Ha inoltre ricevuto dalla Banca d’Italia le autorizzazioni previste per le altre società interessate.
L’autorizzazione della BCE rimuove un importante ostacolo prudenziale all’operazione, ma non costituisce una valutazione delle sue conseguenze occupazionali, territoriali o concorrenziali.
Sono piani differenti:
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la BCE esamina i profili prudenziali e l’acquisizione del controllo;
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l’Antitrust valuta gli effetti sulla concorrenza;
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Consob vigila sull’offerta e sull’informazione rivolta al mercato;
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sindacati e istituzioni devono negoziare le conseguenze industriali e occupazionali.
Dire che Intesa ha ottenuto le autorizzazioni prudenziali non equivale quindi a dimostrare che l’integrazione non produrrà costi per Siena.
La difesa del territorio deve tradursi in impegni misurabili
La tutela del territorio rischia di diventare retorica quando si limita a formule come “mantenere il legame con Siena”, “valorizzare il marchio” o “salvaguardare le radici”.
Queste espressioni non impediscono, da sole, il trasferimento progressivo di funzioni, competenze e personale. Una banca può conservare un marchio storico e, contemporaneamente, ridimensionare le attività svolte nella sede originaria.
Se la preoccupazione è autentica, le richieste devono essere precise e verificabili:
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numero minimo di dipendenti da mantenere a Siena;
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funzioni direzionali che resteranno sul territorio;
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tempi e criteri delle eventuali riorganizzazioni;
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tutela dell’indotto;
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limiti alle chiusure nelle aree già interessate dalla desertificazione bancaria;
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impegni sul credito alle piccole e medie imprese locali;
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programmi di riqualificazione e ricollocazione;
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monitoraggio periodico degli accordi;
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clausole vincolanti, non semplici dichiarazioni d’intenti.
Il Comune di Siena aveva già segnalato di non avere ricevuto elementi concreti ritenuti sufficienti a garantire il radicamento territoriale della banca.
Il punto non è pretendere che MPS rimanga autonoma per diritto acquisito. È evitare che la città riceva soltanto rassicurazioni generiche mentre le decisioni operative vengono progressivamente trasferite altrove.
Il territorio non può diventare un diritto di veto
Esiste però anche il rischio opposto: utilizzare la tutela del territorio come argomento per bloccare qualsiasi operazione, conservare gli assetti esistenti o impedire agli azionisti di valutare un’offerta economicamente conveniente.
MPS è una società quotata, è stata oggetto di un rilevante intervento pubblico di ricapitalizzazione ed è stata successivamente riprivatizzata.
Non può essere trattata contemporaneamente come un’impresa di mercato quando acquisisce altre banche e come un’istituzione sottratta alle regole del mercato quando riceve un’offerta.
Se l’operazione di Intesa crea valore, risulta sostenibile sul piano patrimoniale e supera le verifiche sulla concorrenza, non può essere respinta soltanto perché sposta il centro decisionale da Siena.
La tutela del territorio deve servire a correggere e limitare gli effetti negativi dell’operazione, non trasformarsi automaticamente in un diritto di veto.
Due pesi e due misure, ma il problema resta reale
MPS ha applicato in passato alcune delle stesse logiche che oggi teme di subire: ha acquisito e incorporato banche, integrato reti, accentrato funzioni e ricercato economie di scala.
La rappresentazione secondo cui il Monte avrebbe sempre protetto i territori mentre Intesa vorrebbe necessariamente svuotarli appare quindi poco convincente.
Il doppio standard esiste e dovrebbe essere riconosciuto con maggiore onestà.
Da questa incoerenza non discende però che le preoccupazioni attuali siano infondate.
Il rischio per Siena è concreto perché l’economia locale dipende in misura rilevante dalla banca, dalla direzione generale e dal relativo indotto.
La sintesi potrebbe essere questa:
MPS cade nel vittimismo se pretende un’immunità che non ha riconosciuto alle banche incorporate. Difende invece legittimamente il territorio quando chiede garanzie precise per lavoratori, concorrenza e funzioni direzionali.
Il vero discrimine non è tra favorevoli e contrari all’operazione.
È tra chi utilizza l’identità senese per conservare gli equilibri esistenti e chi pretende impegni verificabili per evitare che una legittima aggregazione bancaria produca un impoverimento irreversibile della città.
Meno vittimismo, dunque, ma anche meno rassicurazioni generiche.
Se Intesa vuole dimostrare che l’acquisizione non si tradurrà in un semplice trasferimento di funzioni e valore da Siena verso altri centri decisionali, dovrà indicare con precisione che cosa resterà sul territorio e assumere impegni verificabili nel tempo.
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