Iran sull’orlo della svolta: proteste, repressione e rischio di escalation globale

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
5 min

Dopo Khamenei, quattro scenari possibili: dal nazionalismo autoritario al dominio militare, con la democrazia ancora lontana

Iran sull’orlo della svolta: proteste, repressione e rischio di escalation globale

La crisi iraniana entra in una fase sempre più drammatica

La crisi iraniana entra in una fase sempre più drammatica e potenzialmente destabilizzante per l’intera regione.

Secondo la Human Rights Activists News Agency (Hrana), il numero delle vittime delle proteste represse dal regime è salito ad almeno 466, un bilancio che continua ad aggravarsi e che alimenta la pressione internazionale su Teheran.

Le manifestazioni, iniziate come espressione di disagio sociale e politico, si sono trasformate in una sfida diretta al potere degli ayatollah, mettendo a nudo la fragilità di un sistema che da oltre quattro decenni governa attraverso repressione, paura e controllo ideologico.

Negli Stati Uniti, la situazione è seguita con crescente attenzione

Negli Stati Uniti, la situazione è seguita con crescente attenzione. Donald Trump riceverà un briefing riservato sulle opzioni a disposizione dell’amministrazione per rispondere alla violenza del regime iraniano.

Secondo fonti citate dal Wall Street Journal e dal New York Times, sul tavolo del presidente ci sarebbe un ventaglio ampio di possibilità: da nuove sanzioni economiche e finanziarie, a operazioni di cyber warfare contro infrastrutture militari e civili iraniane, fino a veri e propri attacchi militari mirati.

Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva, ma starebbe valutando seriamente un’azione diretta come risposta alla repressione delle proteste.

Il rischio di escalation è elevato

Il rischio di escalation è elevato. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha avvertito che qualsiasi attacco statunitense verrebbe considerato un atto di guerra, con una reazione contro Israele e contro le basi militari statunitensi presenti nella regione, definite “obiettivi legittimi”.

Si tratta di una minaccia che riporta alla memoria le dinamiche più pericolose del confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele, con il rischio di un conflitto regionale allargato.

Un intervento esterno potrebbe ricompattare la società iraniana

Secondo il New York Times, tra le opzioni presentate a Trump figurano anche attacchi contro strutture non direttamente militari a Teheran, in particolare contro apparati di sicurezza responsabili della repressione.

Tuttavia, i vertici militari statunitensi avrebbero messo in guardia il presidente da possibili effetti controproducenti: un intervento esterno potrebbe ricompattare la società iraniana attorno al regime, oppure innescare una catena di rappresaglie contro militari e diplomatici americani nell’area.

Per questo, i comandanti sul campo chiedono più tempo per rafforzare le difese e prepararsi a eventuali risposte iraniane.

Il contesto storico rende la situazione ancora più complessa

Il contesto storico rende la situazione ancora più complessa. Dal 1979, il regime degli ayatollah ha costruito la propria sopravvivenza sulla combinazione di ideologia rivoluzionaria, repressione interna e proiezione di potenza all’esterno, attraverso milizie alleate come Hezbollah, Hamas e gli Houthi.

Per anni, questa strategia ha garantito a Teheran un ruolo centrale nel Medio Oriente e una certa credibilità internazionale, anche grazie al sostegno, diretto o indiretto, di potenze come Russia e Cina, interessate a indebolire l’influenza americana.

Le proteste interne si sono fatte più frequenti

Negli ultimi anni, però, questo equilibrio si è incrinato. Le proteste interne si sono fatte più frequenti e radicali, spinte dall’impoverimento della popolazione, dalle sanzioni, dall’inflazione e dalla percezione sempre più diffusa della corruzione dell’élite clericale.

Parallelamente, il contesto regionale è cambiato: l’Arabia Saudita ha avviato un percorso di modernizzazione e apertura, riducendo il confronto ideologico con Teheran, mentre Israele ha colpito duramente le reti regionali dell’Iran dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. I bombardamenti statunitensi sui siti nucleari iraniani hanno ulteriormente esposto la vulnerabilità del regime.

Ali Khamenei appare oggi indebolito come mai prima

La figura della Guida Suprema, Ali Khamenei, appare oggi indebolita come mai prima. Anziano, isolato e privo del sostegno attivo dei suoi alleati internazionali, Khamenei guida un sistema che sembra aver perso slancio ideologico e consenso sociale.

Questo non significa automaticamente che il regime sia vicino al collasso, ma apre interrogativi profondi sul futuro dell’Iran.

Secondo l’analisi di Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace, l’Iran si trova per la prima volta da decenni sull’orlo di una possibile transizione di potere.

Tuttavia, una caduta degli ayatollah non garantirebbe affatto l’avvento di una democrazia liberale. Sadjadpour delinea quattro possibili scenari per il “dopo Khamenei”.

Quattro possibili scenari per il “dopo Khamenei”

Il primo è uno scenario simile alla Russia post-sovietica: il crollo dell’ideologia teocratica potrebbe lasciare spazio a un nazionalismo autoritario guidato da apparati di sicurezza, con l’emergere di un “Putin iraniano”.

Il secondo è il modello cinese: pragmatismo economico e apertura selettiva, senza libertà politiche, ma questo richiederebbe una rottura con l’anti-americanismo strutturale del regime, oggi poco plausibile.

Il terzo scenario, considerato tra i più realistici, è quello pakistano, con i Guardiani della Rivoluzione che assumono formalmente il controllo dello Stato, trasformando l’Iran in un regime militare.

Infine, il modello turco: un populismo autoritario legittimato dal voto, che svuota le istituzioni democratiche dall’interno senza instaurare una vera democrazia.

L’Iran appare oggi un sistema in difesa

In sintesi, l’Iran appare oggi un sistema in difesa, economicamente esausto, socialmente delegittimato e strategicamente vulnerabile. Le proteste, la repressione e le tensioni con gli Stati Uniti e Israele si intrecciano in un quadro ad altissimo rischio.

La transizione, se e quando avverrà, sarà probabilmente lunga, instabile e tutt’altro che lineare. Per i mercati, per la geopolitica globale e per la sicurezza del Medio Oriente, la crisi iraniana rappresenta uno dei principali fattori di incertezza dei prossimi mesi.

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