Pnrr: Unimpresa, eredità da 6,6 punti di Pil al 2031, riforme più forti degli investimenti
pubblicato:Il Pnrr non finisce nel 2026. La sua eredità economica potrebbe valere nel 2031 fino a 6,6 punti di Pil nello scenario prudenziale, con una forchetta che va da 5,1 punti nello scenario avverso a 9,2 punti in quello favorevole. Ma il dato più significativo è un altro: nel lungo periodo saranno le riforme, più ancora degli investimenti, a determinare l’impatto maggiore sulla crescita potenziale dell’Italia. È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa sugli effetti di lungo periodo degli interventi realizzati e programmati nell’ambito del Pnrr e della successiva agenda di riforme. I 6,6 punti non rappresentano il tasso di crescita del Pil nel 2031, ma la maggiore dimensione che l’economia italiana potrebbe raggiungere rispetto a uno scenario privo di quegli interventi. La composizione dell’effetto è netta: 4,4 punti, pari a due terzi del totale, derivano dalle riforme; 2,2 punti, un terzo, dagli investimenti. In altre parole, nel 2031 il contributo attribuito alle trasformazioni strutturali del sistema economico sarebbe esattamente doppio rispetto a quello prodotto dall'accumulazione di capitale. Ancora più rilevante è la distinzione tra quanto è già stato fatto e quanto resta da realizzare. Dei 6,6 punti complessivi, 5,3 sono collegati a investimenti e riforme già implementati, mentre 1,3 puntidipendono dagli interventi ancora da completare. Circa l’80% dell’effetto potenziale stimato per il 2031, dunque, poggia su misure già messe in campo, anche se una parte dei loro benefici economici deve ancora manifestarsi. Nel dettaglio, gli investimenti già realizzati valgono 1,4 punti di Pil al 2031, mentre quelli ancora da attuare ne aggiungono altri 0,8, per un totale di 2,2 punti. Molto più consistente è il contributo delle riforme: quelle già implementate arrivano a 3,9 punti, ai quali si aggiungono 0,5 punti delle nuove riforme, per complessivi 4,4 punti. È soprattutto la dinamica temporale a mostrare perché l'impatto non si esaurisce con la chiusura del Piano. L'effetto complessivo delle riforme passa da 2,2 punti di Pil nel 2026 a 2,8 nel 2027, 3,2 nel 2028, 3,7 nel 2029, 4,1 nel 2030 e 4,4 nel 2031. Gli investimenti, invece, passano dai 2 punti del 2026 a 2,6 nel 2027 e 2028, raggiungono 2,7 nel 2029 e si attestano a 2,2 nel 2031. La spinta inizialmente alimentata dalla spesa e dai cantieri lascia quindi progressivamente spazio agli effetti strutturali delle riforme. È proprio questo il principale risultato prospettico: la fine amministrativa del Pnrr non coincide con la fine dei suoi effetti economici. Giustizia, pubblica amministrazione, istruzione e ricerca, politiche attive del lavoro, concorrenza e appalti possono continuare a incidere sulla produttività e sulla capacità di crescita molto tempo dopo la conclusione degli interventi. Le stime restano naturalmente soggette a incertezza, come mostra l'ampiezza della forchetta tra lo scenario da 5,1 punti e quello da 9,2 punti. Ma anche nell'ipotesi meno favorevole l'impatto rimane consistente. «Il 2026 non deve essere considerato una scadenza dopo la quale si torna alla normalità precedente. Deve rappresentare un passaggio di fase. Abbiamo bisogno di mantenere elevati gli investimenti, completare le riforme e soprattutto impedire che il sistema delle imprese, in particolare quello delle pmi, si trovi davanti a un vuoto di politica economica una volta esauriti gli strumenti straordinari. Per questo la prossima legge di bilancio e quelle successive dovranno costruire continuità. Alle piccole e medie imprese servono regole stabili, credito, incentivi pluriennali agli investimenti, digitalizzazione, intelligenza artificiale, formazione e una fiscalità che favorisca chi reinveste gli utili nell'azienda. Non possiamo sostituire permanentemente il capitale privato con quello pubblico: dobbiamo usare l'investimento pubblico e le riforme per mettere in movimento una quantità crescente di investimenti privati. La vera sfida è trasformare una stagione straordinaria in crescita permanente. Se nel 2031 potremo misurare non soltanto le opere costruite, ma anche una maggiore produttività, imprese più competitive, salari più forti e un Paese più semplice nel quale investire, allora il Pnrr avrà raggiunto il suo obiettivo più importante. Non spendere di più, ma consentire all'Italia di crescere di più anche dopo la fine della spesa straordinaria» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati contenuti nel Documento di programmazione di finanza pubblica, l’effetto del Pnrr sull’economia italiana non termina con la conclusione formale del Piano. Nel 2031, cinque anni dopo la chiusura della fase attuativa, l’insieme degli investimenti e delle riforme realizzati e programmati potrebbe determinare un livello del Pil italiano superiore del 6,6% rispetto a uno scenario nel quale quegli interventi non fossero stati realizzati. La stima centrale si colloca all’interno di una forchetta particolarmente ampia: nello scenario più favorevole l’impatto arriva al 9,2%, mentre nell’ipotesi più prudente sugli effetti effettivamente prodotti dall’attuazione delle misure si ferma al 5,1%. Il 6,6% non rappresenta la crescita dell’economia italiana in un singolo anno, né significa che nel 2031 il Pil aumenterà del 6,6%. Il dato misura invece la differenza tra il livello del prodotto che potrebbe essere raggiunto nel 2031 grazie al complesso degli investimenti e delle riforme e quello che si avrebbe in loro assenza. Si tratta quindi di un effetto cumulato e strutturale sulla dimensione dell’economia, destinato a manifestarsi progressivamente nel corso degli anni. La composizione dei 6,6 punti di Pil è particolarmente significativa perché mostra che, nel lungo periodo, il contributo maggiore non proviene dalla spesa per investimenti, bensì dalle riforme. Gli investimenti producono complessivamente un impatto stimato in 2,2 punti di Pil, mentre alle riforme sono attribuibili 4,4 punti. In termini percentuali, circa un terzo dell’effetto complessivo, il 33,3%, deriva dagli investimenti, mentre i restanti due terzi, il 66,7%, sono riconducibili alle trasformazioni strutturali prodotte dalle riforme. All’interno dei 2,2 punti riconducibili agli investimenti, 1,4 punti di Pil derivano dagli interventi già realizzati, mentre altri 0,8 punti sono collegati agli investimenti ancora da completare o programmati per gli anni successivi. Il risultato è importante perché indica che gli effetti economici degli investimenti non coincidono temporalmente con la realizzazione della spesa: infrastrutture e capitale pubblico continuano a produrre benefici anche negli anni successivi, attraverso l’aumento della capacità produttiva del sistema economico.
Ancora più rilevante è il contributo delle riforme. Quelle già attuate produrrebbero nel 2031 un incremento del livello del Pil pari a 3,9 punti percentuali, mentre le nuove riforme destinate a proseguire il percorso di trasformazione dell’economia aggiungerebbero ulteriori 0,5 punti, portando l’effetto complessivo a 4,4 punti di Pil. Le aree nelle quali gli effetti risultano maggiormente rilevanti comprendono istruzione e ricerca, politiche attive del mercato del lavoro, pubblica amministrazione, giustizia, concorrenza e appalti. Particolarmente significativo appare il contributo degli interventi nell’istruzione e nella ricerca e delle politiche attive per il lavoro.
La distinzione tra interventi già realizzati e interventi ancora da attuare consente un’ulteriore lettura. Dei 6,6 punti complessivi stimati per il 2031, ben 5,3 punti sono associati a investimenti e riforme già implementati, mentre 1,3 punti dipendono dalle misure ancora da realizzare. In termini relativi, circa l’80% dell’effetto economico potenziale al 2031 è dunque collegato a interventi che sono già stati messi in campo, mentre poco meno del 20% deriva dalla parte ancora da completare. Questo non significa che l’80% dell’aumento del Pil sia già stato conseguito: significa che le misure dalle quali dovrebbe derivare quella crescita futura sono già state realizzate e continueranno progressivamente a produrre effetti. La dinamica temporale permette di comprendere ancora meglio il meccanismo. Nel caso degli investimenti, l’impatto sul livello del Pil passa da 0,2 punti nel 2021 a 0,3 nel 2022, 0,7 nel 2023, 0,9 nel 2024 e 1,3 nel 2025, per raggiungere 2 punti nel 2026. Successivamente sale a 2,6 punti nel 2027 e nel 2028, raggiunge 2,7 punti nel 2029, si attesta a 2,1 nel 2030 e arriva a 2,2 punti nel 2031. Si osserva quindi una forte accelerazione durante la fase di realizzazione degli interventi, seguita dalla permanenza di una parte rilevante dell’effetto anche dopo la conclusione della spesa straordinaria.
Le riforme seguono invece un percorso diverso e ancora più interessante. Il loro contributo complessivo parte da zero nel 2021, sale a 0,2 punti nel 2022, 0,6 nel 2023, 1,1 nel 2024, 1,6 nel 2025 e 2,2 nel 2026. Ma, a differenza degli investimenti, l’effetto continua a rafforzarsi nettamente anche dopo il 2026: 2,8 punti nel 2027, 3,2 nel 2028, 3,7 nel 2029, 4,1 nel 2030 e 4,4 nel 2031. Nel giro di cinque anni successivi alla conclusione del Pnrr, quindi, l’effetto delle riforme raddoppia rispetto ai 2,2 punti raggiunti nel 2026. È proprio questo passaggio a rappresentare uno degli aspetti economicamente più interessanti dell’intera operazione. Nella prima fase prevale il sostegno diretto alla domanda derivante dalla realizzazione degli investimenti; successivamente aumenta il peso delle trasformazioni strutturali. Nel 2031 l’impatto delle riforme, pari a 4,4 punti, sarà esattamente doppio rispetto ai 2,2 punti prodotti dagli investimenti. Lo stimolo straordinario iniziale tende così a trasformarsi, almeno nelle stime, in un aumento più duraturo della capacità produttiva.
Anche all’interno delle sole riforme già realizzate il fenomeno è evidente. Il loro contributo è stimato in 2,3 punti di Pil nel 2026, ma sale progressivamente a 2,7 nel 2027, 3,1 nel 2028, 3,4 nel 2029, 3,7 nel 2030 e 3,9 nel 2031. Tra il 2026 e il 2031, dunque, le riforme già approvate e implementate genererebbero ulteriori 1,6 punti di effetto sul livello del prodotto, senza che ciò richieda necessariamente una nuova spesa equivalente. È la dimostrazione della differenza tra una misura di sostegno congiunturale e una riforma strutturale: quest’ultima può richiedere tempo prima di dispiegare pienamente i propri effetti. Le nuove riforme destinate a proseguire il percorso iniziato con il Pnrr cominciano invece a produrre risultati dal 2028, con un contributo iniziale di 0,1 punti, che sale a 0,2 nel 2029, 0,4 nel 2030 e 0,5 nel 2031. Anche in questo caso l’effetto cresce gradualmente, a conferma del fatto che le trasformazioni istituzionali e organizzative richiedono un periodo di maturazione prima di tradursi pienamente in maggiore produttività e crescita.
La traiettoria complessiva evidenzia quindi un vero e proprio passaggio di testimone. Nella fase iniziale sono gli investimenti a esercitare l’impulso più immediato, attraverso la spesa, i cantieri, le infrastrutture e l’aumento della domanda. Con il trascorrere degli anni diventa invece predominante l’effetto delle riforme, che intervengono sul funzionamento dell’economia e sulla sua capacità di produrre valore. L’eredità del Pnrr non è quindi rappresentata soltanto dalle opere realizzate, ma soprattutto dalla possibilità che quelle opere siano accompagnate da un sistema economico e amministrativo più efficiente.
Per le imprese, e in particolare per le piccole e medie aziende, questa distinzione assume un valore concreto. Infrastrutture migliori, reti digitali più efficienti, maggiore sicurezza energetica e investimenti nella ricerca riducono i costi e aumentano le opportunità. Ma una giustizia più rapida, una pubblica amministrazione più efficiente, procedure meno complesse, un mercato del lavoro capace di mettere in relazione domanda e competenze, una formazione più aderente alle necessità produttive e una maggiore concorrenza possono produrre benefici ancora più profondi e permanenti. È proprio questa capacità di incidere sul contesto nel quale operano le aziende a spiegare perché, nel lungo periodo, il contributo attribuito alle riforme risulti nettamente superiore a quello degli investimenti.
Le stime vanno comunque considerate con prudenza. Gli effetti degli investimenti possono essere valutati con un grado relativamente maggiore di prevedibilità, perché la spesa accresce direttamente la domanda e aumenta lo stock di capitale. Le conseguenze delle riforme sono invece più difficili da quantificare: dipendono dalla qualità dell’attuazione, dai tempi necessari perché cittadini e imprese modifichino i propri comportamenti e dalla capacità delle amministrazioni di rendere effettivi i cambiamenti introdotti. È proprio questa incertezza a spiegare la distanza tra i tre scenari. Nell’ipotesi meno favorevole, l’effetto sul livello del Pil nel 2031 sarebbe comunque pari al 5,1%; nella valutazione centrale raggiungerebbe il 6,6%; nello scenario più favorevole arriverebbe al 9,2%. Tra i due estremi esiste quindi una distanza di 4,1 punti di Pil, che rappresenta in qualche modo il valore economico della qualità dell’attuazione: quanto meglio investimenti e riforme riusciranno a modificare effettivamente la capacità produttiva del Paese, tanto maggiore sarà l’eredità economica lasciata dal programma.
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