Guerra in Medio Oriente: perché i mercati non stanno crollando (per ora)
pubblicato:Le Borse temono lo shock energetico più del conflitto: petrolio e inflazione restano le vere variabili chiave

Perché i mercati stanno reggendo nonostante la guerra (e quando potrebbero invece crollare davvero)
Le immagini che arrivano dal Medio Oriente – attacchi, missili, escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran – farebbero pensare a una reazione molto più violenta dei mercati finanziari.
Eppure, almeno per il momento, le Borse globali stanno reagendo con una sorprendente capacità di assorbimento.
È vero che le sedute più recenti hanno registrato forti ribassi – in Europa il FTSE MIB ha perso quasi il 4% in una sola giornata e lo STOXX Europe 600 ha segnato il peggior arretramento su due sedute da aprile – ma allo stesso tempo gli indici americani hanno mostrato una tenuta relativa.
Il S&P 500, ad esempio, è sceso nelle fasi iniziali della seduta ma è riuscito a recuperare gran parte delle perdite, chiudendo ben sopra i minimi intraday e mantenendo intatta la struttura tecnica di medio periodo.
Questa apparente contraddizione merita di essere analizzata più da vicino.
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Il mercato non reagisce alla guerra, ma alle conseguenze economiche
La prima regola dei mercati è semplice: le Borse non reagiscono agli eventi geopolitici in sé, ma alle loro conseguenze economiche.
Storicamente molti conflitti hanno avuto un impatto relativamente limitato sugli indici azionari, soprattutto quando:
- •
la guerra resta geograficamente circoscritta
- •
le principali economie globali non vengono coinvolte direttamente
- •
non si verificano shock energetici prolungati
Il vero elemento che oggi preoccupa gli investitori non è quindi tanto la guerra in sé, quanto il rischio che il conflitto provochi un aumento persistente dei prezzi dell’energia.
In questo momento l’attenzione del mercato è concentrata soprattutto sul Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per il trasporto di petrolio.
Circa il 20% del petrolio globale transita infatti attraverso questo corridoio strategico. Un blocco prolungato dei flussi energetici potrebbe provocare una nuova impennata dei prezzi delle materie prime.
Il petrolio Brent ha già superato temporaneamente gli 85 dollari al barile, prima di ridiscendere verso quota 80 dopo le dichiarazioni del presidente Donald Trump, secondo cui la marina statunitense potrebbe scortare le petroliere nello stretto per garantire la continuità dei traffici.
L’effetto domino su inflazione e tassi
Un petrolio più caro ha un effetto immediato sull’economia globale: riaccende le pressioni inflazionistiche.
Ed è proprio questo il nodo centrale per i mercati finanziari. Negli ultimi mesi gli investitori avevano iniziato a scommettere su un progressivo allentamento della politica monetaria da parte delle banche centrali.
Ma un nuovo shock energetico potrebbe complicare questo scenario.
Negli Stati Uniti, ad esempio, il rendimento del Treasury decennale è tornato sopra il 4%, mentre il mercato sta già rivedendo le aspettative sui tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, spostando la prima possibile riduzione da luglio a settembre.
Anche in Europa la situazione resta delicata. L’inflazione dell’Eurozona si è attestata all’1,90%, con la componente core al 2,40%, ma questi dati sono stati rilevati prima dell’ultimo rialzo dei prezzi energetici.
Il capo economista della Banca Centrale Europea, Philip Lane, ha sottolineato che un aumento dell’energia tende a spingere l’inflazione nel breve periodo e allo stesso tempo rallentare la crescita economica, creando una situazione particolarmente complessa per le banche centrali.
In altre parole, si rischia uno scenario tipico degli shock petroliferi: inflazione più alta e crescita più debole.
Perché Wall Street sta reggendo meglio dell’Europa
Un altro elemento interessante è la divergenza tra Stati Uniti ed Europa.
Le Borse europee stanno soffrendo molto più di quelle americane. Il motivo è strutturale.
L’economia europea è infatti:
- •
più dipendente dall’energia importata
- •
più esposta ai settori ciclici come industria, banche e automotive
- •
meno dominata dalle grandi aziende tecnologiche
Negli Stati Uniti, invece, gli indici sono sostenuti dal peso crescente delle società tecnologiche e dell’intelligenza artificiale, che rappresentano una parte rilevante della capitalizzazione del mercato.
Questo spiega perché anche nelle fasi di tensione geopolitica gli indici americani tendono spesso a mostrare una maggiore resilienza.
L’analisi tecnica suggerisce prudenza, ma non panico
Dal punto di vista grafico, la situazione degli indici americani rimane relativamente solida.
Lo S&P 500 è riuscito a chiudere sopra:
- •
la media mobile esponenziale a 100 giorni
- •
la trendline rialzista che parte dai minimi di novembre
Finché questi livelli resteranno intatti, il movimento attuale potrà essere interpretato come una normale fase di correzione all’interno di un trend ancora positivo.
Una rottura decisa di questi supporti cambierebbe invece lo scenario tecnico, aprendo la strada a una correzione più ampia.
Quando i mercati potrebbero davvero crollare
Il vero rischio per i mercati non è tanto la guerra in sé, quanto l’eventuale trasformazione del conflitto in uno shock energetico globale.
Gli scenari che potrebbero provocare una reazione molto più violenta sono principalmente tre:
- 1.
Blocco prolungato dello Stretto di Hormuz
- 2.
Petrolio stabilmente sopra i 90-100 dollari
- 3.
Coinvolgimento diretto di altre potenze regionali
In questi casi il mercato inizierebbe a prezzare uno scenario di inflazione persistente e crescita in rallentamento, con un forte aumento della volatilità.
Se ciò dovesse accadere correzioni di S&P500 e Nasdaq nell'ordine del 20% diverrebbero molto probabili. Il cedimento dei 6.500 punti da parte dello S&P500 sarebbe veramente pericoloso.
Per ora però gli investitori sembrano scommettere su uno scenario diverso: una crisi grave ma temporanea, con un impatto energetico limitato nel tempo.
Ed è proprio questa aspettativa che spiega perché, nonostante le notizie dal fronte, le Borse stanno correggendo ma non stanno ancora crollando.
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