Trump contro Powell: lo scontro istituzionale che mette alla prova l’indipendenza della Fed

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
4 min

Mercati in allerta: credibilità della politica monetaria, inflazione e stabilità finanziaria diventano il vero terreno di scontro

Trump contro Powell: lo scontro istituzionale che mette alla prova l’indipendenza della Fed

Lo scontro tra Donald Trump e Jerome Powell entra in una fase senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti e scuote l’architettura della finanza globale.

L’apertura di un’indagine penale da parte del Dipartimento di Giustizia nei confronti del presidente della Federal Reserve rappresenta un evento dirompente, non tanto per il merito tecnico delle accuse – legate a presunte irregolarità nella comunicazione al Congresso sui costi di ristrutturazione della sede della Fed – quanto per il contesto politico in cui avviene.

Un’inchiesta che va oltre Powell

Secondo Powell stesso, e secondo una parte crescente dell’establishment istituzionale americano, l’inchiesta non sarebbe che un pretesto: uno strumento di pressione politica volto a indebolire l’indipendenza della banca centrale e a costringerla a una politica monetaria più accomodante, in linea con le richieste della Casa Bianca.

In un videomessaggio durissimo, Powell ha parlato apertamente di intimidazione, sostenendo che la minaccia di azioni penali è la conseguenza diretta del fatto che la Fed continui a fissare i tassi “nell’interesse pubblico” e non secondo le preferenze del presidente.

Trump, dal canto suo, ha preso le distanze formalmente dall’inchiesta, sostenendo di non averne ordinato l’apertura, ma ha continuato ad attaccare Powell sul piano personale e professionale, definendolo “non bravo nel suo lavoro”. Una linea che rafforza l’idea di uno scontro politico-istituzionale più ampio, in cui la Fed diventa un bersaglio simbolico.

La frattura nel fronte repubblicano

L’elemento forse più significativo è che la vicenda non ha provocato solo la reazione dell’opposizione democratica, ma ha aperto una fronda interna al Partito Repubblicano.

Al Senato, il repubblicano Thom Tillis, membro della Commissione bancaria, ha definito l’indagine una minaccia all’indipendenza e alla credibilità delle istituzioni americane, annunciando che si opporrà a qualsiasi nomina di Trump alla Fed finché la questione non sarà risolta.

A lui si è unita la senatrice Lisa Murkowski, che ha parlato apertamente di rischi sistemici per la stabilità economica e finanziaria degli Stati Uniti.

Anche il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha espresso forti riserve, avvertendo Trump che l’inchiesta rischia di “creare il caos sui mercati”.

Le sue preoccupazioni non sono solo finanziarie: Bessent sperava in una transizione ordinata alla guida della Fed, con l’uscita di scena di Powell alla scadenza del mandato.

L’indagine, invece, irrigidisce la posizione del banchiere centrale e complica qualsiasi soluzione morbida.

La reazione globale delle banche centrali

Il segnale più clamoroso arriva però dall’estero. In una dichiarazione congiunta senza precedenti, i vertici delle principali banche centrali mondiali – dalla Banca Centrale Europea alla Bank of England, dalla Banca del Canada alla Banca nazionale svizzera, fino alla Banca dei Regolamenti Internazionali – hanno espresso piena solidarietà a Powell e al Federal Reserve System.

Il messaggio è netto: l’indipendenza delle banche centrali è un pilastro della stabilità dei prezzi, dei mercati e dell’economia globale, e va preservata nel rispetto dello Stato di diritto.

Christine Lagarde, Andrew Bailey, François Villeroy de Galhau e altri governatori hanno sottolineato come una Fed politicamente indebolita rischierebbe di destabilizzare non solo gli Stati Uniti, ma l’intero sistema finanziario internazionale, esportando inflazione e volatilità attraverso i mercati globali.

L’intervento degli ex presidenti della Fed

A rafforzare il fronte di difesa dell’istituzione è arrivata anche la presa di posizione congiunta di tutti gli ex presidenti della Fed ancora in vita, che hanno definito l’inchiesta “inappropriata” e un tentativo senza precedenti di usare lo strumento giudiziario per minare l’autonomia della banca centrale.

Una condanna trasversale, rara per intensità e compattezza, che evidenzia quanto la posta in gioco venga percepita come sistemica.

L’ex presidente della Fed ed ex Segretaria al Tesoro Janet Yellen ha sintetizzato il rischio con parole durissime: questa è “la strada verso la repubblica delle banane”.

Le implicazioni per i mercati

Nel breve termine, Wall Street ha reagito con prudenza: dopo un avvio debole, gli indici hanno recuperato parzialmente.

Ma sotto la superficie emergono segnali di tensione: oro e argento sui massimi storici, dollaro in indebolimento, rendimenti dei Treasury in salita. Indicatori che riflettono un aumento del premio per il rischio istituzionale.

Il timore, condiviso da molti economisti, è che una Fed percepita come politicamente vulnerabile perda credibilità nel controllo dell’inflazione.

Questo potrebbe disancorare le aspettative, alimentare volatilità e innescare la reazione dei cosiddetti “bond vigilantes”, che attraverso il mercato obbligazionario determinano il vero costo del credito.

Una partita che va oltre il mandato di Powell

Molti osservatori si chiedono perché Trump abbia scelto lo scontro ora, a pochi mesi dalla scadenza del mandato di Powell e con un successore già individuato.

Le risposte più accreditate sono tre: inviare un segnale di forza a tutta la banca centrale, costruire un capro espiatorio in vista delle elezioni di midterm e, non ultimo, regolare un conto personale mai chiuso dopo uno scontro pubblico avvenuto la scorsa estate.

In definitiva, il caso Powell non è solo una disputa tra un presidente e un banchiere centrale.

È un test cruciale per l’indipendenza delle istituzioni monetarie, per la credibilità degli Stati Uniti e per l’equilibrio dell’intero sistema finanziario globale. I mercati, per ora, osservano.

Ma il rischio sistemico è ormai chiaramente sul tavolo.

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