Rendimenti in forte rialzo, le vendite sui titoli UE non sorprendono, quelle negli Stati Uniti sì

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
6 min

Con la guerra in Iran la ricerca di beni rifugio mostra le incertezze degli operatori. A sorpresa le vendite colpiscono anche i Treasury e crescono i timori dell'inflazione che non risparmierebbe gli States. Lo teme anche Dimon (JP Morgan), mentre Rubio corre ai ripari

Rendimenti in forte rialzo, le vendite sui titoli UE non sorprendono, quelle negli Stati Uniti sì
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La corsa al dollaro inteso come bene rifugio dopo lo scoppio della guerra in Iran era prevedibile, anche se meno scontata che in altre circostanze.

Che l’euro o lo yen, espressione valutaria di aree fortemente dipendenti dal gas, dal petrolio o dal gasolio proveniente dal Medioriente, subissero delle scosse ribassiste era forse altrettanto prevedibile.

Iran, le vendite sui titoli di Stato UE

Così come, per gli stessi motivi, ossia una crescita del premio al rischio e un aumento dei rischi inflazionistici nell’Eurozona, le vendite sui titoli di Stato europei potevano in parte essere comprese.
In altre fasi di mercato il Bund tedesco è stato un bene rifugio e spesso, almeno temporaneamente, i titoli di Stato UE hanno assorbito una parte dei capitali in fuga dai mercati azionari nelle fasi di risk-off più acceso.

Questa volta è diverso: mentre crollavano i mercati azionari europei forti vendite colpivano stavolta anche il debito sovrano del Vecchio Continente.
Ancora in queste ore il repricing dei titoli di Stato è violento, con il rendimento chiesto sul Bund decennale in crescita di 8 punti base ormai al 2,78% e il decennale italiano, che balza di altri 12 punti base al 3,47%

Il dollaro bene rifugio, anche l'oro, ma i Treasury no

Fin qui relativamente coerente con lo scenario generale, vendite sui titoli di Stato in euro deprimono l’euro e il dollaro si riscopre valuta rifugio dopo un lungo periodo di deprezzamento sulle valute internazionali.

Sarebbe stata coerente con questo scenario una corsa ai Treasury statunitensi, tipica asset class obiettivo di chi vuole puntare sul rialzo del dollaro e sulla collegata economia statunitense. Ma così non è stato, gli asset comprati in dollari sono stati le materie prime energetiche, il petrolio e gli strumenti in dollari sul gas, al punto che il Segretario degli Stati Uniti Marco Rubio ha annunciato interventi per contenere il rialzo dei prezzi del gas.

Ma gli acquisti non hanno premiato i titoli di Stato USA che invece hanno registrato vendite consistenti.

Dal 3,93% il rendimento del Treasury decennale è balzato al 4,099% di queste ore, oltre 16 punti base insomma e anche i Treasury a 30 anni hanno registrato un forte e in parte inatteso rialzo dei rendimenti dal 4,60% circa al 4,73% circa di queste ore: quindi in entrambi i casi forti vendite.

Vendite sui Treasury USA: il rischio dell'inflazione e i costi della guerra

Due almeno le considerazioni da allegare. Nelle prime fasi di questa crisi i titoli di Stato Usa non hanno giocato il classico ruolo di bene rifugio: gli acquisti in dollari sono andati altrove.

La causa economica più verosimile di questi rialzi è la crescita delle attese sull’inflazione futura, a causa di prezzi dell’energia in netto rialzo e nonostante la sbandierata ‘nuova’ autonomia energetica degli Stati Uniti rafforzata più di recente dalla conquista informale della produzione del Venezuela.

Certo non si può escludere che si tratti di un effetto di contagio momentaneo, magari veicolato dalla compresenza nei panieri globali del fixed-income di titoli di Stato esposti come quelli Europei (ma in misura da ricalibrare probabilmente rispetto agli allarmi di queste ore) e titoli meno esposti come appunti i Treasury.

Sulla crescita dei rischi di inflazione anche negli Stati Uniti con il nuovo conflitto in Iran si concentra anche un’analisi di Bloomberg che ha sottolineato che i titoli di Stato Usa aveva nell’ultimo mese guadagnato dall’ottimismo sull’economia USA, ma con l’esplosione dei prezzi del petrolio greggio si è registrata un “completa inversione nel sentiment sui Treasury” e quindi la peggiore caduta dei prezzi da ottobre.

Il Ceo di JP Morgan Jamie Dimon ha messo in guardia ancora una volta i mercati: l’inflazione potrebbe essere la guastafeste di questa situazione.

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E naturalmente ci sono da aggiungere i costi della guerra e l’impatto economico, che, al netto dei costi umani e politici dell’operazione tutti da definire, rischiano di incidere su un budget USA già sotto stretta osservazione.

Il Wall Street Journal, alla vigilia degli attacchi all’Iran, aveva già calcolato il 28 febbraio, citando l’ex l’ufficiale del budget del Pentagono Elaine McCusker, un costo di circa 630 milioni di dollari per tutto il raggruppamento delle forze Usa nell’area.

Una serie di calcoli della maggiore agenzia stampa turca Anadolu Ajansi che ci sembrano accurati, stima, partendo dalle dichiarazioni del Comando Centrale USA (US Centcom) e dalle sue stesse stime sui costi dei vari tipi d’arma e veicoli impiegati (dai Reaper Drones, ai voli di B-2, F-22, F-35 ed F-16 per esempio) pone a quasi 780 milioni di dollari i costi per il bilancio Usa nel solo primo giorno degli attacchi (il 2 marzo), fra questi costi circa 340 milioni di dollari in quasi 200 missili Tomahawks lanciati.

Una cifra picco probabilmente rispetto all’impatto delle minori operazioni successive, ma significativa, ancora una volta del peso del tempo in questo complesso dossier.

La radicazione eventuale dei rincari dell’energia nei prezzi del gas, del petrolio dipenderà dalla durata delle operazioni militari e della crisi iraniana.
Dal tempo dunque dipende anche l’evoluzione pericolosa dell’inflazione in Europa e negli Stati Uniti.

Dal tempo quindi, il corollario che potrebbe derivare per la BCE e la Fed. Quest’ultima potrebbe anche essere costretta a mantenere elevato il livello dei tassi d’interesse e questo potrebbe andare contro le volontà della stessa Casa Bianca e del presidente Donald Trump.  

Una nuova vampata dell’inflazione potrebbe insomma legare le mani del candidato in pectore alla guida della Fed Kevin Warsh e avere effetti negativi anche su una Wall Street che ha bisogno di tassi bassi per rendere sostenibili gli investimenti in AI.

Una vampata dell’inflazione potrebbe inoltre costituire un grave pericolo politico per le prossime elezioni Usa di Mid-Term cui sarà affidato il maggiore test dell’Amministrazione Trump.

Ci vorranno giorni e forse settimane per consolidare questi eventuali rischi rialzisti sui prezzi, ma i mercati hanno visto questi pericoli da subito, come dimostrato da una pletora di analisi sul tema diffusesi sulla cronaca finanziaria.
Come dimostrato soprattutto dalle vendite sui Treasury Usa.

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