Iran: Unimpresa, da Hormuz passa 20% petrolio mondiale, con blocco rischio escalation prezzi

di FTA Online News pubblicato:
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Lo Stretto di Hormuz è il principale punto di fragilità del sistema energetico globale. Attraverso questo passaggio marittimo, largo appena 33 chilometri tra Iran e Oman, transitano ogni giorno circa 17-18 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 20% della domanda mondiale, e oltre un quarto delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto (GNL), provenienti soprattutto dal Qatar. È quanto segnala il Centro studi di Unimpresa alla luce della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, che ha riportato al centro dell'attenzione internazionale la sicurezza delle rotte energetiche del Golfo Persico. Un eventuale blocco potrebbe cagionare una escalation dei prezzi del greggio e dei prodotti energetici in generale: il rischio è altissimo. Dopo l'inizio del conflitto i mercati energetici hanno reagito con forti oscillazioni. Il petrolio Brent, che prima della crisi oscillava intorno agli 80 dollari al barile, ha superato nelle settimane successive quota 95 dollari, con punte superiori ai 100 dollari nei momenti di maggiore tensione. Anche il gas naturale europeo, scambiato sulla piattaforma TTF di Amsterdam, ha registrato forti movimenti: dalle quotazioni di circa 30 euro per megawattora di inizio anno è arrivato a sfiorare 45-50 euro per megawattora nelle fasi più acute della crisi. Le tensioni sui mercati energetici si sono riflesse rapidamente anche sui prezzi alla pompa. In Italia il prezzo medio della benzina ha superato 1,95 euro al litro, mentre il diesel si è avvicinato a 1,90 euro, con aumenti medi di 10-15 centesimi al litro rispetto ai livelli di gennaio. Una dinamica alimentata sia dall'andamento delle quotazioni internazionali sia dall'incertezza sulle forniture energetiche globali. «La guerra dimostra ancora una volta quanto l'equilibrio energetico mondiale sia fragile e quanto il Golfo Persico resti uno snodo decisivo per l'economia globale. Quando si mette a rischio un passaggio da cui transita un quinto del petrolio mondiale, l'impatto si riflette immediatamente su prezzi dell'energia, inflazione e costi di produzione. Hormuz è il termometro della sicurezza energetica mondiale. Ogni tensione in quell'area si trasforma immediatamente in instabilità economica globale. Per l'Europa la lezione è chiara: servono investimenti più rapidi nella diversificazione delle fonti, nelle infrastrutture energetiche e nell'autonomia strategica. Senza queste scelte continueremo a subire gli effetti delle crisi geopolitiche che attraversano il Medio Oriente» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, lo Stretto di Hormuz rappresenta un vero e proprio collo di bottiglia energetico globale. Attraverso questo corridoio marittimo passano le esportazioni di petrolio di Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iran, dirette principalmente verso Asia, Europa e Stati Uniti. Una quota rilevante del traffico riguarda anche il gas naturale liquefatto del Qatar, primo esportatore mondiale di GNL, destinato soprattutto ai mercati asiatici ma sempre più anche all'Europa dopo la riduzione delle forniture russe. La guerra ha riacceso il timore di possibili blocchi o rallentamenti dei traffici nello Stretto. Anche senza una chiusura totale, l'aumento dei rischi militari e assicurativi ha reso più costoso il trasporto di petrolio e gas attraverso il Golfo Persico, alimentando ulteriormente la volatilità dei mercati. La crisi dimostra ancora una volta che il sistema energetico globale resta fortemente dipendente da pochi snodi geografici estremamente sensibili. In un contesto internazionale caratterizzato da instabilità geopolitica crescente, la sicurezza dello Stretto di Hormuz resta una condizione essenziale per la stabilità dei mercati energetici e dell'economia mondiale.

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