Istat: popolazione stabile grazie alle migrazioni. Continua il calo della fecondità e aumenta la speranza di vita
pubblicato:Indicatori demografici - Anno 2025.
Popolazione stabile grazie alle migrazioni. Continua il calo della fecondità e aumenta la speranza di vita
Diminuiscono le nascite, stabili i decessi: nel 2025, 355mila i nati, 652mila i decessi.
Prosegue in Italia il calo della fecondità, comune a molti Paesi europei: nel 2025 scende a 1,14 figli per donna.
Nel panorama europeo l'Italia è uno dei Paesi con la più elevata speranza di vita: nel 2025 arriva a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne.
Le immigrazioni dall'estero sono 440mila, le emigrazioni per l'estero 144mila.
Mobilità internazionale in flessione ma il saldo migratorio rimane ampiamente positivo: nel 2025 è pari a +296mila unità.
Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità, in aumento di 188mila individui, quella di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui.
Le coppie con figli costituiscono il 28,4% delle famiglie, quelle senza figli il 20,2%.
Popolazione in crescita al Nord e in calo nel Mezzogiorno
Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente è pari a 58 milioni 943mila individui (dati provvisori), risultando stabile rispetto alla stessa data dell'anno precedente (-636 unità). Il tasso di crescita vicino allo zero è in miglioramento rispetto a quelli registrati nei due anni precedenti (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023), ma le dinamiche demografiche sono in stretta continuità con quanto osservato negli anni recenti: l'Italia rimane un Paese nel quale una dinamica migratoria molto positiva riesce a contrastare un ricambio naturale ampiamente negativo e nel quale la popolazione continua a invecchiare.
Sul piano territoriale si osservano delle differenze: al Nord la popolazione aumenta del 2,2 per mille, nel Centro rimane costante (0,0 per mille), mentre il Mezzogiorno continua a registrare perdite (-3,1 per mille).
La popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+4,2 per mille), in Emilia-Romagna (+3,4 per mille) e in Lombardia (+3,2 per mille). Le regioni in cui si riscontra il maggior calo demografico sono la Basilicata (-9,0 per mille), il Molise (-6,5 per mille) e la Sardegna (-5,1 per mille).
Nel 2025 le nascite sono 355mila, con una diminuzione del 3,9% sul 2024. I decessi sono 652mila, in calo dello 0,2%. Il saldo naturale (ovvero la differenza tra nascite e decessi) è ampiamente negativo (circa -296mila unità), peggiorato rispetto al 2024 quando risultò pari a -283mila.
Le immigrazioni dall'estero, 440mila, pur diminuendo di 12mila unità rispetto al 2024 (-2,6%) si mantengono solide, a conferma del notevole livello di attrattività del Paese. Scendono sensibilmente le emigrazioni per l'estero, 144mila, ben 45mila in meno rispetto all'anno precedente (-23,7%). In questo quadro, il saldo migratorio con l'estero resta non solo molto positivo (+296mila) e tale da compensare pressoché integralmente il deficit dovuto alla dinamica naturale, ma cresce anche di 33mila unità sul 2024.
Risultano, infine, in aumento del 5,1% i trasferimenti di residenza tra Comuni, che globalmente hanno coinvolto un milione e 455mila cittadini.
Quasi 190mila stranieri residenti in più e altrettanti italiani in meno
Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità, in aumento di 188mila individui (+3,5%) rispetto all'anno precedente, con un'incidenza sulla popolazione totale del 9,4%. La crescita della popolazione straniera è trainata soprattutto da un forte saldo migratorio con l'estero (+348mila), cui si accompagna un saldo naturale di entità inferiore ma positivo (+36mila). Unica voce in perdita per gli stranieri residenti (ma meramente da un punto di vista definitorio, essendo riferita a individui che continuano a risiedere nel Paese) è quella relativa alle acquisizioni della cittadinanza italiana che si attestano a 196mila.
La presenza straniera si concentra soprattutto al Nord, dove risiedono 3 milioni 230mila individui(pari al 58,1% degli stranieri residenti in Italia), per un'incidenza rispetto al totale dei residenti pari all'11,7%. Nel Centro risiedono un milione 344mila stranieri (24,2% del totale) con un'incidenza dell'11,5%. Più contenuta è la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno, 986mila unità (17,7%), che rappresentano appena il 5,0% della popolazione residente in questa area geografica.
La popolazione di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui rispetto al 1° gennaio 2025 (-3,5 per mille). Il bilancio negativo dei residenti italiani si deve principalmente a un saldo naturale ampiamente negativo (-333mila), a cui si associa anche un saldo migratorio con l'estero che, tra rimpatri ed espatri, si attesta sul valore di -53mila. Il calo di residenti italiani, comune a tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel Mezzogiorno con 118mila connazionali in meno (-6,3 per mille).
Nel 2025 le acquisizioni di cittadinanza italiana (come detto 196mila) risultano in diminuzione rispetto ai livelli degli anni precedenti (214mila nel 2023 e 217mila nel 2024). Il calo è da imputare principalmente alle modifiche del quadro normativo introdotte dal D.L. 36/2025 (convertito nella Legge n. 74/2025) che prevede restrizioni all'acquisizione della cittadinanza italiana iure sanguinis. Ciononostante, il Paese mantiene un maturo livello di integrazione dei cittadini stranieri residenti, tale da consentire ogni anno a decine di migliaia di individui di diventare italiani. Un elemento, questo, che sul piano quantitativo attenua la progressiva diminuzione della popolazione di cittadinanza italiana.
Nel 2025 i cittadini albanesi e marocchini mantengono il primato per volume di acquisizioni (rispettivamente 26mila e 23mila casi), seguiti dai cittadini rumeni (16mila) che si confermano al terzo posto. Circa un terzo del totale delle acquisizioni è detenuto da queste tre nazionalità originarie.
Il confronto anno su anno dei flussi di acquisizione della cittadinanza italiana mette in luce variazioni negative tra le comunità storicamente più importanti: si registrano forti cali rispetto al 2024 tra gli albanesi e gli argentini (-6mila), i marocchini (-4mila), i brasiliani (-3mila), gli indiani (-3mila) e i moldavi (-2mila). In controtendenza risultano invece le acquisizioni da parte di cittadini pakistani (+2mila), filippini (+1500) e rumeni (+1000).
Il numero medio di figli per donna scende a 1,14
In base a dati ancora provvisori, i nati residenti in Italia sono 355mila nel 2025, 6,0 ogni mille abitanti (erano 6,3 nel 2024, 9,5 per mille nel 2005). Rispetto al 2024 le nascite diminuiscono di 15mila unità (-3,9%). Un nato su otto ha cittadinanza straniera, nel complesso 48mila, in calo del 5,6% sul 2024.
Il numero medio di figli per donna è stimato in 1,14, in calo rispetto all'1,18 del 2024. L'uniforme diminuzione sul territorio nazionale è tale che le differenze tra le aree geografiche restano invariate. Il Centro ha la fecondità più bassa (1,07 figli per donna; 1,11 nel 2024), seguito dal Nord con 1,15 (da 1,19) e dal Mezzogiorno con 1,16 (da 1,20). Prosegue la posticipazione delle nascite. L'età media al parto sale da 32,6 a 32,7 anni, con un incremento omogeneo di un decimo di anno per tutte le ripartizioni geografiche. Il Centro si conferma l'area in cui i figli si fanno più tardi: 33,1 anni, mentre nel Nord e nel Mezzogiorno l'età media al parto è pari, rispettivamente, a 32,8 anni e a 32,4 anni.
La regione con la fecondità più bassa continua a essere la Sardegna che, per il sesto anno consecutivo, presenta una fecondità inferiore all'unità, pari a 0,85 e in diminuzione sul 2024 (0,91). Seguono Molise e Lazio, con un numero medio di figli per donna pari, rispettivamente, a 1,02 e 1,05. Al Trentino-Alto Adige spetta, ancora una volta, il primato di regione con la fecondità più elevata, con un numero medio di figli per donna di 1,40. Seguono, su livelli più bassi, Sicilia (1,23) e Campania (1,22).
La discesa della fecondità è comune a molti Paesi europei, pur con differenze che rimangono importanti. Per l'insieme dei Paesi dell'Unione europea (Ue27) il numero medio di figli per donna è diminuito da 1,57 nel 2010 a 1,34 nel 2024. In Germania, dopo una intermedia fase di crescita, la fecondità è tornata a diminuire fino al valore di 1,36 figli per donna nel 2024. In Spagna è passata da 1,37 a 1,10 e anche in Francia e Svezia, Paesi tradizionalmente caratterizzati da livelli elevati di fecondità, il numero medio di figli per donna è sceso, rispettivamente, da 2,03 a 1,61 figli e da 1,98 a 1,43 per donna.
A differenza di Paesi come Francia e Svezia, l'Italia, proprio a causa di una diminuzione della fecondità di lungo corso, presenta oggi una struttura della popolazione in età riproduttiva che incide fortemente sul numero di nati. Il calo delle nascite, infatti, oltre a essere determinato dalla diminuzione corrente della fecondità, è causato dalla progressiva riduzione del numero di potenziali genitori.
Per dar conto di questo fenomeno, è sufficiente considerare che qualora l'Italia avesse registrato una propensione ad avere figli per donna pari a quella francese del 2024 (1,61), il numero di nati avrebbe raggiunto le 494mila unità; un livello nettamente superiore a quello ufficialmente rilevato in Italia nello stesso anno (370mila nati, frutto di una fecondità pari a 1,18), ma molto inferiore rispetto ai 664mila registrati in Francia, in ragione di una struttura per età della popolazione francese assai più favorevole, caratterizzata da generazioni in età riproduttiva più numerose.
In base a dati provvisori, nel 2025 i matrimoni, che da tempo non rappresentano un necessario passaggio preliminare alla nascita di un figlio, sono 165mila, 8mila in meno sul 2024.
Diminuiscono soprattutto quelli celebrati con rito religioso (-11,7%) e, lievemente, anche quelli celebrati con rito civile (-0,2%). Il tasso di nuzialità è pari a 2,8 per mille (2,9 nel 2024) e il valore più alto continua a osservarsi nel Mezzogiorno (2,9 per mille). Nel Nord e nel Centro è pari a, rispettivamente, 2,8 e 2,7 per mille
La famiglia unipersonale è la più diffusa
Nel biennio 2024-2025 le famiglie in Italia sono 26 milioni e 600mila, oltre 4 milioni in più rispetto all'inizio degli anni Duemila. Questa crescita dipende dalla progressiva semplificazione delle strutture familiari, determinata soprattutto dall'aumento delle famiglie unipersonali, attualmente la forma familiare più diffusa.
Oggi oltre un terzo delle famiglie è formato da una sola persona (il 37,1%), mentre venti anni fa questa tipologia rappresentava appena un quarto delle famiglie (25,9%). Le famiglie composte da almeno un nucleo, in cui cioè è presente almeno una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio, sono il 60,4%. Queste famiglie sono principalmente costituite da coppie con figli (28,4%), per molti anni il modello prevalente di famiglia, ma anche quello interessato dalla diminuzione più consistente.
Le coppie senza figli sono stabili nel tempo e rappresentano un quinto del totale (poco più del 20%). Nel corso degli anni sono aumentate le famiglie monogenitore, che rappresentano oggi una famiglia su 10. Si tratta principalmente di madri sole (8,6%), ma sono evidenti anche casi di padri con figli (2,2%). Le famiglie costituite da due o più nuclei e quelle senza nucleo (persone sole escluse, ad esempio due fratelli conviventi) si confermano nel loro insieme una tipologia residuale (3,5%).
L'effetto di queste trasformazioni è una costante diminuzione della dimensione media familiare che passa dai 2,6 componenti di 20 anni fa agli attuali 2,2 (media 2024-2025).
I cambiamenti demografici e sociali e l'evoluzione delle strutture familiari si riflettono nella distribuzione dei ruoli familiari nella popolazione. Nel biennio 2024-25 le persone che vivono sole rappresentano il 16,9% della popolazione e sono in aumento in tutte le classi di età, soprattutto quelle centrali. I genitori in coppia sono il 25,8% della popolazione e sono coloro che hanno sperimentato la contrazione maggiore.
I genitori soli con figli registrano un leggero aumento nel corso degli anni (oggi sono il 4,9% della popolazione), come anche le persone che vivono con un partner senza figli (oggi il 18,8%). A loro volta, i figli che vivono con entrambi i genitori sono in diminuzione e risultano essere il 21,1%; in aumento invece il numero di figli in nuclei monogenitore (6,8%).
Sebbene queste tendenze abbiano interessato l'intero Paese, permangono differenze a livello territoriale. Le famiglie unipersonali sono aumentate su tutto il territorio e oggi rappresentano ovunque il modello prevalente (rispettivamente, il 39,1% al Centro, il 38,2% al Nord e il 34,3% nel Mezzogiorno). Al Nord si registra una maggiore concentrazione di coppie senza figli (il 21,7% contro il 19,3% nel Centro e il 18,7% nel Mezzogiorno), mentre nel Mezzogiorno vi è ancora una maggiore incidenza di coppie con figli (il 31,4% rispetto al 27,1% e al 26,7%, rispettivamente, nel Nord e nel Centro).
L'ampiezza familiare si è ridotta ovunque ed è ora più uniforme nel territorio nazionale: nel Mezzogiorno, dove le famiglie sono storicamente più numerose, si è passati nel giro di venti anni da 2,8 a 2,3 componenti, al Centro e al Nord rispettivamente da 2,5 e 2,4 a 2,1 componenti.
In aumento i trasferimenti di residenza tra Comuni, Nord favorito
Nel 2025 i trasferimenti di residenza tra Comuni ammontano a 1 milione 455mila, in aumento del 5,1% rispetto al 2024. La crescita è sostenuta soprattutto dalla mobilità dei cittadini stranieri (284mila trasferimenti, +14,8%), mentre gli spostamenti degli italiani (1 milione 171mila) registrano un incremento più contenuto (+3,0%).
I movimenti migratori tra le ripartizioni territoriali continuano a evidenziare un saldo positivo per il Centro-Nord, pari a 45mila unità (+1,2 per mille). L'area maggiormente avvantaggiata è quella del Nord-ovest (+20mila, +1,3 per mille), seguito dal Nord-est (+19mila, +1,6 per mille). Il Centro mostra un saldo migratorio interno più contenuto (+6mila, +0,5 per mille). A livello regionale, i saldi positivi più consistenti in valore assoluto si registrano in Lombardia e in Emilia-Romagna (+10mila), seguite da Piemonte (+7mila) e Veneto (+5mila).
Saldi positivi si osservano anche in Toscana e Liguria (entrambe +3mila). In termini relativi, le regioni più attrattive sono la Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste (+2,4 per mille) e l'Emilia-Romagna (+2,1 per mille), seguite dal Friuli-Venezia Giulia, dalla Liguria (+1,8 per mille) e dal Piemonte (+1,7 per mille).
Al contrario, il Mezzogiorno continua a registrare perdite migratorie sul versante interno, mostrando un saldo negativo di 45mila unità (-2,3 per mille). La perdita è particolarmente marcata nel Sud (-34mila, -2,6 per mille) e più contenuta nelle Isole (-11mila, -1,8 per mille). A livello regionale, le maggiori perdite in valore assoluto si registrano in Campania (-17mila), Sicilia (-11mila), Calabria e Puglia (entrambe -7mila). In termini relativi, i tassi migratori più negativi si osservano in Basilicata (-5,5 per mille), Calabria (-3,8 per mille), Molise (-3,3 per mille) e Campania (-3,0 per mille), mentre Sicilia (-2,4 per mille) e Puglia (-1,7 per mille) presentano valori più contenuti.
Immigrazioni in lieve calo e forte riduzione degli espatri dei cittadini italiani
Le immigrazioni dall'estero sono circa 440mila nel 2025, in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente (-2,6%). Il calo interessa sia i cittadini stranieri (383mila ingressi, -2,5%) sia gli italiani di ritorno dall'estero (56mila rimpatri, -3,4%). Gli ingressi diminuiscono soprattutto per i cittadini stranieri provenienti dall'Europa centro-orientale (60mila, -15,4%), in particolare dall'Ucraina (-33,9%), e dai Paesi dell'Unione europea (38mila, -8,4%).
Si riducono anche gli ingressi dall'America centro-meridionale (55mila, -15,7%) e, in misura più contenuta, dall'Africa (110mila, -2,9%) anche perché rimangono consistenti le immigrazioni dei cittadini stranieri provenienti da Marocco, Egitto e Tunisia (complessivamente 76mila ingressi).
In controtendenza i flussi dall'Asia, che raggiungono 116mila ingressi, registrando una crescita significativa (+18,6%), soprattutto grazie ai flussi dal Bangladesh (37mila, +22,0%), dall'India (17mila, +22,7%) e dal Pakistan (26mila, +20,0%). Gli italiani che rientrano nel Paese provengono prevalentemente (oltre la metà del totale) dall'Unione europea (31mila, +2,3%).
Nel 2025 risultano in forte diminuzione le emigrazioni verso l'estero, che si attestano a 144mila unità (-23,7% sul 2024), il valore minimo dell'ultimo decennio. La contrazione riguarda sia gli espatri dei cittadini italiani (109mila espatri, -22,7%) sia le emigrazioni degli stranieri (35mila, -26,5%).
A parziale motivazione del contenimento degli espatri nel 2025 va ricordato che nel 2024 è stato registrato un numero eccezionale di iscrizioni all'AIRE, in seguito all'introduzione di norme più stringenti su tale fronte. In parte, quindi, l'effetto normativo ha determinato uno shock i cui effetti si riversano sulla variazione del 2025 sul 2024.
La diminuzione degli espatri dei cittadini italiani interessa quasi tutte le principali aree di destinazione. L'Unione europea si conferma tuttavia il principale polo attrattivo con 68mila espatri (-27,7%). Nel dettaglio dei principali Paesi di destinazione, diminuiscono soprattutto gli espatri verso la Germania (13mila, -37,1%) e il Regno Unito (11mila, -38,4%). Al di fuori dell'Europa, diminuiscono i flussi degli italiani verso gli Stati Uniti (-6,5%) e l'Australia (-9,3%).
Il saldo migratorio complessivo con l'estero, pari a circa +296mila unità, è il risultato di due dinamiche opposte: da un lato, il guadagno dovuto alle immigrazioni di cittadini stranieri (+348mila), dall'altro la perdita di cittadini italiani (-53mila). In termini relativi, il tasso migratorio con l'estero è pari a +5,0 per mille abitanti, più elevato al Nord e al Centro, rispettivamente pari al 5,8 e al 5,2 per mille, più contenuto nel Mezzogiorno dove si ferma al 3,7 per mille.
La mobilità dei cittadini nazionali è fenomeno diffuso in tutta Europa, al punto che in molti Paesi il saldo migratorio dei propri cittadini è negativo. Secondo gli ultimi dati Eurostat, nel 2024 l'Italia presenta un tasso migratorio dei propri cittadini pari a -1,5 per mille, un valore in linea con quello osservato in diversi Paesi dell'Europa occidentale, come il Belgio (-1,4) e la Svizzera (-1,2), e meno negativo rispetto a quello di un Paese importante come la Svezia (-2,1). Anche tra gli altri principali Paesi europei si osservano tassi migratori dei connazionali negativi, seppur su livelli più contenuti rispetto all'Italia, come in Germania (-1,1), Francia (-0,9) e Austria (-0,8), mentre la Spagna rappresenta un'eccezione, con un tasso positivo ma prossimo allo zero (0,2).
Si riduce a quattro anni il divario di genere per la vita media
Nel panorama europeo l'Italia è notoriamente uno dei Paesi con la più alta aspettativa di vita. In base ai dati Eurostat relativi al 2024, gli ultimi disponibili per un confronto, gli uomini italiani si collocano al secondo posto grazie a una speranza di vita di 81,5 anni, superati dai soli svedesi con 82,6 anni a fronte di una media Ue27 di 79,2 anni. Le italiane, a loro volta, si collocano al terzo posto con 85,6 anni, superate dalle francesi (85,9) e dalle svedesi (86,5), per una media Ue27 di 84,4 anni.
A favorire questi importanti traguardi concorre naturalmente l'andamento dei decessi che, superata la vicenda pandemica, hanno riacquisito il loro naturale trend storico. Nel 2025 essi sono stati 652mila, in linea con il dato del 2024 quando se ne registrarono 653mila. In rapporto al numero di residenti si hanno 11,1 decessi ogni mille abitanti, come nell'anno precedente.
Il numero contenuto di decessi favorisce un aumento della speranza di vita alla nascita rispetto al 2024. Nel 2025 questa è stimata in 81,7 anni per gli uomini (2 decimi di crescita) e in 85,7 anni per le donne (un decimo in più). Ciò fa sì che nel 2025 la differenza di genere sia scesa ad appena 4 anni, un livello che per ritrovarlo indietro nel tempo occorre risalire al 1953. Agli inizi del secolo scorso, infatti, la differenza donna-uomo era inferiore a un anno. Con gli anni, tale valore è andato progressivamente aumentando, fino a toccare un massimo di 6,9 anni nel 1979. Da lì in avanti la differenza di speranza di vita tra donne e uomini è andata via via riducendosi.
Storicamente le donne vivono più a lungo, anche per un riconosciuto vantaggio biologico, ma oggi gli uomini hanno iniziato a recuperare grazie a una combinazione di fattori sociali, comportamentali e sanitari. In primo luogo, contano i cambiamenti negli stili di vita maschili (es: attitudine al fumo diminuita, che ha consentito di ridurre morti premature per tumori e malattie cardiovascolari). In secondo luogo, i miglioramenti nella prevenzione e nella medicina consentono oggi diagnosi più precoci e cure migliori per malattie tipicamente maschili (per es. gli infarti). Sul versante delle donne, invece, conta il cambiamento del loro ruolo sociale. Le donne oggi lavorano di più fuori casa e sono più esposte a stress e a fattori di rischio. I fattori biologici a loro vantaggio ancora sussistono ma contano meno che in passato, in quanto sostituiti dal peso prevalente dei fattori sociali e sanitari che portano il divario di genere a ridursi.
Passando all'analisi territoriale, oggi il Paese continua a essere contraddistinto da significative differenze che vedono il Nord primeggiare grazie a una vita media stimata in 82,3 anni per gli uomini e in 86,2 per le donne, Nel Centro si scende poco sotto tali livelli, registrandosi, rispettivamente, valori pari a 82,1 e a 86,0 anni. Più distanziato il Mezzogiorno, con una vita media di 80,8 anni per gli uomini e una di 84,9 anni per le donne. Tuttavia, è positivo il fatto che nel Mezzogiorno il guadagno di sopravvivenza rispetto al 2024 sia o superiore a quello del Nord (come nel caso degli uomini, 3 decimi di anno contro 1) o di uguale entità (1 decimo per le donne).
A livello regionale è il Trentino-Alto Adige la regione in cui si vive più a lungo, con 82,8 anni per i maschi e 86,8 per le femmine. In fondo alla graduatoria continua a collocarsi la Campania con, rispettivamente, 80,1 e 84,1 anni, regione che tuttavia evidenzia incrementi importanti almeno tra gli uomini rispetto al 2024 (3 decimi in più, 1 decimo per le donne).
Per il peso di over 65enni l'Italia è il Paese più anziano della Ue27
Al 1° gennaio 2026 si stima un'età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1° gennaio 2025. Il Centro si conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane la ripartizione più giovane (46,4 anni).
La popolazione fino a 14 anni è pari a 6 milioni 852mila individui (11,6% del totale), in calo di 168mila unità rispetto al 2025. La popolazione in età attiva (15-64enni) ammonta a 37 milioni 270mila (63,2% del totale), con una riduzione di 73mila individui sull'anno precedente. Gli over 65enni sono 14 milioni 821mila (25,1% del totale), oltre 240mila in più rispetto all'anno precedente. Crescono gli ultra-ottantacinquenni che raggiungono i 2 milioni 511mila individui (+101mila) e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari ammontano a 24mila e 700 unità, oltre 2mila in più rispetto all'anno precedente.
Il processo di invecchiamento interessa l'Unione europea nel suo insieme. Diminuisce il peso della popolazione giovanile e in età lavorativa mentre cresce quello degli individui sopra i 65 anni.Al 1° gennaio 2025, nell'Ue27, i giovani di età compresa tra 0 e 14 anni rappresentano il 14,4%, le persone in età attiva il 63,6%, gli anziani il 22,0%. Le quote più elevate di giovani si osservano in Irlanda (18,5%), Svezia (16,8%) e Francia (16,6%). L'Italia presenta la percentuale più bassa di giovani (11,9%) e la maggiore di anziani (24,7%), Questo squilibrio si riflette nell'età mediana, pari a 49,1 anni in Italia, oltre quattro anni in più rispetto alla media Ue27 (44,9 anni), quasi 10 anni in più rispetto all'Irlanda (39,6) che presenta il valore minimo.
Anche se diffusamente accettato, il concetto di invecchiamento della popolazione basato sul mero conteggio delle persone che superano i 65 anni rappresenta una semplificazione, retaggio del passato. L'anziano di oggi conduce uno stile di vita diverso e gode di una salute migliore rispetto ai coetanei del passato. La soglia di ingresso nella cosiddetta terza età tende infatti a spostarsi in avanti, progredendo con le capacità fisiche e intellettuali del capitale umano che si riflettono anche sulle condizioni socio-economiche.
Come misura alternativa, il processo di invecchiamento si può misurare, tra le varie possibilità, con indicatori dinamici basati sulla speranza di vita residua. Ad esempio, se si assumesse come parametro fisso la speranza di vita residua a 65 anni degli uomini nel 1960 (pari a 13,1 anni), nel 2025 sarebbero considerati anziani coloro che hanno un'età pari a 74 anni per gli uomini e a 77 per le donne. In tale circostanza, la quota di popolazione anziana, quella che cioè insiste su tali soglie, sarebbe solo del 12,3%, ovvero la metà rispetto al 24,7% basato sul concetto anagrafico della quota di individui di 65 anni e più. Ciò evidenzia come una soglia dinamica permetta di valutare l'invecchiamento tenendo conto dei mutamenti reali nel tempo della sopravvivenza, pervenendo a un ordine di grandezza del fenomeno sensibilmente inferiore, con la possibilità di valutarne meglio l'impatto.