Mercati in tensione per la guerra in Medio Oriente, ma Wall Street difende i supporti chiave

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
5 min

Lo S&P 500 recupera dai minimi e resta sopra media mobile e trendline: il trend rialzista di medio periodo non è ancora compromesso

Mercati in tensione per la guerra in Medio Oriente, ma Wall Street difende i supporti chiave
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Mercati sotto pressione ma senza panico: la guerra pesa, l’analisi tecnica per ora tiene

Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente continuano a dominare il sentiment dei mercati finanziari. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrato nel quarto giorno e gli investitori stanno progressivamente spostando l’attenzione da un possibile shock immediato alla durata del conflitto e alle sue implicazioni economiche.

La reazione dei mercati azionari è stata negativa ma, almeno per ora, meno violenta di quanto si potesse temere.

A Wall Street gli indici hanno chiuso in ribasso, ma ben lontani dai minimi della giornata, segnale che la pressione delle vendite è stata in parte assorbita durante la seduta.

In Europa invece il movimento è stato più intenso. Il FTSE MIB ha chiuso con un calo del 3,91% a 44.152 punti, mentre lo STOXX Europe 600 ha perso il 3,18%, registrando il peggior arretramento su due sedute da aprile.

Tra gli altri principali listini, il DAX ha ceduto il 3,53%, il CAC 40 il 3,46% e il FTSE 100 il 2,77%.

Il quadro europeo appare più fragile perché molte società del continente sono più esposte al ciclo economico e ai costi energetici rispetto alle grandi aziende tecnologiche statunitensi.

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Il vero timore del mercato: energia e inflazione

Il punto centrale per gli investitori non è solo la guerra in sé, ma l’impatto del conflitto sui prezzi dell’energia.

Il Medio Oriente resta infatti uno snodo fondamentale per il sistema energetico globale. In particolare, lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi marittimi più critici del mondo: attraverso questo corridoio transita circa un quinto del petrolio consumato globalmente.

Le minacce di Teheran di colpire le navi che transitano nello stretto, unite alla sospensione della produzione da parte di alcuni operatori energetici della regione, hanno provocato un forte aumento dei prezzi delle materie prime energetiche.

Il Brent ha superato brevemente gli 85 dollari al barile, il livello più alto dalla metà del 2024, prima di ripiegare verso 81 dollari dopo le dichiarazioni del presidente Donald Trump, secondo cui la marina statunitense potrebbe scortare le petroliere per garantire la continuità dei flussi energetici.

Il problema per i mercati è evidente: un petrolio stabilmente sopra gli 80 dollari rischia di riaccendere l’inflazione globale, proprio nel momento in cui le banche centrali stavano iniziando a discutere un possibile ulteriore allentamento della politica monetaria.


Le banche centrali tornano al centro della scena

L’impennata dell’energia ha già iniziato a modificare le aspettative di politica monetaria.

Negli Stati Uniti il rendimento del Treasury decennale ha superato nuovamente il 4%, segnale che il mercato sta rivedendo le proprie attese sui tassi.

Secondo i dati LSEG, gli investitori hanno già spostato l’ipotesi di un primo taglio dei tassi da luglio a settembre da parte della Federal Reserve.

Anche in Europa il quadro è delicato. L’inflazione dell’Eurozona ha sorpreso leggermente al rialzo con il dato headline all’1,90%, mentre la componente core si è attestata al 2,40%.

Numeri ancora gestibili, ma rilevati prima dell’ultimo rialzo dei prezzi energetici.

Il capo economista della Banca Centrale Europea, Philip Lane, ha sottolineato che un aumento dei prezzi dell’energia tende a spingere l’inflazione nel breve periodo e a frenare la crescita economica, creando una situazione particolarmente complessa per le banche centrali.

In sostanza, le autorità monetarie rischiano di trovarsi di fronte a uno scenario tipico degli shock energetici: inflazione in rialzo e crescita in rallentamento.


Analisi tecnica: lo S&P 500 difende i supporti

Dal punto di vista tecnico, la seduta di Wall Street offre alcuni spunti interessanti.

Lo S&P 500 ha registrato un forte calo nelle prime fasi della giornata, ma successivamente ha recuperato gran parte delle perdite chiudendo al di sopra di due supporti tecnici fondamentali:

  • la media mobile esponenziale a 100 giorni

  • la trendline rialzista che parte dai minimi di novembre

Questo comportamento suggerisce che, almeno per ora, la struttura rialzista di medio periodo rimane intatta.

I mercati stanno quindi reagendo alle notizie geopolitiche con una logica relativamente razionale: vendite iniziali legate all’incertezza seguite da ricoperture quando emergono segnali di stabilizzazione.

La capacità degli indici di recuperare dai minimi intraday indica inoltre che la liquidità resta elevata e che molti investitori continuano a comprare sulle debolezze.


Quali livelli monitorare nelle prossime sedute

Dal punto di vista grafico, i livelli chiave per l’S&P 500 sono abbastanza chiari.

Supporti principali

  • area 6.800 punti, coincidente con la trendline rialzista

  • area 6.750, dove passa la media mobile a 100 giorni

Una rottura decisa di questi livelli potrebbe aprire la strada a una correzione più profonda verso 6.600 punti.

Resistenze

  • area 6.950

  • area 7.000 punti, che resta la vera barriera psicologica di medio periodo.

Finché l’indice rimarrà sopra i supporti principali, la fase attuale potrebbe essere interpretata come una correzione fisiologica all’interno di un trend ancora positivo.


Il mercato sta ancora scontando uno scenario limitato

Un elemento interessante è che la reazione dei mercati resta relativamente contenuta rispetto alla gravità delle notizie geopolitiche.

Storicamente i mercati tendono a reagire in modo violento quando:

  • i conflitti coinvolgono direttamente grandi economie

  • si verificano shock energetici duraturi

  • si creano interruzioni permanenti delle catene di approvvigionamento

Per ora gli investitori sembrano scontare uno scenario di conflitto limitato nel tempo, con un impatto energetico temporaneo.

Ma se la guerra dovesse prolungarsi per settimane o mesi, con un petrolio stabilmente sopra gli 85–90 dollari, lo scenario potrebbe cambiare rapidamente.

In quel caso il rischio sarebbe quello di vedere un ritorno della volatilità e una correzione più ampia degli indici azionari globali, con ribassi per gli indici Usa nell'ordine del 20% almeno.

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