Medioriente in fiamme, ma il petrolio cala. Eni approfitta di due novità
pubblicato:Ancora scontri USA-Iran, ma c'è anche una proposta di tregua di 10 giorni. Eni registra due nuove operazioni di rilievo: una negli Emirati Arabi e l’altra in Norvegia

Gli Stati Uniti reduci dal decimo attacco consecutivo su postazioni iraniane, con almeno due perdite registrate dopo un attacco in Giordania, starebbero valutando se aumentare la pressione su Teheran con nuovi attacchi a tappeto che potrebbero anche coinvolgere disastrosamente delle infrastrutture civili.
Teheran ha risposto, come da copione, con attacchi alle basi USA dell’area in Kuwait e intanto gli alleati yemeniti dell’Iran, gli Houthi, annunciano un blocco navale ai danni dell’Arabia Saudita sul mar Rosso, estendendo il conflitto di fatto, come minacciato da giorni, allo stretto di Bab el-Mandeb, la “Porta delle lacrime”.
Petrolio in ribasso nonostante i nuovi attacchi, forse aiuta la proposta di tregua
In questo scenario che sembra combinare tutti gli elementi per un nuovo sprint delle quotazioni dell'oro nero nei mercati internazionali, i prezzi del petrolio greggio ripiegano e ancora una volta confermano l’orientamento dei mercati sempre più conciliante su questo fronte.
Certo dai minimi di inizio luglio intorno ai 70 dollari il Brent ha segnato un pericoloso rialzo del 20%, ma sui prezzi di queste ore a 88,52 dollari al barile in calo dello 0,78% viene da dire che poteva andare peggio.
Anche se ormai la struttura dei future sul mercato suggerisce prezzi superiori agli 80 dollari fino al prossimo marzo 2027, con prevedibili impatti sull’inflazione, sulla crescita, sulle politiche monetarie.
Il quadro del WTI ‘americano’ è meno sfavorevole, ma non troppo diverso: dai 68 dollari dei minimi di inizio luglio siamo passati a 82 dollari (-0,5%) e il prossimo marzo si dovrebbe scendere sotto i 75 dollari.
Ma è possibile che oggi la strana calma dei mercati sia portata dall’ottimismo su un altro fattore: la presentazione di una proposta di tregua di 10 giorni da parte di Qatar, Egitto e Pakistan insieme ad altri mediatori.
La tregua potrebbe rilanciare i negoziati e il debolissimo memorandum siglato a giugno. Per il momento né Washington, né Teheran hanno aperto il dossier, ma secondo Axios l’Amministrazione Trump sta facendo le sue valutazioni: da un lato attacchi sempre più violenti per costringere l’Iran a una resa sempre meno condizionata, dall’altro il nuovo tentativo di mediazione.
Non è da escludere che i ribassi del greggio di queste ore vengano dall’ottimismo su questa nuova proposta, lo valuta anche il Wall Street Journal.
Ma intanto sul mercato si giocano anche partite assai più specifiche, a partire da quella della nostra Eni.
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Eni, titolo in controtendenza, giovano le novità negli Emirati e in Norvegia
In queste ore a Piazza Affari Tenaris perde l’1,61%, Saipem lo 0,39%, ma Eni guadagna lo 0,83% e si riporta a 21,77 euro, muovendosi in controtendenza a un settore generalmente appesantito dal passo indietro delle valutazioni del greggio.
La società guidata dall’amministratore Claudio Descalzi ha però almeno due storie molto specifiche da raccontare oggi che sicuramente stanno influenzando i corsi di queste ore.
La prima porta ad Abu Dhabi, dove la compagnia nazionale ADNOC ha annunciato la decisione finale di investimento da ben 6,2 miliardi di dollari relativa allo sviluppo del giacimento di gas Umm Shaif Gas Cap. Il progetto dovrebbe sbloccare una ricca produzione di 600 milioni di piedi cubi standard al giorno di gas naturale e rafforzare il portafoglio di GNL del Paese.
Coinvolge i partner internazionali China National Petroleum Corporation (CNPC), TotalEnergies (+1,62%) e appunto Eni. Facile pensare che anche questo dossier incoraggi gli acquisti odierni in controtendenza sulla società italiana e sul partner francese.
Ma Eni ha oggi anche un’altra storia importante, ad altre latitudini. La sua controllata norvegese Var Energy ha annunciato il progetto di fusione con la più piccola BlueNord, che potrebbe consolidare il suo ruolo di maggiore produttore europeo ‘indipendente’ di petrolio e gas.
In poche parole, l’aggregato passerebbe da circa 400 mila barili equivalenti di petrolio al giorno a una produzione di circa 450 mila barili con l’apporto dei 45 mila barili che BlueNord produce oggi ogni giorno in proprio.
Entrerebbe nel portafoglio di Var Energy quel 36,8% della joint venture danese DUC attualmente in mano a BlueNord.
Per ogni titolo della società Var Energy offre 9,7153 azioni proprie e 76,83 corone norvegesi in contanti (circa 204 milioni di dollari in contanti e il 9,95% del capitale proprio rispettivamente).
L’obiettivo è difendere e consolidare il track record di crescita che ha visto Var Energy restituire un valore del 180% dall’IPO e conferma oggi una politica dei dividendi che destina alle cedole il 25-30% dei flussi di cassa operativi dopo le imposte (CFFO after tax).
Oggi il gruppo Var ha anche pubblicato i risultati del secondo trimestre che ha visto il CFFO raggiungere quota 2,075 miliardi di dollari (più del doppio del primo trimestre e quasi il triplo di un anno fa), i CAPEX totalizzare 645 mln, quindi il free cash flow a 1,4 miliardi. Il leverage ratio (net debt/ebitdax) è sceso a 0,4x. A valere sui dati del secondo e terzo trimestre sono previste cedole per 350 milioni di dollari, in particolare un dividendo da 1,355 corone norvegesi che dovrà passare al vaglio degli azionisti il prossimo 17 agosto.
Il mercato festeggia le novità con un balzo del titolo Var Energy a Oslo del 5,6% a 46,05 corone.
BlueNord segna un rialzo del 4,87% a 508 corone. Sono notizie positive anche per Eni che, se l’operazione andrà in porto come da programma entro la fine dell’anno, avrà il 57,33% del nuovo aggregato.