Dati record per Richemont, ma il lusso oggi è debole
pubblicato:La svizzera che controlla Cartier e Buccellati batte le attese degli analisti, ma intanto il luxury globale fa i conti con la crisi di Saks Global e sul mercato il settore ripiega

Difficile dire se su Richemont siano scattate delle prese di beneficio dopo un rally del 41% dai minimi dello scorso agosto. Oggi il titolo ha pubblicato dei dati parziali sul trimestre concluso lo scorso 31 dicembre 2025, giudicati da tutti superiori alle attese degli analisti; ha aggiornato in avvio di seduta esattamente a 180 franchi svizzeri i massimi dallo scorso marzo; ha poi avviato un pesante ripiegamento fino a dei minimi a CHF 168,8, ridimensionati in queste ore a 173,2 franchi (-0,92%), fra volumi in linea con le recenti sedute.
Il colosso di Cartier, Buccellati e Piaget specializzato in gioielli e orologi di lusso sembra spingere al ribasso tutto il comparto in Europa in queste ore: l’Euro Stoxx Luxury 10 cede infatti in tarda mattina l’1,54%
Fanno quindi male i protagonisti europei (che spesso sono poi mondiali) del lusso, da LVMH (-1,07%) a Hermes (adesso recupera lo 0,49%, ma cedeva più di mezzo punto in avvio), da Kering (la casa di Gucci e Saint Laurent perde il 2,29% a Parigi) alle italiane Brunello Cucinelli (-1,3%), Moncler (-1,73%) e Ferragamo (-1,97%). Non è la prima volta che Richemont detta il ritmo del comparto, quasi esattamente un anno fa era successa la stessa cosa, ma in positivo.
Prese di beneficio sul titolo di Richemont non sono da escludere, dopo il citato rally e l’affondo di oggi sbaraglia anche al ribasso i supporti di area 174,5 franchi che il titolo sembra avere consolidato dall’alto nel corso delle ultime 4 sedute.
D’altronde va ricordato che l’Euro Stoxx Luxury 10 mostra un P/E degli ultimi 12 mesi di oltre 38x e un P/E Forward di 35,5x, due cifre non proprio a sconto, anche se i valori elevati sono tipici del lusso e si confrontano con i valori ben più ridotti dello Stoxx Europe 600 Industry Consumer Discretionary (P/E Fwd 19,3x). Ma su Richemont è meglio guardare i dati più da vicino per individuare eventuali tendenze che potrebbero appunto allargarsi al settore.
Richemont, i fondamentali di oggi
La casa ginevrina ha sottolineato una chiusura d’anno ‘molto solida’ grazie al balzo delle vendite dei tre mesi al 31 dicembre 2025 (il terzo del suo esercizio) dell’11% a cambi costanti a quota 6,4 miliardi di euro (+4% a cambi correnti).
Reuters cita il consensus di Visible Alpha posto molto al di sotto, a 6,28 miliardi di euro, e in un suo report Barclays riporta della crescita cambi costanti stimata dal consensus raccolto da Bloomberg a, 7% circa, ben 353 punti base in meno della doppia cifra comunicata al mercato (e superiore anche alle attese della banca britannica ferme all’8%). Il giro d’affari di Richemont ha insomma senz’altro superato le previsioni degli analisti.
Per categoria di prodotto, il balzo del 14% a cambi correnti (+6% a cambi costanti) della gioielleria a 4,785 miliardi di euro (consensus Bloomberg a 4,676) rappresenta sicuramente la componente più vitale e corposa di questi numeri. Gli orologi accrescono il giro d’affari di un buon 7% a 872 milioni di euro contro gli 802 milioni stimati da Bloomberg gli “Altri ricavi” restano invece stabili a 742 milioni (sotto il consensus di Bloomberg a 767 mln).
Non meno importante lo spaccato geografico delle vendite: negli ultimi anni la Cina e i mercati asiatici sono stati spesso decisivi (e deludenti) per le performance del lusso, mentre i mercati core occidentali hanno dovuto affrontare diverse sfide.
Per Richemont l’area Asia-Pacifico, senza il Giappone, è il primo mercato e mostra oggi una crescita del 6% a cambi costanti a 1,87 miliardi di euro, che però è un -2% a cambi correnti.
Senza incertezze cresce il secondo mercato, quello delle Americhe con un +14% (+6% a cambi correnti) del giro d’affari a 1,74 miliardi di euro. Bene anche il terzo mercato, l’Europa (+8% a 1,55 mld) mentre stupisce il Giappone (+17% a cambi costanti a € 632 mln, +7% a cambi correnti) e conferma il suo peso anche segnaletico per l’intero settore.
Come si vede l’impatto dei cambi, con il generale rafforzamento dell’euro sulle altre valute, ha penalizzato non poco le performance: le tabelle di Richemont confrontano il cambio media delle moneta unica con le altre maggiori valute nel periodo aprile-dicembre 2025 con lo stesso periodo del 2024, si scopre che nel periodo in media l’euro è cresciuto del 7,4% sul dollaro, del 4,2% sullo yen e del 6,3% sul Renminbi. Una sfida non da poco per il business, anche se poi il lusso la gestisce in maniera più agevole di altri settori economici.
Lusso, l’ombra della bancarotta di Saks Global
Ma in un discorso su lusso oggi non si può trascurare il caso di Saks Global: si tratta di una celebre catena di rivenditori con brand della distribuzione luxury come Bergdorf Googman, Neiman Marcus e Saks Fifth Avenue, 159 anni di storia ora a rischio con il ricorso alle protezioni il 13 gennaio 2026 del Chapter 11, la normativa USA che regolamenta la bancarotta e difende il patrimonio delle società nei casi di crisi.
Non più tardi del 2 gennaio il gruppo ha annunciato il subentro di Richard Baker, già presidente esecutivo, anche nell’incarico di CEO del gruppo al posto di Marc Metrick, amministratore delegato del gruppo per quasi trent’anni, nel contesto di una transizione ancora carica di interrogativi.
Appena ieri, 14 gennaio, di nuovo un importante cambio al vertice, la notizia che Van Raemdonck, già CEO di Neiman Marcus Group prima della sua acquisizione da parte di Saks nel 2024, subentra a sua volta a Richard Baker al vertice del gruppo e porta con sé il CFO Brandy Richardson.
Al contempo il gruppo comunica di aver ottenuto impegni finanziari per circa 1,75 miliardi di dollari, dei quali 1,5 miliardi forniti dal gruppo degli obbligazionisti senior secured “Ad Hoc Group” e altri 240 milioni da finanziatori garanti da asset della compagnia (asset-based lenders).
Nel nuovo team altri ex di Neiman Marcus come Darcy Penick (nuovo Chief Commercial Office di Saks) e Lana Todorovich (nuova responsabile Global Brand Partnerships).
In realtà secondo diversi osservatori sarebbe stata proprio l’acquisizione da 2,7 miliardi di dollari di Neiman Marcus nel 2024 a generare la crisi di liquidità ora esplosa con il mancato pagamento a fine dicembre di interessi obbligazionari per oltre 100 milioni di dollari (secondo quanto riportato dal Wall Street Journal l’ultimo dell’anno).
Il culmine di un percorso di indebitamento che è passato da finanziamenti da Hudson’s Bay, Apollo Global Management, Amazon, Salesforce e altri ancora.
Una crisi che chiama in causa anche i grandi nomi del lusso e contribuisce forse oggi al calo dei corsi.
Reuters ha riportato (dai documenti dei filing) che Chanel e Kering sono i maggiori creditori di Saks con circa 136 e 60 milioni di dollari di esposizioni, ma nella lista compaiono anche Richemont, Ermenegildo Zegna, LVMH, Brunello Cucinelli e Burberry in nutrita compagnia di maison e colossi tecnologici come Meta e Google.
Per ora la prospettiva è di tenere in piedi il business che da sempre caratterizza la Quinta Strada di New York, anche se con delle riorganizzazioni, non si sa bene quanto profonde.
Di certo è un colpo per l’immagine globale del lusso, una montagna da circa 3,4 miliardi di dollari di debiti che Saks Global deve al gotha del fashion e della tecnologia.
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